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Roma
Marcello Mastroianni, la luce protagonista della mostra all'Ara Pacis

di Maddalena Scarabottolo

Sale buie alternate a quelle in luce e ad altre nelle quali il protagonista è il fascio del proiettore. Uno spazio, quello dedicato dal Museo dell'Ara Pacis alla mostra intitolata a Marcello Mastroianni, che si popola di magia ed evasione. Un percorso che permette ancora di sognare ad occhi aperti e proprio per questa ragione vale la pena approfittare degli ultimi giorni di apertura (fino al 17 febbraio 2019).

 

La mostra Marcello Mastroianni non è solo una ricostruzione della vita di questo impeccabile artista ma anche un focus accurato sulla cultura e il costume italiano in un arco di tempo di circa cinquant'anni.

Il percorso di mostra si articola su tredici step principali che ridistribuiscono cronologicamente vita e carriera dell'attore. Il vero filo conduttore, una sorta di filo d'Arianna per riportarci all'essenza di quest'anima, sono le varie postazioni che fanno riferimento alle citazioni dello stesso Mastroianni in Mi ricordo, sì, io mi ricordo, film documentario girato da Anna Maria Tatò e presentato nel 1997 al festival di Cannes e di Venezia. Un film documentario ma anche un film testamento, una lettera parlata che evidenzia la semplicità sensibile e l'umiltà di Mastroianni.

In un certo senso il curatore della mostra Gian Luca Farinelli si fa da parte per lasciare che sia proprio la voce dell'attore ad accompagnarci lungo i vari stadi della sua vita. Il lavoro critico e sapiente di Farinelli emerge solamente nelle didascalie e nell'organizzazione dei materiali d'archivio. È la voce stessa di Mastroianni così fortemente calda, caratterizzante e riconoscibile che articola la mostra e che accompagna il visitatore lungo le varie sale. Una mostra che ci restituisce un ritratto poliedrico dell'attore, un personaggio pubblico ma allo stesso tempo molto riservato, il grande divo e allo stesso tempo una persona modesta, un uomo più volte descritto come indolente ma che ha sempre dato riscontro di alta professionalità. Un'icona che viene mostrata in tutto il suo personalissimo percorso di crescita e attraverso il bagaglio culturale ed espressivo proveniente da tanti altri sapienti protagonisti del grande schermo. Le molte fotografie che lo ritraggono evidenziano infatti posture, movimenti e sguardi che lo stesso Mastroianni aveva captato, assorbito e rielaborato da altri grandi artisti prima di lui come: Fred Astaire, Clark Gable, Gary Cooper e Amedeo Nazzari. Grazie a questi esempi riuscì a trovare la forza di imporsi sugli stereotipi che la stampa e i media del tempo cercavano di cucirgli addosso soprattutto dopo il grande successo de La dolce vita nel 1960. Mastroianni riusciva in qualsiasi ruolo, probabilmente affidandosi al famoso paradosso dell'attore, secondo il quale ci dev'essere sempre del distacco tra l'attore e il personaggio che si deve interpretare. Una formula vincente che fece crescere fino a farla diventare un'arte, un'arte che Gassman definì “mistero della commozione”.

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