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Roma
Olio di palma, la verità dei produttori. La Malesia attacca: "Una guerra di lobby"

dal nostro inviato

Valentina Renzopaoli

KUALA LUMPUR (Malesia) - Una guerra commerciale planetaria, una lotta tra lobby industriali contrapposte, ciascuna decisa a guadagnare terreno rispetto alle altre ad ogni costo, attraverso il sostegno della politica, delle organizzazioni internazionali e dei media. In Malesia spiegano così la gigantesca campagna denigratoria che negli ultimi anni è stata scatenata contro l'olio di palma, anche in Italia: un'opera di screditamento che ha insinuato e poi radicato nell'opinione pubblica, la convinzione che l'olio di palma sia un vero e proprio killer per la salute dell'uomo e dell'ambiente. Contenuto in decine e decine di prodotti alimentari, farciture, merendine, biscotti, creme spalmabili, fritture e gelati, richiestissimo dall'industria per le sue caratteristiche di olio inodore e insapore e per la sua consistenza semisolida, l'olio di palma è stato accusato di aumentare il colesterolo e il rischio di malattie cardiovascolari, addirittura di essere cancerogeno.
Ma ad alzare i toni questa volta sono gli stessi produttori di "palm oil" che, per la prima volta e con modalità ufficiali, passano alla controffensiva denunciando chi c'è dietro e per quali motivi si sta cercando di demolire il mercato dell'olio di palma concentrato  per quasi il 90% in Asia. In particolare, è la Malesia con il suo Governo, i suoi organi di promozione, tutela e ricerca, a voler svelare tutta la verità, aprendo le porte a piantagioni, impianti di produzione e analisi chimico-mediche.
Secondo produttore ed esportatore al mondo dopo l'Indonesia, con quasi 60 milioni di tonnellate di olio prodotte e 44 milioni e mezzo esportate nel 2014, la Malesia è il Paese che sta facendo gli sforzi maggiori per adottare precisi criteri che garantiscono, durante il processo di produzione, la piena sostenibilità in termini di salvaguardia delle foreste, tutela della biodiversità, condizioni di lavoro e ovviamente, qualità del prodotto. E danno i numeri: "Trentatrèmilioni di ettari di terreno coltivato a palme è certificato", inoltre la Malesia è l'unico Paese ad aver promosso una propria certificazione nazionale.
“E' necessario divulgare le informazioni corrette per contrastare la cattiva informazione promossa per alimentare una battaglia tra olii vegetali”, spiega il Ministro per l'Industria delle Piantagioni malesiano Douglas Uggah Embas. In atto ci sarebbe una vera e propria guerra scatenata dalle “lobby” e dalle Organizzazioni non governative che avrebbero addirittura “sfruttato” l'Expo 2015 per promuovere la loro campagna, come ha aggiunto l'amministratore delegato del Consiglio Malese per l'Olio di Palma, Yusof Basiron.
La lotta commerciale affonda le sue radici alla fine degli Anni Ottanta negli Stati Uniti: ad orchestrare la diffusione delle notizie negative sarebbe stata l'American Soybean Association, l'agenzia che si occupa di promuovere e tutelare l'industria americana legata alla produzione della soia. Successivamente, “l'epidemia anti palm oil” si è diffusa in Europa, in particolare in Francia e in Belgio, guarda caso tra i principali Paesi produttori di colza. Fino a contagiare anche l'Italia, dove nell'ultimo anno e mezzo è stata cavalcata dai parlamentari del Movimento5Stelle.


Produzione e consumo: tutti i numeri
Ma quali sono i motivi che hanno scatenato l'offensiva? Se si leggono i dati attentamente, si scoprono diverse verità. Innanzitutto l'olio di palma è ad oggi il prodotto più economico rispetto agli altri oli e il suo seme oleoso, simile all'oliva, consente il più efficiente sfruttamento del terreno al mondo in termini di rapporto tra olio prodotto e terreno coltivato.
Dei 271,33 milioni di ettari coltivati nel mondo per la produzione di oli vegetali, il 42,1% è occupato dalla soia, il 13,3% dalla colza, il 12% dai semi di cotone, il 9,5% dal girasole, il 9% dalle piante di arachide e solo il 4,4% dalle piantagioni di palma. A fronte di questi numeri, però, è proprio l'olio di palma a detenere il primato nella produzione: quasi il 30% del totale di oli e grassi, contro il 22,5% di soia, il 13,6% di colza, l'8,1% di girasole. Questo significa che il rendimento dell'olio di palma ammonta a circa 4 tonnellate per ettaro, rispettivamente dieci, sette e cinque volte di più di soia, girasole e colza.
Senza rivali appare anche nelle esportazioni globali: degli oltre 77 milioni di tonnellate di oli e grassi esportati nel 2014, più della metà, ovvero il 57,5% è rappresentata dal palm oil, e solo il 12,6% è costituita dalla soia, il 10,5% dal girasole e il 5% dalla colza. La Malesia esporta il 38,8% dell'intero mercato e il suo olio è destinato all'India (18,8%), Cina (16,4%), Unione Europea (13,9%), Pakistan (4,7%), Stati Uniti (4,5%) e a seguire Vietnam e Giappone.

Leggende da sfatare
Danni al sistema cardiovascolare, aumento del diabete distruzione delle cellule del pancreas: la polemica sull'uso dell'olio di palma ha terrorizzato negli ultimi anni l'opinione pubblica. Ma è davvero così dannoso questo alimento contenuto in circa il 50% dei prodotti alimentari che utilizziamo? Già diversi magazine di settore recentemente hanno dedicato a spazio a studi che ridimensionano notevolmente gli allarmismi diffusi. Ora nuovi studi spiegherebbero che, oltre a non far male, alcune sostanze nutrienti contenute nel frutto della palma, sarebbero addirittura utili per prevenire il cancro e le malattie degenerative. Secondo Ammu K Radhakrishnan, docente presso l'International Medical University di Kuala Lumpur e Yuen Kah Hay, docente all'Università della Scienza della Malesia, il carotene e la vitamina E, in particolare il tocotrienolo, contenuto in alta percentuale nel “palm olein” (la frazione liquida dell'olio di palma non raffinata dalla sua componente “arancione”) avrebbero effetti neuroprotettivi e aiuterebbero il sistema immunitario a prevenire i tumori.
Inoltre secondo uno studio illustrato dall'amministratore delegato del Consiglio Malese per l'Olio di Palma, Yusof Basiron, "il palm olein, nonostante una struttura chimica diversa, verrebbe metabolizzato in modo simile all'olio di oliva, poiché conterebbe valori simili di colesterolo".

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