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Roma
"Qui la peggior politica. E Roma la esporta pure"

di Claudio Roma

Pietro Paganini è professore in Business Administration alla John Cabot University di Roma e presidente/fondatore di Competere.eu, una piattaforma piattaforma per l’innovazione dedicata ai cittadini, alle imprese e ai politici e finalizzata a sostenere e promuovere il cambiamento. Paganini ha scelto affaritaliani.it per un'analisi della crisi di Roma, delle speranze di Milano e del governo Renzi. Decisamente spietata.
Dunque Paganini, lei vive e lavora a Roma. Insegna a ragazzi universitari cosa vuol dire fare innovazione in una città che, a distanza di anni, non è ancora riuscita ad inaugurare la nuova Metro C. Come la mettiamo?
"Purtroppo è l’emblema di un Paese che per anni ha abusato del termine innovazione per ragioni di marketing e comunicazione, ma soprattutto in politica. Quando non si sa cosa fare, si dice Innovazione, cioè tutto e niente. E' per questo che non bisogna confondere l’innovazione con le buone idee. Roma, poi, è il luogo dove la peggior politica sperimenta e poi esporta al resto d’Italia. E la Metro C ne è la rappresentazione plastica: una buona idea che va in scena e finisce in dramma".
Succede spesso alle buone idee in Italia?
"Definiamo buone idee tutti quei prodotti, servizi o processi che devono essere accessibili e generare un profitto o avere comunque un impatto economico e/o sociale. In Italia siamo in tanti ad avere buone idee, forse di più che in altre parti del mondo, ma per una serie di fattori, fatichiamo a concretizzarle e far sì che generino un impatto. Più facile che generino un avviso di garanzia…".
Quindi chi ha buone idee in questo Paese è destinato ad emigrare all’estero?
"Ritorniamo a Canossa. Il fatto è che le buone idee dovrebbero partire dalla politica che non oggi non ha né una visione né tantomeno un progetto Paese. La narrativa del cambiamento del nostro Premier non serve a niente se poi ci mancano le risorse e gli strumenti finanziari sono ancora pochi e limitati. L’ecosistema in cui ci muoviamo è ostile non solo a chi vuole fare impresa o innovazione, ma a chiunque voglia fare qualcosa di diverso, di dirompente. L’ecosistema è composto da tanti attori, ma le linee guida, cioè le regole del gioco sono determinate dalla politica".
La politica si fa a Roma, ma non mi pare che Milano sia diversa…
"Milano è cambiata. I comportamenti così detti criminali ci sono anche lì, forse più che a Roma o almeno con dinamiche diverse, ma sono affiancati e sopraffatti da una classe di persone laboriose che oggi hanno riscoperto il senso dell’appartenenza e della leadership".
Cioè?
"Cioè, oggi Milano ha una sua identità e vorrebbe affacciarsi sul futuro e guidarlo".
Grazie all’Expo?
"Anche, è stata benzina e in generale è cambiata la città. Milano ha sempre anticipato e trainato il resto d’Italia. Speriamo che anche questa volta ci sia anche la volontà di farne una città guida, cioè di avere una visione e perseguirla. Magari il flusso positivo potrebbe estendersi e scendere fino a Palermo, passando per Roma".
Mi sta dicendo che Roma è lontana?
"Sì, Roma si è persa, è abusata e violentata da briganti di ogni genere e purtroppo, priva di una borghesia illuminata e cosmopolita che abbia un’idea del futuro. Roma si ripete costantemente nel tempo. Il problema è che non ha più la forza per mantenere i suoi sfarzi e i suoi eccessi. Il risultato è davanti ai nostri occhi tutti i giorni quando ci muoviamo anche solo nel traffico: non vedo una città moderna, ma un luogo sempre uguale a se stesso e alle sue anomalie".
Come si cancellano le anomalie di un Paese, di una città?
"La risposta è complessa come la domanda. Ci sono dei fattori culturali e soprattutto manageriali. Noi italiani siamo per esempio, bravi ad ideare e creare cose uniche ma viviamo sulla nostra pelle l’ostilità alla libera iniziativa e l’incapacità di investire su quei fattori motivazionali che fanno grande un popolo. E anche qui la responsabilità è di chi fa le regole".
Quali regole?
"Tutto quello che favorisce la libera iniziativa, e quindi la riduzione dell’intervento pubblico. Non significa necessariamente meno welfare state, anche perché in Italia è più appropriato parlare di pension state. Mi riferisco alla burocrazia. La politica deve tornare ad avere un ruolo di indirizzo che significa sostenere imprese e imprenditori attraverso la costruzione di un percorso verso il futuro: le famose politiche di sviluppo o industriali. Non parlo di interventismo pubblico, di strategia pubblica a favore dell’iniziativa privata. I paesi che più innovano, compresa la famosa Silicon Valley, ma anche molte regioni del Nord Europa, beneficiano degli indirizzi strategici elaborati dalla loro politica".
Lei dunque non crede che il Governo Renzi rappresenti una novità in questo senso?
"Quello di Renzi è il Governo della retorica dell’innovazione. Innovazione e cambiamento sono funzionali al potere, se voi Governare devi usarli. Tuttavia, è ingiusto accusare tutto il Governo di cinismo machiavellico. Nei diversi livelli dell’esecutivo ci sono figure entusiasta che spingono davvero per l’innovazione. Il problema è che si muovono senza una strategia e una visione che appunto la politica non garantisce. in molti casi tuttavia, anch’essi sono colti dalla retorica della società fluida per cui si pensa che un # su Twitter possa cambiare il mondo quando manca invece una chiara comprensione delle dinamiche sociali ed economiche del paese".
"Non le piacciono i social network?
Non mi piace e non condivido l’ansia da start-up e da Facebook come a dire che l’Italia sia come la Silicon Valley. Invece non lo siamo, anzi siamo potenzialmente migliori e facciamo tantissime cose che da quelle parti si sognano. Non dobbiamo creare necessariamente imprese nuove nel settore digitale, ma pensare a digitalizzare quelle esistenti. Qualcuno ha coniato il bellissimo termine di ‘Artigiano Digitale’. Abbiamo imprese eccellenti e uniche, oggi sono in difficoltà, aiutiamole ad implementare le nuove tecnologie e i processi organizzativi".
Gli imprenditori italiani hanno poca cultura digitale. Bisogna ricominciare dalla scuola?
"Esatto, e non si può non parlare della #buonascuola. La #buonascuola o #buonasQuola, come dico io, è la dimostrazione che se non hai una strategia e una visione finisci per non combinare nulla. O meglio il Governo ci prova, ma poi non tocca i meccanismi didattici che sono il vero problema. La politica continua a pensare solo a chi lavora nella scuola e non a chi dovrà uscire dalla scuola, cioè la materia prima, e quindi gli innovatori e gli imprenditori di domani. Su questo ho detto e scritto ampiamente. La #buonascuola di Renzi è tutto tranne che creativa".
Parlando di scuola, Renzi rimandato a settembre o bocciato?
"In questo Governo ci sono poche buone idee e poche eccellenze di gente veramente in gamba. Dietro, il nulla. E’ come una squadra con un fuoriclasse e dieci giocatori scarsi. Secondo lei come può finire?".

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