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Roma
Roma, una città alla deriva tra rifiuti e la crisi economica. L'analisi

di Andrea Catarci *

La Roma di Virginia Raggi è una città alla deriva: rifiuti, manutenzione inesistente, programmazione urbana al contrario ed una crisi economica che non accenna a placarsi.

 

In un’istantanea attuale, cosa c’è da sgomberare a Roma?

La manutenzione inesistente

A Roma, con l’estate 2019 che è solo agli inizi, sembra già di vivere una specie di apocalisse, prima della scontata riduzione dei livelli dei servizi pubblici che di solito accompagna la stagione. Non cambia la prospettiva se si percorrono le vie del centro, dei quartieri semicentrali, delle periferie storiche oppure di quelle sorte intorno e fuori dal Grande Raccordo Anulare: basta uscire di casa e a dominare il panorama sono le montagne di rifiuti che giacciono fuori dai cassonetti su marciapiedi e strade, a loro volta rese simili a groviere da buche e voragini che attentano quotidianamente alla sicurezza e consentono di sopravvivere alla crisi a gommisti e meccanici. E’ la prima impressione, limitata a qualche senso: viene da dirsi che potrebbe trarre in inganno e nascondere una realtà diversa, perché la città millenaria, quella che oltre ad essere la Capitale d’Italia è la sede dello Stato del Vaticano e contiene nel proprio territorio la maggior concentrazione al mondo di beni culturali, non può essere ridotta così. A confermarla arrivano però i centinaia di monconi di alberi tagliati - per presunte malattie, comunque dovute alla continuata assenza di cure elementari - e non sostituiti, talvolta ridotti a ricettacolo di sporcizia, a fronte di altrettanti esemplari con rami pericolanti che incombono sulla testa delle persone e sulle cose; i bus del trasporto pubblico, introvabili, affollati e così malmessi da accendersi frequentemente in roghi rapidi e avvolgenti; le fermate della metropolitana chiuse da mesi per il crollo delle scale mobili lasciate senza la minima manutenzione, a cui fanno da contraltare le decine di pullman turistici in giro ovunque e a tutte le ore, non di rado fermi e allineati in interminabili doppie file, a incrementare il traffico endemico, solo minimamente ridotto dopo la chiusura delle scuole; i parchi e i giardini sporchi, con l’erba strabordante, le panchine divelte, le aree giochi ridotte al lumicino, i percorsi per sport e salute scomparsi o quasi. Si potrebbe continuare ma risulterebbe ridondante. La realtà percepita da una collettività di quasi tre milioni di residenti - che diventano quattro per effetto dei flussi di pendolarismo in entrata e cinque se si estende lo sguardo all’area metropolitana che ne è parte integrante - è già resa in maniera nitida dall’osservazione di questi pochi elementi: dopo il valzer continuo di Assessori e dirigenti apicali e subapicali, dopo le varie inchieste che hanno coinvolto i sodali di partito e la stessa Sindaca, dopo che i miti fondativi dell’onestà e della diversità si sono dimostrati effimeri e si sono frantumati ai primi contatti con le attività di governo cittadino, tutte le ferite che già nel passato rendevano complicata la vita dei Romani si sono aggravate e sono diventate più profonde, in uno shock complessivo e permanente dell’attività amministrativa interrotto soltanto saltuariamente. Gli episodi di malcontento e rabbia di alcune fette di popolazione di zone popolari, sfociati in micro guerre a sfondo razzista tra penultimi e ultimi della scala sociale - alimentati da fuorvianti campagne mediatiche e soprattutto dai gruppi di estrema destra che agiscono sui bassi istinti nella completa impunità e in evidente consonanza con Ministeri e centri di potere -, nascono dentro tali rotture del patto primitivo che dovrebbe assicurare ai governati perlomeno l’agibilità delle proprie piazze e delle proprie vie.

La programmazione urbana al contrario

Sul piano della programmazione e delle scelte per il futuro la situazione non è meno deteriorata: per lunghi tratti l’interesse unico dell’amministrazione pentastellata si è concentrato sul progetto urbanistico che dovrebbe portare alla costruzione dello stadio di calcio nella zona di Tor di Valle, con il risultato che, nel nobile intento di eliminare il gigantismo dimensionale della versione originale, si è ridotto il tutto a una sequenza di realizzazioni senza capo né coda, in cui le opere pubbliche e le strutture per la mobilità sono enormemente deficitarie. Non sono mancati nemmeno interventi che hanno peggiorato pessimi piani del passato, come a Piazza dei Navigatori con il via libera alla costruzione di un terzo palazzo utile agli imprenditori privati ma inutile per la collettività e dannoso per gli equilibri territoriali. Si è tornati indietro, con l’attuale sospensione sine die, sull’unica decisione rilevante e giusta assunta negli ultimi tre anni, cioè la riduzione delle superficie utili lorde (sul) e dei volumi nell’area dell’ex Fiera voluta dall’ex Assessore Berdini. Si è silenziosamente proceduto a dispensare - in corresponsabilità con la Regione a cui si deve il disgraziato Piano Casa - incrementi di cubature e vantaggiosi cambi di destinazione d’uso, anche per palazzi di rilievo storico e inseriti all’interno di mega edificazioni già eccessivamente devastanti. Insomma, proprio mentre le inchieste giudiziarie gettano ombre persino sugli intenti degli attori pubblici, con le azioni si dà l’impressione di perseguire l’esatto contrario della necessaria tutela del territorio e dell’ampliamento della città pubblica.

L’economia alla deriva

Infine, ci dice l’ultimo rapporto della Banca d’Italia che guardando a economia, occupazione e distribuzione delle ricchezze la situazione di Roma è disastrosa: crollano gli investimenti pubblici in opere e infrastrutture, per cui fino al 2013 la spesa annua era di almeno 1 miliardo e oggi è sui 100 milioni; crollano i consumi, che fanno segnare una crescita sotto l’1% mentre fino al 2017 aumentavano del 2% su base annua; si allarga la disoccupazione di lunga durata, quella peggiore da contrastare; il PIL segna un pessimo +0,3%; calano le imprese in attivo, con edilizia e terzo settore particolarmente colpite.

Sgomberare i problemi, non le persone

In sintesi, la macchina amministrativa è bloccata e non assicura la basilare cura del tessuto urbano, l’urbanistica è in uno stato comatoso e servile, l’economia è in stagnazione e segnata da disuguaglianze sociali crescenti. Eppure non è in nessuno di questi ambiti che si concentreranno gli sforzi delle diverse Istituzioni nei mesi a venire. Alle porte c’è una vasta operazione di polizia, contro le migliaia di persone che hanno trovato un alloggio riadattando alla bisogna stabili abbandonati e contro quelle che, dalla seconda metà degli anni Ottanta, hanno migliorato la vivibilità di molti quartieri recuperando edifici dismessi per farci cultura, politica, scambio intergenerazionale, servizi. Il governo gialloverde, in particolare il Ministro dell’Interno e la Lega, sono intenzionati a avviare la campagna elettorale per il Campidoglio dichiarando guerra a centri sociali e occupazioni socio-abitative, anziché riconoscere il ruolo in genere positivo che hanno svolto, organizzare tavoli di mediazione con proprietà ampiamente inadempienti verso la collettività nei loro obblighi di tenuta dei beni, cercare strade per favorire l’uscita dalle emergenze. Con la circolare del 1 settembre 2018 hanno incitato le prefetture a procedere con le forze di polizia anche in assenza di alternative per le persone senza casa. Nei successivi Tavoli per l’ordine pubblico hanno ribattuto alle perplessità di Roma Capitale e della Regione, inizialmente indisponibili a azioni come quella di via Curtatone dell’estate 2017 che lasciò decine di famiglie in mezzo alla strada. Entrambe gli Enti locali, però, ad aprile 2019 hanno sottoscritto il Patto per la sicurezza da cui ha preso forma il Piano sgomberi, quello con cui nel breve e medio termine si intendono azzerare 22 esperienze di resistenza sociale, culturale e politica catalogate come “occupazioni critiche”. Da allora un pezzo di città rischia di rimanere senza sponde istituzionali – eccezion fatta per alcuni Municipi - e per sabato 22 giugno scende in piazza e chiama tutti alla solidarietà, con lo slogan “Roma non si sgombera”, per non essere derubricata a problema di ordine pubblico, rappresentando al contrario il nodo centrale di un’ampia questione sociale. Ci riflettano bene i vertici di Roma Capitale e Regione Lazio che sembrano aver chinato la testa: chi vuole avviare una fase di conflitto diffuso per biechi tornaconti e calcoli elettorali non vuole il bene della nostra città. Alcune situazioni tra quelle messe sotto la luce dei riflettori vanno difese e basta perché già fanno eccellenti cose, altre vanno superate con piani e progettualità ad hoc, nessuna va cancellata manu militari, sarebbe un atto di tracotanza e un’offesa alla storia cittadina recente. L’unità dei diversi livelli istituzionali la si persegua per dare a Roma il giusto riconoscimento in quanto a status, finanziamenti e poteri normativi indispensabili a riguadagnare alla decenza una Capitale europea, non per peggiorarne ancora la vivibilità nei quartieri. Il grido di allarme e la voglia di non restare isolati di esperienze ascrivibili alla Roma migliore non va ignorato, va raccolto e rilanciato nella pratica, da tutti.

Perché a Roma ci sono da sgomberare le strade dai rifiuti, c’è da sgomberare l’urbanistica dallo strapotere degli interessi forti, c’è da sgomberare l’economia dalla vocazione alla crisi e al declino che sembra non finire mai: non ci sono da sgomberare persone, solidarietà, progetti e sogni...

* Andrea Catarci, Movimento Civico

Affital bozza Roma non si sgombera
 

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