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Roma
Studente annegato, Riesame: “Solomon non è morto per la spinta di Galioto"

Beau Solomon non sarebbe caduto nel Tevere a causa della spinta di Massimo Galioto: e quindi il suo annegamento non è causato dal dolo. E' quanto scrivono i giudici del tribunale del riesame nelle quindici pagine dell'ordinanza con cui, alcuni giorni fa, hanno respinto la richiesta di scarcerazione avanzata dal legale del senzatetto, l'avvocato Michele Vincelli. Il 40enne, descritto comunque dai giudici con una “personalità violenta e prevaricatrice”, è accusato della morte dello studente americano avvenuta tra il 30 giugno e il 1 luglio.
"La caduta in acqua di Solomon non è direttamente riconducibile alla spinta o al calcio sferrato da Galioto ed avviene dopo diversi secondi", scrivono i giudici del tribunale si sono avvalsi delle immagini riprese da una videocamera di sicurezza.
"Non vi sono attualmente sufficienti riscontri per ipotizzare che la precipitazione in acqua e l'annegamento fossero sviluppi prevedibili della condotta che Galioto ha posto in essere. La spinta infatti non ha procurato un significativo spostamento verso l'argine ed il lancio della pietra è avvenuto quando Solomon era sufficientemente distante, anche se poi, si ribadisce, nello schivarla si è trovato in bilico sul ciglio della banchina. Deve escludersi pertanto il dolo eventuale e di conseguenza l'omicidio volontario. Sussistono però gli estremi perché il fatto complessivamente rivalutato sia riqualificato in omicidio preterintenzionale", si legge nel documento.
"Solomon, per effetto della precedente assunzione di alcol, era sicuramente disorientato e instabile nell'equilibrio. La sua condizione era certamente percepibile dal Galioto". E ancora, più avanti nel documento: "Il piegamento che il ragazzo ha compiuto per schivare la pietra ha ulteriormente disorientato e destabilizzato il suo già precario equilibrio, portandolo di spalle al fiume sul ciglio dell'argine, ove non è riuscito a mantenere una posizione eretta ed è caduto all'indietro".
Quindi: "Non si può concludere che Galioto abbia avuto la chiara rappresentazione con conseguente accettazione del rischio della complessiva condotta, inaugurata dalla spinta e terminata con l'irruzione del cane e successiva precipitazione in acqua del Solomon, in conseguenza della quale ne era prevedibile la morte".
Tuttavia i giudici descrivono Galioto con parole severe: "L'aggressività reiteratamente manifestata prima con la spinta poi con il lancio di una pietra, unitamente ai precedenti penali per porto di armi, resistenza a pubblico ufficiale e lesioni, denotano una personalità particolarmente violenta e prevaricatrice". Il tribunale, spiegando la necessità di mantenere la custodia cautelare in carcere per l'indagato, prosegue descrivendo la personalità di Galioto come quella di un soggetto "in preda alle proprie incontrollabili pulsioni e assolutamente sprezzante dell'incolumità della vita stessa delle persone che hanno la sfortuna di venirvi a contatto".

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