Il presidente Obama, sia nel corso della sua campagna elettorale, ma anche recentemente nel corso del suo viaggio in Cina, ha dichiarato che "la situazione in Medio Oriente è molto difficile. Ho detto più volte, e lo ripeto, che
la sicurezza di Israele è per gli Stati Uniti una faccenda di interesse vitale e che noi faremo in modo che Israele sia sicura". Questa la professione di intenti, ma i fatti non sembrano andare nella direzione delle parole del presidente USA, anche, occorre ammettere, grazie allo scarso contributo - almeno fino ad oggi - del governo di Netanyahu. Posizione apparentemente più morbida con la recentissima dichiarazione di congelare parzialmente per 10 mesi gli insediamenti israeliani nella West Bank. Con o senza la cooperazione di Israele tuttavia salta all'occhio che
dall'inizio dell'amministrazione Obama il processo di pace in Medio Oriente non ha certamente progredito.
Anzi, a detta di molti analisti,
sono stati fatti addirittura passi indietro: i Palestinesi per anni hanno chiesto agli Americani di convincere Israele a negoziare con loro
la creazione di uno stato palestinese. Ebbene, è di queste ore la notizia di un inaspettato raffreddamento riguardo questa opzione da parte della leadership di Al Fatah. Robert Satloff, direttore dell'Istituto per le Politiche sul Medio Oriente di Washington nota che questa inaspettata battuta d'arresto rimette tutto in discussione, generando una situazione davvero bizzarra e che per tornare a discutere di questa possibile soluzione nella migliore delle ipotesi potrebbero occorrere anni.
È evidente che sulla mappa del Medio Oriente stesa nello Studio Ovale
l'Iran è la priorità numero uno,
ma soprattutto l'Afghanistan è il tema che maggiormente preoccupa Washington. È di questi giorni la notizia che Obama invierà altri 30 mila uomini e che a Berlusconi ha personalmente chiesto un maggiore impegno militare italiano. Solo poche ore prima a Washington la visita ufficiale del primo Ministro indiano si è svolta tra mille imbarazzi, poiché tra una cena di gala e un incontro al vertice è emerso in maniera lampante che per Obama l'Estremo Oriente è la Cina e non, come precedentemente enunciato, l'India in funzione di contenimento proprio della Cina stessa.
Il premier indiano Singh ha così amaramente scoperto che
per l'America l'alleato chiave in quel continente non è più l'India. In Medio Oriente resta ad operare
un sempre più demotivato Segretario di Stato Hillary Clinton, in grado al massimo di esortare genericamente israeliani e palestinesi alla ripresa dei contatti. A dieci mesi dall'insediamento di Obama il processo di pace appare paralizzato e all'orizzonte non si vedono nuovi negoziati. In molti osservano che
questo impasse è il frutto degli errori dell'amministrazione Obama, che ha nominato un inviato speciale per il Medio Oriente solo due giorni dopo il suo insediamento, ma che poi ha dedicato tempo, risorse e pensieri ad altri fronti di politica estera.
È opinione comune che
il vuoto strategico potrebbe portare ad eventi destinati ad inasprire le violenze, come per altro intuibile dalla recentissima decisione di Hamas di dare premi in denaro a chi rapirà un soldato israeliano. I malumori e le espressioni di delusione circa l'operato di Obama in politica estera sono sempre più frequenti. Non ci uniamo al coro dei delusi, anche perché per essere delusi occorre prima essere entusiasti, stato d'animo che l'elezione di Obama non ci aveva donato.
Tuttavia reali perplessità circa il suo disegno strategico esistono. La sensazione è che
Obama corra dove la situazione contingente lo chiama, senza un piano ben definito, ma rispondendo piuttosto alle sollecitazioni del momento, caratteristica che sembra comune dell'azione politica nel mondo globale. Oggi è il momento dell'Afghanistan e della messa in secondo piano del conflitto israelo-palestinese. A questo punto sarebbe veramente ora che l'Europa si facesse carico con decisione dei vuoti lasciati dall'America, sempre più intenta a risolvere i propri pressanti problemi e sempre meno proiettata all'estero.
L'Europa potrebbe essere il brocker della pace in Medio Oriente, presentandosi come mediatore più vicino e coerente degli americani, grazie anche ai rapporti meno altalenanti con i Paesi arabi moderati come l'Egitto o l'Arabia Saudita, che continuano a restare sullo sfondo.
Arduino Paniccia
Globalist