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Globalist
di Arduino Paniccia

Il mondo nelle mani dell'Afghanistan. E del Nobel guerrafondaio Obama

Il 24 gennaio 2009, a proposito della politica estera del neo eletto presidente americano, su queste colonne scrivemmo "Possiamo ragionevolmente prevedere che non saranno rose e fiori, né per gli europei e certamente non per l'Italia"

Lunedí 07.12.2009 13:00


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Il 24 gennaio 2009, a proposito della politica estera del neo eletto presidente americano, su queste colonne scrivemmo "Possiamo ragionevolmente prevedere che non saranno rose e fiori, né per gli europei e certamente non per l'Italia". Le notizie da Washington di queste ore confermano la nostra poco rosea previsione: Obama intende inviare in Afghanistan altri 30 mila soldati e soprattutto chiede agli europei un analogo sforzo militare. Fummo profeti migliori della Commissione che a Stoccolma decide l'assegnazione del Nobel per la pace e che ora forse si sta interrogando se averlo concesso ad Obama sia stata la decisione più saggia.

Nato Rasmussen
Il segretario della Nato, 
Rasmussen
Comunque sia le decisioni di Washington sono in linea con una visione più corale della cooperazione militare in ambito NATO da parte dell'amministrazione Obama. È finita l'epoca delle decisioni unilaterali americane e se l'Europa esige di essere consultata dal proprio alleato oltre Atlantico, è semplicemente fisiologico che faccia seguito un suo maggiore impegno militare ed economico nell'ambito delle operazioni di peace keeping e peace enforcing multinazionali. La concertazione e la negoziazione con gli USA devono essere un efficace strumento di politica estera, tuttavia l'esistenza stessa della NATO non può essere messa in discussione, limitando il dibattito solo ai tempi ed alla modalità dei nuovi previsti ingressi nell'alleanza da parte di nazioni dell'ex blocco sovietico, ora ansiose di entrare a far parte di un "club" che potrebbe garantire loro legittimità e sostegno politico.

La grande sfida che oggi la NATO affronta è proprio l'Afghanistan, il test destinato a sancirne l'indispensabilità oppure l'obsolescenza. La versione afgana del "surge" (aumento di truppe) che ha portato ad un consistente miglioramento della situazione in Iraq è certo faccenda più complessa da gestire in un paese la cui economia è governata al 90% - come abbiamo già avuto modo di sottolineare proprio su Affaritaliani - dall'oppio (il paese produce il 93% dell'oppio mondiale). In questa fase l'Alleanza atlantica ed i suoi alleati si trovano a combattere una guerra non contro fanatici religiosi ma contro professionisti della produzione e contrabbando dell'eroina, i "talenarcos", che messa da parte la jihad hanno scoperto che la droga garantisce loro stipendi e benefici ben più concreti del radicalismo religioso. 

Poco prima di terminare il suo incarico alle Nazioni Unite, l'ex Segretario generale Kofi Annan definì la presenza della NATO in Afghanistan "indispensabile per riuscire a sottrarre il paese al conflitto e alla devastazione", ma di recente abbiamo assistito ad una recrudescenza delle azioni militari dei Talebani. Proprio per tale ragione occorre intensificare la presenza militare internazionale, e quindi anche la nostra, al fine di non far rialzare la testa al fondamentalismo.  L'Afghanistan versa oggi in condizioni peggiori dell'Iraq, sprovvisto come è di petrolio o altra risorsa naturale rilevante ed è senza un passato di organizzazione dello stato alla quale ispirarsi, senza una tradizione politica e partitica che possa costituire il nucleo di una rinascita democratica, perfino senza rete di comunicazione che faciliti i rapporti tra regioni remote e la capitale.

E' un "non luogo", un grande paese per lo più selvaggio dove regna l'analfatebismo (80% della popolazione) e dove solo il 15% della gente è urbanizzata, mentre il resto vive in condizioni primitive in aree spesso difficilmente accessibili e prive di ogni infrastruttura. Non è affatto un caso che Bin Laden abbia scelto l'Afghanistan per il suo sogno di califfato islamico: laggiù è più facile fare proselitismo e ancor più facile nascondersi.

Se l'Italia ed il resto del mondo non continueranno a presidiare Kabul e a impegnarsi nella caccia a Talebani e terroristi, ormai praticamente indistinguibili, l'Afghanistan è destinato a veder abortire le nuove speranze di democratizzazione aggrappate al governo di Karzai e a precipitare nell'orrore della dittatura islamica. In nessun modo è accettabile ridurre la nostra presenza militare né addirittura pensare di abbandonare quel paese o pensare di poter fornire un aiuto solo civile. Vorrebbe dire rendersi complici di terroristi e fanatici intenzionati a portare morte e dolore in quel paese e nel mondo.

I rischi per i nostri soldati sono oggi maggiori rispetto ad una anno fa, ma il dovere di chi ci governa e dispone il loro schieramento non è quello di ritirarli perché il pericolo è grande, ma semmai lavorare per dare loro ogni protezione possibile, senza lesinare su mezzi ed equipaggiamenti, fornendo veicoli corazzati che resistano a mine e razzi, velivoli idonei, intelligence adeguata, insomma strumenti adatti a minimizzare il più possibile la minaccia. Né possiamo permetterci di considerare l'Afghanistan una terra lontana le cui vicende non ci riguardano, abbandonando il Paese al suo destino come ad esempio la comunità internazionale vigliaccamente fece con la Cambogia di Pol Pot e dei Kmer rossi. Il cuore e la mente del terrorismo e della criminalità organizzata transnazionale (che possono colpire anche in Italia) sono lì e l'aumento delle coltivazioni di papavero registrato negli ultimi anni riversa sulle strade anche italiane fiumi di eroina a buon mercato: l'Afghanistan non è poi così distante.

Arduino Paniccia
Globalist



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