Credo che pochi, prima dell'attacco alla squadra del Togo, conoscessero Cabinda e anche ora che la stampa di tutto il mondo ha descritto le ultime sanguinose vicende, ben pochi sanno cosa accada in questa contestata regione che fa parte del territorio dell'Angola,
dove si consuma da trent'anni una guerra ignorata dai media e che per l'ennesima volta vede le risorse del sottosuolo africano al centro di interessi internazionali.
Cabinda è stata colonia portoghese dal quindicesimo secolo fino al 1975, quando l'esercito angolano, con l'appoggio di truppe cubane, ha invaso quest'area per poter procedere allo sfruttamento del petrolio da cui oggi il governo ricava la quasi totalità della sua produzione (circa 700 mila barili al giorno, grazie alle concessioni cedute alla Cabinda Oil, un cartello di imprese di cui fanno parte la Sonagol (41%), la Chervron/Texaco (39.2%), l'Elf (10%) e anche l'italiana Agip (9.8%)).
Il fronte per l'indipendenza di Cabinda (FLEC), che ha rivendicato l'attacco al bus dei calciatori del Togo, combatte dal '75
per riconquistare l'autonomia - che significherebbe la creazione di un governo locale indipendente e il miglioramento delle condizioni di vita della poverissima popolazione del posto- senza ricevere aiuto dalla comunità internazionale, nonostante un rapporto di 49 pagine del Human Rights Watch sull'argomento.
Il FLEC aveva a più riprese esortato la Confederazione del Football Africano a non giocare in una zona di guerra; tuttavia non c'è dubbio che l'accaduto sia servito ad accendere un riflettore su un conflitto ignorato a livello internazionale.
Aldilà delle riflessioni di carattere etico, occorre prendere in analisi quanto accaduto anche dal punto di vista pratico, economico, politico e strategico.
La prima lezione è che l'Africa non può essere solo il serbatoio di risorse energetiche e minerarie a disposizione di un mondo più evoluto che consuma ben oltre la disponibilità di tali risorse. Il costo di tale approccio a quelle materie prime è ingente: un continente africano in guerra perenne e consumato in ininterrotti scontri tribali, si traduce in una c
ontinua emergenza umanitaria che le democrazie più avanzate non sono ancora riuscite a risolvere in modo efficace nonostante i numerosi sforzi spesso anche militari. Fino ad oggi la comunità internazionale non ha saputo mettere mano alle crisi africane in maniera razionale e soddisfacente, restando
la debacle somala uno tra i tanti tragici esempi seguiti al fallimento della politica ONU sul Darfur.
Fa riflettere il fatto che
l'Africa, negli anni della Guerra Fredda, sia stata il campo di battaglia di guerre combattute "per delega" delle super-potenze e oggi, crollato quel tipo di assetto geopolitico, l'Africa sia ancora il campo di battaglia di guerre economiche dove i nuovi protagonisti sono multinazionali del petrolio, del gas o dei minerali.
Dovrebbe essere compito della Unione Europea riempire il vuoto lasciato da USA e URSS nel dirimere le controversie africane, sottraendo terreno politico alle speculazioni dei grandi gruppi industriali e finanziari e contrastando l'espansione cinese che fino ad oggi nulla ha aggiunto alla vera soluzione dei drammatici problemi del continente perduto.
Arduino Paniccia
Globalist