I
giovani iraniani hanno capito che questa è una vera opportunità da cogliere e che Ahmadinejad non è certo l'uomo che guiderà il paese verso la normalizzazione dei rapporti con il mondo. Il problema è che in Iran non comanda l'elettorato o la piazza, ma comanda una teocrazia che raccoglie un vasto consenso tra i cittadini meno preparati e che tiene saldamente in mano tutti gli strumenti necessari a reprimere ogni insurrezione, primi tra tutti esercito e polizia segreta. La storia ci insegna che per fare la rivoluzione occorre che il malcontento sia diffuso e che interessi amplissime percentuali della popolazione.
Dalla rivoluzione russa fino al Nicaragua attraverso Cuba o il Portogallo o lo stesso Iran contro lo Scià Reza Pahlavi nel '79, la classe al potere è stata detronizzata da movimenti che rappresentarono la stragrande maggioranza della gente. Non è il caso dell'Iran di oggi, dove almeno la metà della popolazione sostiene i mullah. Se nelle città gli studenti universitari si scontrano con la polizia, nei villaggi e nelle campagne la popolazione sta dalla parte del clero e di Ahmadinejad. Ci sarebbe anche da domandarsi quale sarebbe l'alternativa all'attuale presidente:
Mussavi è stato un altro fanatico radicale, che differisce ben poco dal suo avversario politico. La mancata elezione ha probabilmente evitato all'Iran una riedizione della passata amministrazione.