I recenti avvenimenti pongono una serie di domande che ci eravamo illusi di non dover tornare a farci:
Al Qaeda è ancora all’attacco o è in difficoltà? Bin Laden comanda ancora? Chi sarà il prossimo bersaglio? Anzitutto occorre capire quali sono le priorità di Bin Laden: l’ondata di terrore mondiale conseguente il fallito attentato sul volo Northwest Amsterdam-Detroit è solo un by-product, un utile complemento al disegno strategico del signore del terrore, il cui vero obiettivo è da sempre la destabilizzazione dell’Arabia Saudita e la delegittimazione della casa regnante.
Secondo l’ultraortodosso capo di Al Qaeda, la monarchia guidata dal Re Adb Allah è indegna di governare sulla Mecca e, quel che è peggio, è addirittura alleata dell’infedele americano.
Da trenta anni Bin Laden mira alla creazione di un grande califfato che comprenda il Corno d’Africa e la penisola araba fino all’Afghanistan e la fallita impresa del ventitreenne nigeriano Umar Farouk Abdulmutallab si inserisce in un sofisticato piano architettato per trasferire lo scontro nello Yemen, un paese confinante con l’Arabia Saudita,
forzando gli USA ad aprire un secondo fronte dopo l’Afghanistan.
Le basi per questo ambizioso progetto strategico sono state gettate già all’inizio degli anni ‘80, ben quattro presidenti americani fa, quando i primi rapporti di intelligence informavano che in Sudan e nel Corno d’Africa erano attivi campi di addestramento di una organizzazione guidata da “un certo Bin Laden”. Non solo all’epoca si sottovalutò il problema, ma anche si lasciò che più tardi la situazione in Somalia degenerasse, regalando ad Al Qaeda altro territorio, che ha poi generato una pirateria sempre più audace, una florida “azienda” che versa con regolarità contante nelle casse della cupola del terrorismo. Non a caso il tutto avviene di fronte alle coste dello Yemen, che rischia, suo malgrado, di ritrovarsi nella lista nera americana dei paesi canaglia senza che il suo governo abbia fatto nulla per subire la possibile valanga di fuoco che Obama, divenuto falco, sembra intenzionato a rovesciare su quel paese.
Infatti è bastato che lo sprovveduto ragazzotto nigeriano venisse intercettato per scaraventare lo Yemen in una situazione di potenziale grave pericolo, dove un attacco USA alle basi qaediste potrebbe mettere in crisi il suo governo e tracimare oltre il confine saudita, destabilizzando l’intera regione. La finalità di chi ha istruito ed equipaggiato il nigeriano non pare essere quella di causare la morte di circa trecento passeggeri, ma piuttosto proprio quella di farlo catturare vivo, così da
farlo confessare di essere stato addestrato nello Yemen.
A questo punto il rischio è che
Obama cada nella trappola e reagisca nel modo più semplice, ovvero bombardando. Come il pugile suonato che inizia a menare pugni ogni volta che ode suonare un campanello qualsiasi, così l’America potrebbe iniziare a menare colpi senza capire esattamente chi e dove è l’avversario, mentre la sicurezza del mondo è ancora una volta affidata alla tecnologia, nella speranza che i body scanner risolvano il problema. È un approccio alla minaccia che pone troppa fiducia sul gadget tecnologico, non sarà sequestrando lo shampoo alla turista che si sconfiggerà Al Qaeda. L’America e l’Occidente così facendo continuano a reagire e non ad agire, lasciando l’iniziativa al nemico, mentre pare che l’intelligence americana dimostri la sua incapacità a gestire la situazione, sia sui fronti esteri sia in casa, dove abbiamo visto un fanatico pluri segnalato riuscire ad imbarcarsi su un volo sensibile.
Abdulmutallab è stato l’inconsapevole strumento di un piano di largo respiro, ben più grande del suo, che non solo ha riprecipitato il mondo del panico (già questo un successo), ma che crea i presupposti per far precipitare la penisola araba nel caos. Anche se l’aereo non è esploso, si tratta di una vittoria su tutta la linea per Al Qaeda, a dispetto dei buoni propositi di dialogo di Obama, che aveva dato incoraggianti segnali di apertura, manifestando l’intenzione di abbandonare le operazioni di guerra preventiva a beneficio di un approccio più diplomatico all’Islam radicale. Invece
siamo sull’orlo dell’apertura di un altro fronte e la credibilità di Obama subisce un ulteriore scacco, dopo che la mancata chiusura di Guantanamo sta già facendo pensare a molti che dopotutto questo presidente non è poi così diverso da quello precedente. Il problema è non lasciare l’iniziativa ai terroristi, ai signori della guerra o agli stati in pugno a criminali e milizie terroriste.
L’area mediterranea è un’area sensibile perché confine del califfato vagheggiato da Bin Laden (anche se non è detto che la prossima bomba debba esplodere in questa regione) e sarebbe ora che Washington si giovasse della collaborazione dei servizi segreti sud europei e nord africani, una delle chiavi per rubare la prossima mossa a Bin Laden.
Anche perché una risposta unilaterale e puramente militare alla minaccia potrebbe avere per gli Americani costi proibitivi in tempi di crisi, finendo per far schierare sul campo una frazione delle forze in effetti necessarie, compromettendo il successo e replicando il mancato successo delle operazioni in Afghanistan.