E l’antropologo della mente?

a cura di Alessandro Bertirotti

Anticipare il peggio



La rubrica di Affari "E l’antropologo della mente?", a cura di Alessandro Bertirotti

Da molti anni sentiamo affermare che le popolazioni del Nord d'Europa sono molto più civili di noi, levantini incalliti, molto simili nei comportamenti a quel gregge che non trova il proprio pastore. Nei paese scandinavi si vive diversamente e certo con una maggiore responsabilità individuale, specialmente rispetto a quel sentimento che definiamo anche noi di appartenenza alla propria nazione, alla propria patria.

Eppure, nonostante questo alto grado di "pulizia civile", le cose nonfunzionano bene da altri punti di vista, e proprio rispetto ad un tipo di relazione umana del tutto particolare e, per certi versi, persino pericolosa, come quella fra i generi, vale a dire fra i maschi e le femmine.

Ecco infatti in che cosa consiste l'attuale campagna contro la violenza di genere messa in atto dalla Norvegia

È il gioco dell'apparenza e della sostanza, considerato però in modo non proprio cartesiano, come se la sostanza fosse assolutamente invisibile, oppure avesse qualche possibilità di essere intravista anche quando la forma esteriore sembra nasconderla bene. No, direi proprio di no, almeno da quello che si puòinterpretare ed apprezzare in queste fotografie.

Ci si può volere bene, persino sposarsi, oppure convivere con lo stesso impegno intellettuale ed emozionale che richiede un matrimonio, rimanendo in prigionia anticipata sotto le violenze maschili, che tengono "per mano" quella giovane donna non ancora nelle condizioni mentali di proclamare ad alta voce il suo "no".

Quante sono le donne che, pur avendo intuito la vera e violenta identità della persona che purtroppo amano, continuano a credere che, grazie a loro, alla loro capacità di infondere amore ed emozioni, si troveranno un giorno accantonon ad un maschio violento ma ad un principe azzurro che loro credono di poter costruire giorno dopo giorno?

Sono molte, per non dire quasi tutte, perché è proprio della dimensioneeducativo-materna, credere che ogni donna che diventi madre è quasi sempre nelle condizioni di ipotecare il futuro del proprio figlio, comportandosi nello stesso modo anche con il partner. Si tratta di un imperativo biologico, antropologicamente determinato, grazie al quale ogni "scarafone è bello a mamma sua"; grazie al quale ogni madre non desisterà mai dalla convinzione che il proprio figlio, tanto maschio quanto femmina, possa cambiare e diventare meglio di quello che è in realtà.

Bene, questo tipo di atteggiamento mentale, specialmente quando si cadenella sfortunata circostanza di trovarsi di fronte una specie di bambino non cresciuto, capriccioso e dunque violento, invece di un compagno di vita, viene sempre alla luce. E, prima o poi, la femmina, che fa ancora fatica a sentirsi donna e percepirsi tale anche nella sue relazioni amorose, cade nell'idea presuntiva che con il proprio amore le avvisaglie di violenza che ha già individuato nel futuro compagno svaniranno col tempo e grazie al potere del suo affetto e della sua abnegazione.

Si tratta di un atteggiamento megalomane, esagerazione di quello più naturale educativo rivolto alla prole e che riesce quasi sempre a modificare i comportamenti negativi del figlio, mentre non può essere sempre risolutivo ed efficace quando applicato ad una persona che si ama, ma che rimane pur sempre uno sconosciuto nel suo background comportamentale.

Inoltre, nel maschio della nostra specie, il livello di attenzione all’aggressività è determinato biologicamente ed è alto, perché è utile alla difesa del territorio e della propria femmina, la madre dei propri figli. Ma questo livello di attenzione all'aggressività, determinato dalla vasopressina, è sempre modulato dall'educazione che si è ricevuta e specialmente dagli "stop" che si sono sperimentati di fronte alle prime espressioni di violenza gratuita ed incivile.

Nella nostra specie, non dovremmo dimenticarlo mai, tutto quello che è biologico si esprime culturalmente, e la pubblicità presentata all’inizio ci fa capire che l'evoluzione della nostra umanità è ancora troppo vicina alla parte più aggressiva della propria origine animale. Smettiamo di dare troppa importanza al "sentire di pancia" e rivalutiamo il "sentire con la corteccia", ossia con quella parte ragionevole del nostro funzionamento mentale.

L'AUTORE - Alessandro Bertirotti è nato nel 1964. Si è diplomato in pianoforte presso il Conservatorio Statale di Musica di Pescara e laureato in Pedagogia presso l'Università degli Studi di Firenze. È docente di Psicologia Generale presso la Facoltà di Architettura dell'Università degli Studi di Genova e Psicologia del rischio presso la Facoltà di Ingegneria di Palermo. Il suo sito è www.alessandrobertirotti.it.


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