E l’antropologo della mente?

a cura di Alessandro Bertirotti

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E l’antropologo della mente?

In questi giorni ho iniziato il Corso di Psicologia Generale presso la Scuola Politecnica di Genova che comprende, secondo le direttive della Legge Gelmini, le Facoltà di Architettura e Ingegneria. Anche in questo nuovo anno accademico gli studenti sono molti, oltre 160 ed averli tutti in una grande aula fa sempre un certo effetto, quanto meno emoziona sensibilmente.

L'età media sia aggira intorno ai ventuno anni, ripartiti più o meno equamente fra i due sessi.

Si tratta di studenti che poco sanno dei comportamenti umani, di come funziona la mente, di quanto i loro desideri influenzino la percezione del mondo e che questa, in realtà, sia una costruzione neuronale soggettiva, in grado di cambiare l'architettura della loro vita quasi costantemente.

La cosa più interessante, e sconvolgente da certi punti di vista, specialmente rispetto a quello che sentiamo spesso raccontare sulla vita scolastica dei nostri figli, è che l'intero numero degli studenti, tranne qualche sporadico caso, è stato, per esempio nella lezione di questa settimana, per ben due ore e mezza in stato di attenzione costante verso gli argomenti trattati.

Due ore e mezza non sono affatto poche per la nostre mente, direi per la mente adulta di qualsiasi individuo. È vero che loro sono giovani, e il livello delle forze che hanno è quello necessario ad affrontare una vita che purtroppo si propone sempre più complessa e difficile, ma è anche vero che, evidentemente, vi è qualche cosa di più che permette loro questa "reazione oraria".

L'argomento della lezione è stata la presentazione dei concetti scientifici e delle scoperte che fondanole basi della moderna neuroscienza. Si sono trovati dunque di fronte alle fotografie del loro stesso cervello, mentre via via spiegavo il suo funzionamento secondo diverse angolazioni, anche se l'aspetto che più interessava loro era quello legato a come sia possibile capire il comportamento umano, sia nella sua normalità quanto nella sua anormalità.

La curiosità espressa è stata evidente ad un punto tale che ha suscitato in me una serie di considerazioni che voglio condividere oggi con voi.

Innanzi tutto, cominciamo con il dire che i nostri ragazzi sono, quando compresi, ascoltati ed accolti nelle loro esigenze, decisamente formidabili perché sostanzialmente curiosi rispetto alla conoscenza di se stessi, di ciò che loro accade. Il funzionamento del cervello, la formazione della mente durante qualsiasi relazione con il mondo esterno, assieme alla capacità di comprendere se stessi e come, per esempio, si forma il sentimento di identità personale, restano temi che i nostri ragazzi bevono tutto d'un fiato. Ne hanno un bisogno quasi fisico. Desiderano capire, “intelligere” per avere quel quid di valore aggiunto che, per esempio, li differenziano dal alcuni altri individui, forse scontenti oppure abulici, che di queste cose non sentono mai parlare. A volte sono considerati persino parte di temi di cui possiamo fare a meno, perché le scienza esatte sono altre.

In secondo luogo, si sono dimostrati particolarmente interessati ed attenti, e questo è ovvio perché appartenenti alla oramai sempre più ristretta gioventù globale, ai diversi approfonditi studi che laPsicologia Generale ha condotto, durante questi ultimi anni, sulla formazione dei giudizi morali, sul ruolo dell'etica nelle società contemporanee.

Ebbene, quando  hanno cominciato a ragionare, con il mio aiuto, sulla funzione del cosiddetto "rispecchiamento" nella formazione di qualsiasi giudizio morale, si sono meravigliati (spesso esprimendo nel viso una "tenerezza infantile" quasi infinita nella sua dolcezza…) di scoprire che il nostro modo digiudicare gli altri dipende quasi interamente da quello che ognuno di noi vede rispecchiato di se stesso appunto negli altri. Quando hanno compreso che solo grazie all'altro riusciamo a sapere qualcosa di noi stessi con maggiore precisione, proprio perché vediamo nell'altro alcune parti di noi che ci accomunano ed altre che ci differenziano, hanno chiarito alla loro mente il perché di molti atteggiamenti comportamentali che mettono in pratica quotidianamente.

E come per incanto, si sono resi conto di quali sono le basi del razzismo, della violenza gratuita verso gli altri, della paura che ogni essere umano sente quando avverte di essere troppo insicuro rispetto alle aspettative della scuola e dei genitori, della megalomania che attraversa il fare di molte persone che dicono di avere a cuore le sorti di loro stessi.

Hanno compreso che il loro ruolo di giovani studenti è attivo e che possono aiutarci fortemente a  migliorare questo mondo, attraverso un impegno, anche silenzioso, che passa, in primo luogo, per la presa di coscienza della propria forza e della propria volontà.

Hanno compreso, in poche parole, che, indipendentemente dalla professione che un giorno andranno ad esercitare, quello che saranno sempre in grado di fare, con la coscienza in attività, sarà di condurre una vita quotidiana diretta ad un benessere che può essere comune solo esercitando la fatica e la costanza. E la cosa più bella è stata per me e per il mio collega Marco Saporiti, scoprire che si sono alzati dai banchi come avessero ricevuto dalla scienza, dalla conoscenza scientifica, la forza per credere in loro, nei loro coetanei del mondo intero e in quel futuro che noi abbiamo fatto di tutto per distruggere.

L'AUTORE - Alessandro Bertirotti è nato nel 1964. Si è diplomato in pianoforte presso il Conservatorio Statale di Musica di Pescara e laureato in Pedagogia presso l'Università degli Studi di Firenze. È docente di Psicologia Generale presso la Facoltà di Architettura dell'Università degli Studi di Genova e Psicologia del rischio presso la Facoltà di Ingegneria di Palermo. Il suo sito è www.alessandrobertirotti.it

 

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