E l’antropologo della mente?

a cura di Alessandro Bertirotti

La mente dipinta...

La rubrica di Affari "E l’antropologo della mente?", a cura di Alessandro Bertirotti

Quindici dipinti di pittori famosi, tutti utilizzati come pre-testi per descrivere alcuni punti di partenza che la psichiatria può utilizzare nei suoi interventi diagnostici e terapeutici. Sì, perché si tratta di un testo interessante di Alfonso Troisi, di professione psichiatra, appena uscito per i tipi di Giovanni Fioriti Editore, Roma.

La scelta dei dipinti e dei loro autori è particolarmente accurata e motivata dalla sintonia che l'autore evidenza fra l'ambiente storico- culturale nel quale l'artista vive e le proprie sensibilità, siano esse prettamente creative oppure sostanzialmente emotigene.

Prima ancora, però, di affrontare questioni più specialistiche riguardanti la psichiatria, poiché il testo ha l'intento di essere anche divulgativo, è bene soffermarsi sul concetto di cura, che Troisi spiega utilizzando un dipinto di Sir Luke Fieldes del 1887: di notte, in un ambiente disadorno, un medico è seduto accanto ad un bambino disteso in unlettuccio; il medico, dall’espressione del volto, sembra preoccupato per la sorte del fanciullo, emotivamente provato e coinvolto. Per Troisi, questo quadro rappresenta un modello di riferimento importante per colui che, sia come medico pediatra che come psichiatra, avvicina un paziente. Infatti ci riporta alla mente per contrasto due stili di intervento terapeutico decisamente opposti fra loro: colui che ordina una serie di esami, analisi e arrivederci alla prossima volta, contro colui che parla al paziente, lo ascolta, lo tocca e gli sorride, come fosse un "padre".

Siamo di fronte a quella compromissione affettiva di cui spesso parlo a lezione e nelle mie conferenze, grazie allaquale la cura diventa un cammino che il paziente compie assieme al proprio medico, non da solo ed abbandonato alla propria volontà, spesso disperata, di lottare contro qualsiasi malattia. Questo è il momento in cui il cervello emotivo, quello del sistema limbico, che riceve tutte le emozioni che scaturiscono all'interno di noi stessi o che giungonodall'esterno, si mette in azione e crea quella empatia tanto necessaria alla vita quanto importantissima per qualsiasi tipo di terapia. Essere scientifici, razionali e diagnosticare esattamente una patologia, non significa affatto abbandonare la relazione umana, definita cura, che in ogni situazione esistenziale difficile viene a crearsi tra il paziente e il proprio medico.

Vi è un altro tema che l'autore predilige: la follia, introdotta da un dipinto stupendo di Géricault. Nessun comportamento deviato o folkloristico, ma solo uno sguardo trasversale che quasi annichilisce. Vi sono due concetti fondamentali che l'autore esprime nel dipinto: a), il primo è che il concetto di salute mentale non è sinonimo di normalità statistica, tanto cara a qualsiasi pratica medica occidentale e b), il secondo, riguarda la confusione che spesso nasce tra il concetto di adattamento e quello di benessere.

Ĕ proprio qui che dovremmo tutti soffermarci a riflettere, perché diventare persone adattate, oppure adattabili, significa a volte ottenere questi risultati a scapito della propria salute mentale, ossia pagare il prezzo della follia per risultare apparentemente più adattati. La follia è solo un particolare tipo di diversità, ma non certamente quello con maggiore numero di persone coinvolte, perché è assai probabile che vi siano molti più diversi fra quelle persone che ci appaiono perfettamente adattati che non fra i cosiddetti diversi evidenti.

Ecco perché il tema della diversità è affidato da Alfonso Troisi ad un quadro di Velàzquez, nel quale di ritrae un nano di corte, vestito molto elegantemente, con un viso bello ed uno sguardo intenso e intelligente. L’espressione del volto èseria, anche se rimane difficile intuire cosa gli passi davvero per la mente.

Insomma, leggendo questo testo si ha l'occasione di ragionare con attenzione sulla relazione che esiste, spesso poco valutata, tra l'artista, le sue opinioni personali rispetto al soggetto dipinto, e l'ambiente nel quale il pittore vive, ossia lasua cultura di appartenenza della quale la sua opera è espressione. Alfonso Troisi, in modo decisamente accattivante ed interessante, ci permette di ritrovare questo importante legame tra l'artista, la sua opera e la cultura di origine, evidenziando anche la possibilità che qualsiasi dipinto diventi galeotto per gli amanti dell'arte, i quali potranno anche loro compromettersi con la patologia espressa, sia dell'artista che del soggetto rappresentato.

L'AUTORE - Alessandro Bertirotti è nato nel 1964. Si è diplomato in pianoforte presso il Conservatorio Statale di Musica di Pescara e laureato in Pedagogia presso l'Università degli Studi di Firenze. È docente di Psicologia Generale presso la Facoltà di Architettura dell'Università degli Studi di Genova e Psicologia del rischio presso la Facoltà di Ingegneria di Palermo. Il suo sito è www.alessandrobertirotti.it.


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