E l’antropologo della mente?

a cura di Alessandro Bertirotti

La scuola abbandona… altro che abbandonata!

La rubrica di Affari "E l’antropologo della mente?", a cura di Alessandro Bertirotti

Si legge su "La Stampa" del 5 gennaio 2014: "I dati sono sempre pessimi. Nel 2011/12 si sono persi 7.800 allievi, afferma l’Annuario Statistico dell’Istat pubblicato due settimane fa. La tendenza negativa è al quarto anno consecutivo. Ci sono anche segnali positivi – in dodici mesi la scolarizzazione è passata dal 90% al 93% - ma la Commissione europea ci riporta alla nostra difficile realtà: l’Italia è tra le peggiori cinque d’Europa (su 28) per abbandoni: lasciano i banchi troppo presto il 17,6% di alunni contro la media Ue del12,7%".

È una situazione decisamente sconfortante, ma penso che debba essere interpretata con attenzione e una certa dose di cautela, altrimenti rischiamo di sostenere per lo più sempre le stesse posizioni interpretative circa il fenomeno.

Dal mio punto di vista, che è sempre quello antropologico-mentale, i dati vanno interpretati in senso opposto: non sono gli studenti, oppure la famiglia, che abbandona la scuola ma dovremmo dire che è la scuola che abbandona gli studenti. Sì, e ne sonorelativamente convinto.

L'esperienza di docenza universitaria, come stabile precario, mi permette di analizzare, forse con maggiore libertà di espressione e con un'attenzione rivolta allo studente e non alla "sedia", i motivi per cui questa scuola italiana, riferendomi all'Università in questa sede, è lontana dal mondo giovanile, dalle sue esigenze e dai suoi perché.

Una sorpresa che si ripete ogni anno, quando incontro per la prima volta gli studenti del terzo anno (laurea triennale), è la risposta ad una delle mie domande, rispetto al mio Corso di Psicologia Generale che gli studenti andranno a frequentare,ossia: "Per quale motivo state studiando in questo Corso di Laurea"? E successivamente la seconda domanda: "Qual è il motivo per cui state al mondo"? Bene, sembrano due domande ovvie, e così in effetti risponde la maggioranza degli studenti, quando dichiarano che le mie domande sono banali, assurde e inutili, infatti nessuno mai si sognerebbe di farle.

Una volta bonariamente costretti a rispondere, ecco che emerge chiaramente tutta la crisi valoriale nella quale versa il nostro mondo, ma non quello scolastico. Mi riferisco a quello della vita quotidiana, del famoso buon senso che una volta circolava all'interno degli autobus quando si dava una veloce scorsa a coloro che rimanevano in piedi durante la corsa e a coloro che invece si trovavano ed essere seduti. Mi riferisco alle persone che una volta trovavi ferme al semaforo rosso in attesa del verde, rispetto ai semafori che oggi sembrano essere dei meravigliosi oggetti estetici che si colorano di verde, giallo oppure rosso. Mi riferisco, insomma, alle risposte che una volta il mondo sociale e culturale italiano riusciva a dare ai perché dei giovani, i quali oggi, pur di non incappare in una crisi totale, rifiutano persino di porsi il minimo "perché esistenziale".

È facile, direi facilissimo, in questo contesto abbandonare la scuola, ammesso che questi studenti vi siano mai effettivamente entrati. Non possiamo credere che uno studente, nel pieno del proprio vigore, trovi la ragione del suo studio in una società italiana gli offre un futuro esclusivamente improntato sul rapporto clientelare che egli stesso vede di riflesso nel mondo che vive.

Siamo diventati una società in cui tutti coloro che hanno la fortuna di non aver portato troppo a lungo qualche borsa, generalmente piena di fotocopie con documenti poco originali, hanno la sola possibilità di lasciare la scuola, le forme istituzionalizzate di insegnamento, perché sono il luogo in cui nessuna risposta al futuro viene fornita, se non quella dell'emigrazione.

Lo vedo con i miei studenti, i quali, una volta conseguita anche la laurea magistrale, si dirigono velocemente a trovare lavoro all'estero, e lo trovano subito, lavorando persino negli agriturismi, come i Fruitpicking (raccoglitori stagionali della frutta) che l'Australia richiede per la cessione di un permesso di studio e soggiorno che sia valido due anni.

Ebbene, questi studenti raccolgono la frutta, in Australia, non certo in Italia, pur di rimanere in una nazione dove per studiare ed andare all'Università ci vogliono migliaia di dollari! Come mai? Forse perché la frutta che raccolgono è la stessa frutta che mangiano e con la quale si possono permettere di ottenere il permesso di costruire un futuro di cui possono essere artefici e che quindi sentono loro.

Nessuno abbandona le cose che non abbandonano, e per questo nella nostra Italia vi sono molte fughe di giovani all’estero. Quando avremo uno stato che ama i propri cittadini, senza renderli sudditi di inique tasse per mantenere i propri aguzzini, allora avremo pochi abbandoni scolastici e più investimenti nella propria terra.

Oggi l’Italia è in mano ad anti-italiani.

L'AUTORE - Alessandro Bertirotti è nato nel 1964. Si è diplomato in pianoforte presso il Conservatorio Statale di Musica di Pescara e laureato in Pedagogia presso l'Università degli Studi di Firenze. È docente di Psicologia Generale presso la Facoltà di Architettura dell'Università degli Studi di Genova e Psicologia del rischio presso la Facoltà di Ingegneria di Palermo. Il suo sito è www.alessandrobertirotti.it.


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