E l’antropologo della mente?

a cura di Alessandro Bertirotti

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E l’antropologo della mente?

Leggiamo molto spesso che stiamo vivendo in un'era dedicata alla comunicazione, che consente una grande facilità di spostamenti da una zona geografica all’altra anche se molto distanti fra loro.

Non possiamo negare certamente che questo sia vero, come sembra altrettanto vero che nonostante questa facilità di comunicazione le persone si sentano sempre più sole. Si tratta forse di uno dei paradossi più significativi della nostra epoca, perché tanto più risulta facile entrare in comunicazione con le altre persone tanto più queste stesse persone si trovano a vivere in uno stato interiore che potremmo definire di abissale e incolmabile solitudine.

In altre parole, quanto più diventa facile stare insieme agli altri tanto più risultiamo incapaci di guardarci dentro e di convivere e comunicare con la nostra interiorità. Noi sappiamo che in questo mondo non siamo soli, eppure ci sentiamo profondamente soli.

Dal mio punto di vista, quello della Antropologia della mente, una delle cause di questa situazione risiede nella nostra incapacità ad utilizzare il Tempo secondo una progettazione positiva. Per imparare a stare da soli, oa convivere con la propria solitudine, è necessario smettere di correre, abbandonando l'idea che dobbiamologorare a tutti i costi le cose che incontriamo, come se dovessimo fagocitare il mondo intero e i rapporti chestabiliamo con le persone.

Per non consumare il mondo e le persone dobbiamo fermarci, come se fossimo di fronte ad uno specchio concui stabilire un rapporto di riflessione, grazie al quale possa emergere la nostra nudità, la nostra interiorità, in tutto il suo valore positivo e negativo insieme.

Certo, per fare tutto questo dobbiamo mirare alla qualità dei rapporti e non alla quantità, sapendo che non vinciamo nessuna gara se su facebook abbiamo 10.000 amici, ma non siamo nelle condizioni di gestire le nostre delusioni, i nostri desideri e la fatica che ogni scopo prefissato richiede per essere raggiunto.

Si tratta in sostanza di abbandonare il consumerismo che è la declinazione peggiore del consumismo, perché non lascia spazio alla accettazione della differenza che si incontra quando si sta insieme alle persone. Ilconsumerismo, come dice la parola, consuma, fagocita e digerisce senza aver compreso gli ingredienti dellarelazione.

È proprio con questa mania di voler ingoiare tutto quello che incontro incluse le persone, che alimento in me la percezione di sentirmi solo, avendo fatto indigestione di individualismo ed egoismo.

Ma tutto questo non dipende da noi perché ci hanno abituato a comprare per possedere quello cheacquistiamo; ci siamo convinti che possiamo fare altrettanto con le persone, diventando così sempre più gelosi dell'altro, senza capire che il vero sviluppo della specie dipende dallo sviluppo del singolo in mezzo agli altri e dagli altri che si rispecchiano nel singolo.

Siamo ad una svolta epocale per l’intera umanità e sarebbe auspicabile rendercene conto, con maggioreconsapevolezza ed umiltà.

L'AUTORE - Alessandro Bertirotti è nato nel 1964. Si è diplomato in pianoforte presso il Conservatorio Statale di Musica di Pescara e laureato in Pedagogia presso l'Università degli Studi di Firenze. È docente di Psicologia Generale presso la Facoltà di Architettura dell'Università degli Studi di Genova e Psicologia del rischio presso la Facoltà di Ingegneria di Palermo. Il suo sito è www.alessandrobertirotti.it

 

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