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Economics
di Francesco Laforgia
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Meno Stato, più regole

Sabato 04.10.2008 13:37
di Francesco Laforgia

La libertà di mercato è alla base di una società pluralista ed è parte integrante della forza di una democrazia. E’ l’insufficiente e cattiva regolazione dei mercati, il problema. E’ a partire da qui che si sono moltiplicati i rischi di instabilità finanziaria. Ed è qui che bisogna cambiare: non un generico “più Stato”, ma un intervento pubblico che affermi regole contro discrezionalità, e proprio grazie a questa distinzione, e non più vicinanza che diventa intreccio, tra politica e interessi privati, chiamarsi invece a muoversi in un quadro chiaro e certo”.

E’ un passaggio dell’intervento di Walter Veltroni sul Sole24Ore del 4/10. Quando penso al Riformismo (parola di cui tutti spesso si riempiono la bocca), penso a parole come queste, quindi alla necessità di declinarlo concretamente. Indicando come sciogliere alcuni nodi che riguardano il rapporto tra Stato e Mercato ai tempi della globalizzazione.

Molti di questi nodi stanno venendo al pettine. E la crisi che colpisce i mercati finanziari e che rischia di contaminare l’economia reale è uno dei grovigli bloccati tra i denti stretti di paesi che non sanno esattamente come reagire. O meglio, alcuni lo sanno e stanno perseguendo una precisa strategia. Il piano Paulson appena approvato dal Congresso degli Stati Uniti è una possibile via di uscita. Ma che nasce in un contesto particolare di democrazia economica e che rischia di provocare un grosso guaio per la carica “pedagogica” che il piano stesso contiene.

Cioè l’intervento massiccio dello Stato in economia per riparare ai danni (più che ai fallimenti) di mercato rischia di fare proseliti anche tra paesi (come l’Italia) che non hanno una struttura economico-finanziaria nemmeno paragonabile a quella degli USA. Paradossalmente, la crisi americana nasce da un eccesso di democrazia (i soldi li prestano a chiunque e conta molto l’elemento progettuale dell’investimento più che le garanzie reali). In Italia, come sanno ad esempio tanti piccoli o potenziali imprenditori, le banche prestano i soldi a chi li ha già.

In un paese come il nostro, dove il rapporto tra sistema bancario e mondo produttivo è spesso opaco e incestuoso, dove l’intreccio tra politica e interessi privati è già enorme e dove ci sono lavoratori di serie A, che godono di ammortizzatori sociali e lavoratori di serie B, come il milione e settecentomila disoccupati che non godono di alcuna rete di protezione ( il riferimento alla vicenda Alitalia è puramente voluto e non è l’unico possibile), prospettare, come fa il governo in carica, la via di un massiccio intervento pubblico in economia vuol dire creare ulteriori danni al paese.

E’ la via non della creazione di una quadro di regole, ma di un decisionismo dello Stato che rischia di frustrare le istituzioni e la democrazia parlamentare. E’ la via non della liberazione delle energie di mercato ma la vittoria della logica clientelare. Da un governo che vuole passare alla storia per la realizzazione del federalismo, ci aspettiamo di ascoltare altre parole. Il rischio è che anziché riparare ai fallimenti di mercato, si moltiplichino quelli dello Stato.

f_laforgia@libero.it


tags: economia

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