Di Francesco Laforgia
Un recente studio dell’Università Bocconi ha messo in relazione titolo di studio e aspettativa di vita. Il risultato è sorprendente: chi ha un titolo di studio basso (licenza elementare o media) vive meno di chi ha conseguito una licenza superiore o una laurea, in media da 7,5 a 5,5 anni in meno in relazione alle classi di età, se è uomo, e da 6,5 a 5,3 se donna. Il dato è interessante perchè chi ha mai sentito pronunciare, dai propri genitori, la frase “studia perché cosi vivi più a lungo”? Nessuno credo. Al più quello che molti di noi hanno spesso ascoltato dai propri cari, preoccupati per il futuro dei loro figli, è stato: “studia perché cosi andrai avanti, farai meglio di noi e avrai un ruolo nella società”.
E molti sono cresciuti con il mantra dello studio e dell’ascesa sociale, con l’idea che la fatica del sapere sarebbe stata compensata con grandi gratificazioni, materiali e spirituali. O quantomeno, con la soddisfazione di essere usciti dallo status di riferimento per conquistarne un altro, più elevato. L’epoca delle passioni tristi (che è anche il titolo del bel libro di due psicanalisti francesi, Miguel Benasayag e Gerard Schmit), ci consegna però una realtà diversa, la delusione che il meccanismo del “più sai e meglio vivi”, non funziona, si è inceppato. E non vale più né nel rapporto tra generazioni (non stiamo meglio di quanto stessero i nostri padri) né all’interno delle generazioni, sempre più segmentate tra chi ha già la pappa pronta e chi non ce l’ha e resta intrappolato nella condizione sociale d’origine.
I dati della Banca d’Italia parlano chiaro: il 53 % degli italiani resta ai nastri di partenza, cioè nella classe sociale d’appartenenza, il 16 % fa un lavoro più dequalificato di quello di suo padre (il 22% tra i figli del ceto medio) e quasi metà dei professionisti (avvocati, architetti etc) fa fare ai propri figli lo stesso lavoro. A rendere il quadro più triste, appunto, c’è anche un rapporto dell’Istat che sostiene che un terzo dei laureati italiani non utilizza il proprio titolo. Il suo valore? Quello di un pezzo di carta incorniciato e appeso nel salotto dei genitori. E allora cosi proprio non va. Bisognerebbe rendersi conto che gli aerei a terra, le infrastrutture ferme, le riforme bloccate non sono la causa ma la conseguenza di un modello inceppato che così non può ripartire. L’effetto di un sistema fondato sulla sospensione delle regole, della concorrenza, della meritocrazia. Di un paese del tanto “qualcuno pagherà”, dello scarica barile, delle responsabilità di tutti e di nessuno. Di un modello nel quale se studi puoi vivere più a lungo ma fai una vita da cani. Ripartire da qui, da questa drammatica consapevolezza, non sarebbe affatto male.
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