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La strage avvenuta a Suruç, che ha causato la morte di 32 ragazzi e il ferimento di un centinaio, sconvolge e lascia attoniti: sul piano umano ed emotivo la prima reazione è di sconcerto e di rabbia. Ma per capire il significato e le implicazioni di questo attacco bisogna soffermarsi più da vicino sulle sue caratteristiche: sul responsabile, sulle vittime, sul contesto.

L'attentatore è stato identificato in Seyh Abdurrahman Alagozk, uno studente turco di 20 anni, legato all'ISIS. La mente corre subito a Anders Behring Breivik, il giovane estremista norvegese autore del massacro di Utøya, dove persero la vita 69 giovani attivisti della formazione giovanile del Partito Laburista Norvegese e 110 vennero feriti.

Infatti anche in questo caso bersagli dell'attentato sono stati i giovani militanti di una formazione politica giovanile di sinistra, la Federation of Socialist Youth Associations (SGDF). Questi giovani si erano riuniti per organizzare azioni di aiuto alla ricostruzione di Kobane, la città del nord della Siria, vicina al confine turco e a Suruç dove la resistenza curda è riuscita a respingere l'attacco delle truppe dell'ISIS.

L'episodio suscita molteplici riflessioni. Nell'immediato, la strage di Suruç ci richiama alla necessità di prendere sul serio la minaccia dell'ISIS, sfida che anche l'Europa dovrebbe raccogliere con maggiore impegno. Il caso dell'attentatore turco e il fenomeno dei foreign fighters testimoniano la capacità di presa anche ideologica e culturale che questa organizzazione è in grado di esercitare su frange delle giovani generazioni. Per questo l'impegno sul piano militare deve essere affiancato da una più generale strategia politica e culturale di contrasto all'estremismo. Occorre rafforzare la coalizione internazionale contro lo Stato Islamico, superando le reticenze e le ambiguità che rimangono in diversi dei suoi membri, tra cui la stessa Turchia. La recente entrata in guerra turca avviene dopo un lungo periodo di esitazioni che hanno sollevato forti critiche verso Erdogan e Davutoglu, anche per la facilità con la quale i foreign fighters potevano attraversare il paese per giungere in Siria. Questo attentato è senz'altro un ulteriore segno dello scarso impegno del governo turco nel contrasto all'estremismo.

Ma questa strage può anche essere lo spunto per riflessioni più generali. L'attentato rende chiaro, come ad Utøya, che i giovani militanti socialisti, interessati e impegnati in politica rappresentano agli occhi degli estremisti un bersaglio privilegiato: mettono infatti in discussione con la loro stessa esistenza il loro disegno di radicalizzazione. La formazione, in prospettiva, di nuove classi dirigenti animate da una visione di cambiamento reale e progressivo, è l'unica soluzione duratura per sconfiggere l'estremismo e per rimuovere le cause che conducono, nel Medio Oriente ma non solo, alla cronicizzazione del conflitto.

Da questo punto di vista la sfida che l'ISIS lancia è una sfida che, come dicevo, si gioca anche sul piano culturale. Con la produzione di video accuratamente confezionati, con la propaganda via internet, con le sue riviste, l'ISIS cerca di lanciare, per quanto aberrante possa sembrare, una “proposta” politica, ideologica ed estetica rivolta in primo luogo ai giovani e fondata sull'estremismo e su un'opposizione apparente ai valori della modernità capitalistica dell'Occidente, un'opposizione che in realtà assume tutte le tecniche del “nemico”.

La strada per il contrasto a questa via della radicalizzazione, di cui l'ISIS rappresenta l'esponente più visibile ma non certo l'unico, passa per la costruzione di un nuovo internazionalismo, che miri a diffondere nelle nuove generazioni valori diversi e sopratutto l'idea che il cambiamento reale è possibile solo attraverso l'impegno politico, attraverso la costruzione nel tempo di un'idea diversa di società. All'idea che “non ci sono alternative” se non un'azione violenta e in ultima analisi sterile, va contrapposto l'impegno per la creazione reale di un'alternativa, costruita attraverso un dialogo che supera i confini, le contrapposizioni spesso artificiose e mira a costruire una cultura comune, capace di togliere il terreno da sotto i piedi all'estremismo. Questo è quello che cercavano di fare i ragazzi di Suruç e di Utøya. Questo temono i loro assassini e quelli che li ispirano. Per questo bisogna continuare sulla loro strada, facendo in modo che le loro idee continuino a vivere.

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