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L'attentato avvenuto a Istanbul martedì 11 gennaio si inserisce in uno scenario internazionale nel quale fatti simili sono diventati tristemente frequenti. Gli avvenimenti di Parigi sono l'esempio di un salto di qualità nelle attività terroristiche che gruppi e individui riconducibili all'ISIS dispiegano fuori dal terreno del conflitto bellico diretto. In questo caso l'attentato avviene in un contesto già estremamente complesso, come quello turco, nel quale vengono a convergere molte delle partite che si stanno svolgendo a livello regionale e globale.

È in gioco la stessa posizione del presidente Erdogan, che, per quanto rafforzata dal risultato elettorale del 1 novembre, appare estremamente complessa, in quanto risultante dall'equilibrio di molti interessi tra loro contrastanti. Sia sul fronte interno che su quello estero il presidente turco si scontra con le formazioni curde (Pkk e Ypg), cercando di evitare che il loro eccessivo rafforzamento, dovuto anche all'efficace lotta che stanno conducendo contro l'Isis, porti a tentazioni indipendentiste o comunque  ad una, dal suo punto di vista, eccessiva autonomia.

A questo tema, che rimane il principale interesse nell’agenda di Erdogan, si lega il variabile impegno (inizialmente assai scarso) nel contrasto dello Stato Islamico. A questo proposito l'ambiguità della Turchia è ben nota: formalmente impegnata, in quanto membro della NATO, nella lotta contro Daesh, in realtà è stata per molto tempo territorio di passaggio relativamente agevole per i foreign fighters, ha probabilmente commerciato petrolio con l’organizzazione terroristica stessa, ed è stata infine alquanto inefficace nell’opporsi militarmente ad essa, essendo piuttosto l’obiettivo principale di Erdogan in Siria, oltre ai già menzionati curdi, il regime di Bashar al-Assad.

Di recente tuttavia l'impegno turco nei confronti dello Stato Islamico aveva acquisito una diversa energia, con l'obiettivo strategico di acquisire il controllo di aree vicino al confine, per evitare la saldatura tra i due principali territori occupati dai curdi nel nord della Siria. È possibile dunque che una delle ragioni che stanno dietro all'attacco terroristico dell'11, inizialmente attribuito esclusivamente all'Isis, sia il venir meno dell'atteggiamento di sostanziale compiacenza tenuto finora dalla Turchia.

Nei giorni successivi all’attacco, però, è stato chiamato in causa dalle autorità turche e dalla stampa governativa l'altro grande attore di questo scenario, cioè la Russia. Impegnata sullo scacchiere siriano contro l'Isis e a fianco di Assad, la Federazione Russa è entrata via via maggiormente in conflitto con la Turchia, fino all'episodio dell'abbattimento del bombardiere Sukhoi Su-24, che Ankara ha giustificato con lo sconfinamento nel proprio spazio aereo (circostanza negata da Mosca). Le accuse a Putin di essere un “mandante occulto” dell'attentato, mosse nemmeno tanto velatamente dal premier turco Davutoglu, rischiano di far salire ulteriormente la tensione, in un contesto internazionale già teso.

Per quanto riguarda invece la questione del rapporto tra Turchia e Unione Europea, il più importante capitolo aperto riguarda la questione dei migranti. Ankara ha accolto più di 2 milioni di profughi e ha stretto un accordo con Bruxelles che prevede l'erogazione di 3 miliardi di euro. Da questo punto di vista una relativa stabilità della situazione turca è cruciale per l’Europa, anche se rimangono molte perplessità sul rispetto dei diritti umani da parte del governo di Erdogan.

Lo ha rilevato la Commissione Europea nel capitolo dedicato alla Turchia contenuto nel rapporto sui paesi candidati all'adesione Ue, uscito dopo le elezioni di novembre appositamente per non interferire con il dibattito elettorale, scelta che ha provocato svariate perplessità e critiche anche da noi parlamentari europei. Il rapporto riscontra gravi carenze sul piano dei diritti umani, importanti battute d'arresto per quanto riguarda la libertà di espressione e una tendenza negativa rispetto allo stato di diritto. L'ipotesi di un ingresso nell'Unione Europea rimane per ora relegata in un futuro indeterminato. Tuttavia per molti dei dossier più scottanti, come la lotta al terrorismo e la questione migranti, la Turchia rimane per l'Europa un interlocutore che non può essere ignorato.

È per questo che non si può che guardare con preoccupazione ad un episodio che rischia di rendere più difficile e caotica la situazione nel paese, non solo per i contraccolpi che potrebbe causare al turismo, importante settore dell'economia della Turchia, ma anche per il possibile incremento del già elevato tasso di conflittualità interna, a cui lo stesso Erdogan contribuisce con le sue azioni. 

In generale, occorre porre termine al progressivo slittamento sul pericoloso piano inclinato del conflitto che si sta progressivamente compiendo nel quadrante mediorientale, con nuovi scontri che si aprono ogni giorno. Su questo deve concentrarsi anche l’azione diplomatica e politica dell’Unione Europea, prendendo atto e intervenendo sulla rottura degli equilibri politici mediorientali e delle formazioni statuali dello scorso secolo.

A livello comunitario l’azione dell’Alto Rappresentante Federica Mogherini va in questa direzione, come testimonia il lavoro incessante in queste ore e giorni sulla Libia, altro scenario di grande preoccupazione anche per i paesi confinanti come ho potuto rilevare anche in una recente visita in Tunisia. E’ ugualmente necessaria una maggiore coesione negli interventi diplomatici e militari da parte degli Stati membri, grazie alla quale l’Unione potrebbe giocare un ruolo cruciale nel favorire il superamento di questa fase di incertezza, contribuendo a stabilizzare un nuovo assetto per la regione. La sicurezza, il rispetto dei diritti umani e la stabilità politica dei paesi ai confini dell’Europa sono la garanzia di mantenerli intatti anche nel nostro continente.

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