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Nel lungo elenco dei dossier problematici che l'Unione Europea deve affrontare, la questione dei rifugiati ha assunto, negli ultimi anni, una posizione centrale, diventando per molti aspetti emblematica della complessità delle sfide che ci troviamo a fronteggiare.

L'ultimo capitolo di questa vicenda è stato scritto con il vertice informale straordinario dei capi di Stato e di governo dell'UE, conclusosi nella notte di lunedì 7 marzo. In questo contesto, l’atteso nuovo accordo tra Unione e Turchia si è presto trasformato in un'intesa di massima su alcuni punti, che dovrà essere perfezionata teoricamente domani.

La difficoltà di giungere a una sintesi segnala, ancora una volta, tutti i limiti del metodo intergovernativo, una prassi che ha finito negli ultimi anni per assumere un'importanza eccessiva nell'ambito della politica europea per via della prevalenza del Consiglio.

Se veniamo, poi, ai contenuti della bozza, non si possono tacere alcune preoccupazioni che sollevano.

In primo luogo, la cifra destinata alla Turchia per la gestione dell'emergenza migranti dovrebbe essere raddoppiata, passando da 3 a 6 miliardi. A questo proposito, è difficile sfuggire all'impressione che i tre milioni di rifugiati presenti sul suolo turco vengano in parte usati da Ankara come arma negoziale nei confronti della controparte europea.

A fronte di tale maggiore esborso, la Turchia si dichiarerebbe pronta ad accogliere i migranti “economici” arrivati in Grecia dalla stessa Turchia e parte dei siriani che avrebbero diritto allo status di rifugiato. In cambio di ciascuno di questi ultimi, Ankara invierebbe in Europa un rifugiato siriano già presente sul proprio territorio - che dovrebbe essere poi trasferito in uno degli Stati membri - secondo uno schema 1:1. E qui veniamo a un'altra criticità: il meccanismo di ricollocamento, formalmente approvato, non è mai decollato, anche per la continua opposizione del gruppo di Paesi dell'Europa dell'Est indicati come “gruppo di Visegrád”. Non solo il necessario e auspicato superamento del sistema di Dublino - che prevede che ogni richiedente asilo debba presentare la domanda nel Paese in cui avviene il primo ingresso nell'Unione - verso un meccanismo più equo di ripartizioni dei migranti non è ancora divenuto realtà, ma le stesse ricollocazioni straordinarie, decise nel mezzo della crisi migratoria, sono finora rimaste lettera morta. Ciò ci riconduce all'insostenibile prevalenza degli interessi nazionali a discapito di una logica comunitaria, che sola sarebbe in grado di garantire una gestione efficiente dell'emergenza e una soluzione duratura del problema.

La questione presenta un altro aspetto preoccupante: se l’ipotesi di accordo venisse confermata, il ruolo della Turchia come partner cruciale nella gestione della crisi migratoria risulterebbe ulteriormente rafforzato, nonostante i molti dubbi che ancora sussistono sul rispetto dei diritti umani nel Paese. Le recenti vicende relative alla libertà di stampa non possono che aggravare tali perplessità. A questo proposito, il comunicato finale del Summit si limita a riferire che "i capi di Stato e di governo hanno anche discusso con il primo ministro turco della situazione dei media in Turchia".

Attualmente mi sto occupando di seguire in Commissione Esteri il Regolamento che istituisce una lista comune europea di Paesi terzi considerati “sicuri” nel trattare le domande di asilo, in cui la Commissione europea propone di inserire la Turchia. Anche qui, si ripresentano le stesse delicate questioni. In particolare, oltre a quanto detto sopra, preoccupa il conflitto armato in corso nel Sud-Est del Paese tra le forze di sicurezza e i curdi del PKK, che sta provocando molti morti, anche tra i civili, e migliaia di sfollati.

Tornando alla bozza di accordo UE-Turchia, il tema del rispetto dei diritti umani da parte di Ankara è rilevante anche in relazione all'ultimo punto della proposta, ovvero l'impegno a far ripartire il negoziato per l'adesione turca all'Unione Europea, arenatosi, tra le altre ragioni, proprio per i problemi aperti in questo ambito. Anche alla luce di casi come quello della Polonia, in cui le recenti decisioni del nuovo governo sembrano configurare una violazione dei principi dello Stato di diritto, occorre estrema attenzione sotto questo profilo nella valutazione dei paesi candidati.

L'accordo presenta, insomma, diverse criticità, alle quali bisognerà dare risposta. Come ha affermato il presidente del Gruppo dei Socialisti e Democratici nel Parlamento europeo Gianni Pittella, l'intesa con la Turchia può essere senz'altro uno strumento utile per gestire la crisi migratoria, ma non dev'essere conclusa a ogni costo. Soprattutto, non devono essere sacrificati, sull'altare delle convenienze immediate, i valori fondanti della comunità europea. Proprio per riaffermare questi principi con un gesto simbolico significativo, il Gruppo dei Socialisti e Democratici ha organizzato per oggi una manifestazione a Bruxelles, insieme a numerose associazioni e realtà della società civile europea, contro i muri degli egoismi nazionali e per una soluzione davvero comune delle crisi che ancora attanagliano il continente europeo.

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