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La notizia del referendum greco è stata per tutti un fulmine in un cielo già molto annuvolato. Si tratta di un episodio che richiama alla mente l'analoga decisione dell'allora premier greco Papandreou che, in uno dei momenti più neri della crisi nel 2011, propose una consultazione popolare sui termini dell'accordo che aveva negoziato con Unione Europea, Fondo monetario Internazionale e Banca Centrale Europea. Le somiglianze sono in realtà limitate: se Papandreou aveva già accettato un accordo che chiedeva ai suoi cittadini di ratificare, Tsipras non ha invece accolto le proposte dei creditori e Syriza ha espresso l'intenzione di fare campagna per il no.

Se era noto che le distanze tra le due parti sono sempre state significative, certo questa mossa giunge inaspettata e contribuisce a rendere la situazione davvero drammatica e complessa.

Come si è giunti a questo punto? Sicuramente parte della responsabilità grava sui creditori del Brussels Group (la “ex” Trojka) che, rigettando l'ultima proposta del governo greco, una proposta che conteneva molte concessioni, hanno voluto assumere posizioni rigide su questioni controverse come la riforma dell'IVA, la contrattazione collettiva, la riforma delle pensioni e la tassazione. Da parte sua, Tsipras, messo all'angolo, ha risposto con una mossa azzardata che, se da un lato può essere comprensibile, dall'altro presenta forti rischi e ambiguità e ci porta in una terra incognita.

Il primo problema, al di fuori di ogni considerazione di merito, sta nell'incertezza sull'oggetto reale della consultazione che è stata indetta: il referendum chiede infatti ai cittadini greci di pronunciarsi sul testo dell'accordo illustrato il 25 giugno da UE, BCE e FMI all'Eurogruppo. Il problema è che tale proposta sarà, alla data del referendum, non più valida e dunque la materia della consultazione popolare rimane quanto mai dubbia. Non si chiede infatti ai greci di pronunciarsi su un accordo già firmato e non si chiede nemmeno se proseguire le negoziazioni: l'oggetto in questione in questa votazione rimane del tutto incerto e finisce per scaricare sulle spalle dei cittadini la responsabilità di una scelta angosciosa e ambigua.

Da questo punto di vista la scelta di Tsipras può essere letta come un atto di debolezza politica: stretto tra le divisioni interne al suo partito e al suo paese e non in grado di prendere una decisione netta di accettazione o di rigetto della proposta dei creditori, cerca invece una sanzione e una rilegittimazione attraverso il voto popolare.

Tuttavia il prezzo di questa nuova sanzione potrebbe essere alto: i contorni confusi del quesito permettono infatti ogni sorta di speculazioni e interpretazioni divergenti da parte dei diversi attori nazionali ed europei. Il maggiore elemento d'incertezza è ovviamente quello relativo alla permanenza della Grecia nell'euro. Da più parti si avanza ormai la tesi che l'argomento reale del referendum sia l'eventualità della cosiddetta “Grexit” e il ritorno alla dracma.

Ritengo che questa ipotesi debba essere respinta con forza e lo scenario di un'uscita dall'euro della Grecia vada assolutamente scongiurato. Condivido la posizione del Presidente del gruppo S&D Gianni Pitella, che si debba continuare a lavorare per una ripresa dei negoziati e per un accordo e giudico di grande importanza lo sforzo da lui profuso per convocare un summit straordinario, come anche l'impegno da parte di Juncker per raggiungere un'intesa in extremis. Lo scenario di un compromesso soddisfacente consentirebbe, nell'ipotesi migliore, di evitare il ricorso al referendum.

In alternativa potrebbe essere modificato il quesito della consultazione in modo da permettere al governo ellenico e a Syriza di chiedere ai greci una conferma del nuovo accordo raggiunto, sostenendo le ragioni del sì. In entrambi i casi la carica esplosiva della decisione di Tsipras sarebbe spenta. Viceversa, il referendum così com'è ora apre infatti il campo a strumentalizzazioni politiche e ad una radicalizzazione delle posizioni molto pericolosa.

Se nonostante tutto non si riuscisse ad evitare o a modificare i termini della consultazione, questa non deve comunque essere interpretata, qualunque sia il suo esito, come una pietra tombale sulle trattative, o come portatrice di conseguenze irrevocabili.

Bisogna allora mettere in campo un impegno moltiplicato per evitare di lasciarsi trascinare dalle tendenze disgregative.

I sentimenti di offesa, espressi dal governo greco, o di delusione, formulati da Juncker, sono comprensibili in una situazione drammatica come quella attuale, ma devono essere messi da parte per un vero ritorno in campo di una politica capace, senza fuggire le proprie responsabilità, di perseguire un compromesso alto e duraturo.

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