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"Per continuare con la pressione politica e diplomatica nei confronti dell'Egitto ho sottoscritto l'appello di Luigi Manconi ai 'giovani contemporanei' a non recarsi in Egitto fino a che il governo non avrà mostrato una reale volontà di cooperare e un impegno concreto per i diritti umani e civili".

Su Affaritaliani.it la nuova puntata della rubrica 'EurHope, speranze e progetti per una Giovane Europa' di Brando Benifei, uno dei più giovani eurodeputati del Parlamento europeo

 

Sono passati ormai poco più di tre mesi dal ritrovamento del corpo senza vita di Giulio Regeni in un fosso al margine di un'autostrada alla periferia del Cairo, cadavere martoriato da innumerevoli segni di tortura. In questo tempo che è trascorso la verità non sembra, purtroppo, essersi fatta più vicina e ci troviamo oggi come allora a chiedere con forza che sia fatta luce su questa oscura vicenda.

Pretendiamo di sapere come sia stato possibile che un giovane ragazzo di 28 anni, italiano, studente di prestigiose università europee, sia morto in una maniera così atroce. Ho sollevato queste questioni con durezza quando, il 12 aprile, ho avuto l'occasione di incontrare la delegazione del neoeletto Parlamento egiziano in visita a Strasburgo: ricevere delle risposte attendibili su questa vicenda e, in generale, sul tema della difesa dei diritti umani e della tutela delle libertà fondamentali, è una precondizione indispensabile per ogni altro tipo di cooperazione.

Da questo punto di vista la situazione dell'Egitto del generale Al-Sisi presenta molti elementi di criticità: i metodi impiegati, anche nel passato, da figure come quella del generale Khaled Shalaby, un uomo con un ruolo molto rilevante nei servizi di sicurezza del Paese e più che sfiorato da sospetti riguardanti il caso Regeni, ci ricordano pagine delle dittature più spietate.

Inoltre, la ricostruzione della reale dinamica dei fatti, sembra essere stata ostacolata fin dall'inizio dalla riluttanza da parte delle autorità egiziane a fornire le informazioni richieste, dai tentativi di fornire versioni di comodo e da veri e propri depistaggi, forse orchestrati da parti dei servizi egiziani, facendo sì che le indagini, guidate, da parte italiana, dal magistrato Pignatone, procedano  con grande difficoltà. Anche l’ultimo incontro fra gli investigatori italiani ed egiziani di pochi giorni fa sembra aver portato a modestissimi progressi.

In questo quadro il governo italiano ha preso una posizione forte e condivisibile, pur in una situazione difficile. Bisogna infatti ricordare che l'Italia aveva stretto un legame molto forte e preferenziale con l'Egitto, considerato un partner indispensabile per combattere il terrorismo e per stabilizzare una regione che tuttora, dalla Libia, alla penisola del Sinai, alla Siria, versa in una situazione di grande incertezza. Anche in sede europea il governo italiano aveva sostenuto la necessità di cooperare estesamente con l'Egitto su tutti i principali dossier, dai migranti al terrorismo, allo sviluppo economico, nel quadro di una giusta strategia che mira a spostare l'attenzione dell'Europa verso il Mediterraneo, per non trattare i problemi dell’area solo in una logica emergenziale, ma per dare loro una soluzione di lungo periodo.

Tuttavia, di fronte ad un caso così grave e alla persistente non cooperazione da parte egiziana, l'Italia ha giustamente assunto una posizione molto ferma e decisa, che è arrivata fino al richiamo dell'ambasciatore italiano al Cairo a Roma per consultazioni. Una decisione molto pesante, che però è necessaria e condivisibile, non solo per il desiderio di giustizia e di verità per Giulio, ma anche per il rispetto che si deve al nostro Paese, che non può accettare che un proprio cittadino, autore di ricerche sui sindacati indipendenti egiziani, venga torturato e ucciso in maniera atroce, accettando verità di comodo come quella di una rapina, incompatibile con le sevizie subite dal giovane studente.

Purtroppo, come ha affermato pubblicamente il ministro Gentiloni, la reazione dell'Egitto a questa forte presa di posizione italiana è stata finora “assolutamente inadeguata”. La collaborazione dei magistrati egiziani continua ad essere deludente, mentre il generale Al-Sisi ha scagionato i servizi segreti da ogni responsabilità. Anche la recente dichiarazione del vicepresidente del Parlamento egiziano Soliman Wahdan, che ipotizzava che Regeni fosse una spia, è un segno che da parte dell’establishment egiziano ancora manca la volontà di portare a galla la verità, per interessi diretti o per negligenza.

Un'altra notizia negativa è stato l'arresto del consulente della famiglia Regeni, Ahmed Abdallah, presidente del consiglio di amministrazione della Commissione egiziana per i diritti e le libertà, caso su cui io stesso ho presentato un’interrogazione parlamentare all’Alto Rappresentante Federica Mogherini per chiedere un intervento diretto sulle autorità egiziane.

Fa bene il ministro Gentiloni a pretendere una collaborazione seria come condizione per il ritorno alla normalità delle relazioni, non esistono scorciatoie rispetto a questa prospettiva e chiaramente la la forte presa di posizione italiana ha bisogno di essere sostenuta e condivisa a livello europeo. Nel mese di marzo il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione molto dura che ha avuto molto rilievo nei media della regione sui diritti umani in Egitto e il caso di Giulio Regeni, successivamente mercoledì 13 aprile quasi tutti gli europarlamentari italiani (mancava ahimè Matteo Salvini) hanno realizzato un sit in per chiedere verità per Giulio, e attualmente la Commissione Europea sta valutando ulteriori azioni che l'Europa potrebbe intraprendere per fare pressione sull'Egitto.

Per continuare con la pressione politica e diplomatica ho sottoscritto, assieme ad altri 90 europarlamentari, un appello di Luigi Manconi ai “giovani contemporanei” a non recarsi in Egitto fino a che il governo non avrà mostrato una reale volontà di cooperare e un impegno concreto per i diritti umani e civili.

Bisogna tuttavia dire che per ora la solidarietà degli altri paesi non è unanime: giovedì 14 aprile il New York Times, in un editoriale, ha lodato il modo di agire dell'Italia, stigmatizzando al contempo il comportamento di chi, come la Francia di Hollande, formalmente si interessa del caso ma nel frattempo firma contratti per la fornitura di armi, offrendo una sponda ulteriore al regime egiziano che può più agevolmente permettersi di ignorare le minacce italiane ed europee.

Non si tratta di sospendere o rinunciare ai rapporti economici e commerciali con l’Egitto, è però necessario che l'Europa abbia una voce sola nel condannare episodi di questa gravità e non dia la sensazione, come purtroppo rischia di avvenire anche in altri casi, di essere disposta a transigere anche sui propri valori fondativi pur di ottenere qualche vantaggio economico e commerciale. Questo tipo di scambio, come ha detto più volte anche il Presidente del Consiglio Renzi, nega l'essenza stessa dell'unità europea.

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giulio regenibrando benifei
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