Daria Colombo ad Affaritaliani.it: “Bersani? Parla tanto e combina poco”

Giovedì, 3 giugno 2010 - 08:59:00

 

daria colombo

“Mi dispiace, ma Bersani mi ha deluso. L’ho appoggiato nelle primarie perché mi sembrava che volesse davvero rinnovare il Partito Democratico, aprirlo alla società civile. Invece niente, almeno finora. Ecco perché mi sento amareggiata”. Daria Colombo è una figura di spicco nell’arcipelago del movimentismo di sinistra. E’ stata una delle anime dei Girotondi, il movimento di cittadini che nel 2002 si tenevano per mano intorno a luoghi-simbolo da difendere dalle ingerenze del potere: i Palazzi di Giustizia, le sedi della Rai, i Provveditorati agli studi. Uno dei simboli della sinistra aperta al dialogo con i cittadini: lei che non è mai stata iscritta ad alcun partito, e che è stata ultracorteggiata dai partiti. Avrebbe potuto facilmente andare in Parlamento, acquisire una rendita di posizione grazie alla sua visibilità mediatica. Ma ha rifiutato.  Ora è disillusa. E' un fiume in piena: “Avevo chiesto a Bersani, uomo per bene, di dare vita a una struttura permanente nel Partito che raccogliesse il meglio dell’associazionismo e del sociale in Italia: gente di valore come Don Gino Rigoldi e Giulio Marcon, tanto per fare due nomi. Me l’aveva promesso. E non ha fatto nulla. Il solito problema della sinistra: parla tanto e combina poco”.

Come mai?
“Non ho ancora capito se si comportano così più per stupidità o per grettezza: per paura che, aprendosi, arrivi qualcuno più bravo di loro che li metta in ombra. Il risultato è che stanno perdendo ogni contatto con i cittadini. Quindi continuano a perdere le elezioni”.

Ma i cittadini sono davvero interessati alla politica?
“Certo, ma solo se si sentono coinvolti! L’esperienza dei Girotondi lo dimostra. La gente vuole sentirsi partecipe, vuole sapere che conta. Per questo le primarie raccolgono tante persone: perché sono un momento di partecipazione popolare”.

E perché i Girotondi sono durati soltanto un anno?
“Perché i partiti li hanno soffocati mettendoci le mani addosso. Eravamo un movimento apartitico, e nemmeno schierato: molti di noi erano di destra. Quando siamo stati etichettati come rivoluzionari – noi, che ci limitavamo ad azioni pacifiche e simboliche in difesa della Costituzione – è stato l’inizio della fine. E quando i partiti hanno voluto strumentalizzarci il movimento si è spento”.

Tu eri considerata l’anima dialogante, moderata dei Girotondi…
“Sì. Sostenevo che bisognava dialogare con i partiti, che sono indispensabili per la vita democratica. Ma certamente non volevo che diventassimo una loro propaggine”.

Invece oggi sei arrabbiata con loro…
“Arrabbiatissima. Ricevo in continuazione inviti a partecipare a dibattiti politici, ma non ci vado. Non ci credo più. Ricordi che Papa Paolo VI aveva detto che la politica è la forma più alta di impegno civile? Ecco, per me era una forma di volontariato. Ma mi sono scontrata contro un muro. E allora mi dedico ad altro”.

Cioè?
“Alla scrittura. Mi dà più soddisfazione”.
E’ da poco uscito il primo romanzo di Daria, Meglio dirselo, ed è già un best-seller. E’ la storia delle difficoltà incontrate da una ex sessantottina nel rapporto con i genitori e con i figli.

Autobiografico?
“No. Ma è un libro in cui molti della mia generazione, quelli che erano ragazzi e ribelli negli anni Settanta, si possono riconoscere”.

Tuo marito, il cantautore Roberto Vecchioni, è uno dei simboli di quel periodo.  Come vi siete conosciuti?
“Era il 1981, ci siamo incontrati a un premio. Lui riceveva l’ennesimo riconoscimento, io lavoravo in televisione. Uscivamo entrambi da storie importanti. Ho scambiato quattro chiacchiere con lui insieme a un gruppo di sue fan. Poi lui, che è sempre stato un timidone, ha trovato il coraggio di chiedermi il numero di telefono. E l’indomani mattina alle otto mi chiama”.

Che ti disse?
“Che era da tempo che non si era svegliato così felice. Vorrei svegliarmi bene così anche domattina, mi fece: ti va di venire a cena con me stasera?”

E da allora siete una coppia inseparabile.
“Roberto è complicato. Ma ci adoriamo”.

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