I nuovi barbari

a cura di Manuela Alessandra Filippi

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I nuovi barbari

 

ESORDIO PER LA RUBRICA DI AFFARI "I NUOVI BARBARI". POTENZA E LIMITI DELL'ESERCITO DELL'ARTE


 
L'arte é morta o sono i curatori a non stare tanto bene? Le mostre sono la cura o la droga per stordire i pazienti? Gli interventi di chirurgia edilizia sui monumenti storici, come quelli plastici sulle signore, esaltano la bellezza o generano mostri?

E i nuovi barbari siamo noi o sono loro? Queste e molte altre ancora sono le domande alle quali daremo voce, crcando le travi che gli occhi non vedono, e ridimensionando i peli nell'uovo, tanto cari agli infermieri dell'arte.

I nuovi barbari, ideato e curato da MAF (Manuela Alessandra Filippi) è un format, un modello, un contenitore. Anzi no, è una palestra, dove allenare cervelli, coltivare idee, scaldare muscoli e prepararsi ad affrontare il variegato controverso esercito di creativi: mens sana in corpore sano!

Sotto i nostri riflettori saliranno alla ribalta mostre disoneste che consacrano il nulla; vicende della storia e dell'arte manipolate ad uso e consumo del profitto; restauri scellerati perpetrati in nome della riqualificazione; grandi maestri del design saccheggiati come Roma dai Visigoti.

Ma daremo anche spazio e voce alle nuove idee, alle imprese coraggiose, a tutti i casi di eccellenza, resistenza e impegno nascosti nel tessuto connettivo di questo mondo esangue e inaridito che, dopo aver ucciso i suoi miti e i suoi eroi, ora è pronto per divorar se stesso.

Come? Identificando un tema di scottante attualità culturale e invitando un ospite al di sopra di ogni sospetto che con noi analizzi contenuti, sveli vizi e consacri virtù. on esistono regole d'ingaggio. Per partecipare basta solo una cosa: dire la verità, soltanto la verità, nient'altro che la verità.

AD OCCHIO NUDO: UN SACCHEGGIO ANNUNCIATO - Una città "dovrebbe contenere tutto il suo passato", scriveva Calvino. Eppure non sempre anzi, quasi mai, la memoria storica riesce a sopravvivere alla furia del nuovo che avanza e divora. Spesso ci troviamo disorientati di fronte a metropoli che, come Milano, si trasformano continuamente. Ma è trasformazione quella alla quale assistiamo?

A questo tema dedico il pezzo di apertura di "Nuovi Barbari", scegliendo un caso che è sotto gli occhi di tutti i milanesi, ma che pochi sembrano aver visto: il  restauro (sventramento sarebbe più appropriato) di uno dei capolavori dell'architettura contemporanea italiana: la Casa Tognella a Milano, di Ignazio Gardella (la biografia), altrimenti nota come "Casa al Parco", progettata e costruita tra 1947 e il 1954.

Sebbene il palazzo in questione abbia avuto un tardivo vincolo monumentale nel 2011, il piccone è caduto impietoso su tutto, con una furia e una superficialità che sconcerta e stupisce. Abbiamo chiesto a Pierfrancesco Sacerdoti, architetto e attento conoscitore dell'opera di Gardella, di indagare sul caso per noi. Questo è il frutto della sua analisi che auspichiamo non cada nel vuoto.

Viene spontaneo però chiedersi: a quale altro scempio dobbiamo ancora assistere prima che venga deciso di promulgare una legge che tuteli, una volta per tutte, i capolavori dell'architettura italiana del XX secolo?

 

 

La Casa al Parco di Gardella: restauro o sventramento?

di Pierfrancesco Sacerdoti

A gennaio del 2011 un gruppo di architetti si era mobilitato per salvare da uno scempio annunciato la Casa al Parco di Ignazio Gardella, uno dei capolavori dell’architettura moderna milanese, lanciando un blog e una petizione online.

Oggi, a distanza di quasi tre anni, lo scempio è compiuto.

Il progetto, ormai vicino alla conclusione, è stato presentato al pubblico giovedì 17 ottobre al convegno “Movimento Moderno e Razionalismo: esempi di restauro a Milano”. Ne hanno parlato l’architetto Francesca Riva Belli-Paci, principale progettista, e una vasta schiera di professionisti addetti ai vari aspetti tecnici.

Ma di tutto si tratta fuorché di restauro.

Il vincolo monumentale apposto nel 2011 dalla Soprintendenza non ha evitato che si lasciassero in piedi solo le strutture principali, distruggendo praticamente tutte le finiture e i dettagli sia interni sia esterni.

Demolizioni tanto più gravi se si considera che dall’epoca della sua costruzione, gli anni 1947-1953, la Casa al Parco aveva subito fortunatamente ben poche modifiche, tranne qualche opera di manutenzione ordinaria. Dunque fino all’inizio dei lavori materiali e finiture erano in gran parte quelli originari.

Infissi, parapetti, pavimenti, pareti in vetrocemento sono ora nuovi di zecca, e non sempre simili agli originali. Nuove anche le “velette” del celebre coronamento sospeso – che Gio Ponti paragonò a un’aureola – rifatte con uno spessore doppio.

Insomma, una palese violazione dei moderni principi del restauro. Nonostante nel 2011 l’architetto Belli-Paci avesse dichiarato: “È precisa volontà dei proprietari conservare il rigore e l’eleganza originari, in tutte le loro parti. Come progettista sto prestando estrema attenzione alla conservazione e al ripristino dei dettagli architettonici, anche dove necessitano di un restauro perché molto ammalorati”. Era stato verbalmente assicurato che infissi e velette sarebbero stati messi a magazzino per essere addirittura “clonati”, laddove non si fosse riuscito a restaurarli.

A giustificazione dello scempio sono state addotte motivazioni tecniche e normative: vi sarebbero stati gravi fenomeni di degrado e vari difetti costruttivi, nonché una totale inadeguatezza alle attuali norme antisismiche e per il risparmio energetico.

Ma alla luce del vincolo apposto dalla Soprintendenza la proprietà avrebbe potuto usufruire di una deroga ai regolamenti, come avviene per i monumenti del passato, e conservare anziché distruggere. Mancanza di volontà? Errori nella consulenza dei tecnici progettisti?

Gli interventi più gravi hanno riguardato la copertura dell’edificio, che prima dei lavori era quasi piana, formata da falde in rame leggermente inclinate e da un basso volume tecnico sopra il vano scale, oltre che dal volume di extracorsa dell’ascensore, alto ma stretto. Grazie alla legge per i sottotetti, applicata a questi volumi tecnici e non alla quota interna delle sottofalde in rame, i volumi sono stati ampliati a dismisura fino a trasformarsi in una serie di locali abitabili, ben visibili dalla strada: una “scatola” posata sul tetto, che altera in modo irreversibile le proporzioni dell’edificio e la sua concezione architettonica.

Durante la presentazione i progettisti hanno naturalmente evitato di citare il sopralzo o mostrare immagini compromettenti, che avrebbero offuscato il loro prestigio di provetti “restauratori”!

Ufficialmente per ragioni sismiche, ma più probabilmente per consentire la costruzione del sopralzo, tutto il solaio dell’ultimo piano è stato demolito e ricostruito con strutture in acciaio.

Tra queste anche la trave sopra il loggiato verso il parco, appena sotto la veletta di coronamento, alterata nel disegno e grottescamente mascherata con un antiestetico rivestimento in rame con tanto di “cappucci” sopra i pilastri, del tutto difforme rispetto alla originaria finitura intonacata.

L’architetto Belli-Paci giura che si tratta di una soluzione provvisoria, ma come spiegare allora la rimozione dei ponteggi proprio su questo lato?

L’intervento sulla Casa al Parco ricorda quello subito da un altro celebre edificio milanese, il Palazzo Castiglioni di corso Venezia, capolavoro del liberty sventrato impunemente nei primi anni Settanta. E non tanto diverso è un altro intervento recente presentato allo stesso convegno, quello sull’Arengario trasformato in Museo del Novecento su progetto di Italo Rota.

Viene spontaneo chiedersi quali progressi abbia fatto la tutela dell’architettura del Novecento a Milano da quarant’anni a questa parte, e quale sarà la prossima vittima del “modernismo” sfrenato che, nel bene e nel male, contraddistingue questa città.

Tra gli edifici a rischio, su cui sarà opportuno tenere gli occhi ben aperti, ci sono la ex Casa del Balilla in via Mascagni, la Torre Galfa in via Galvani e la ex stazione di servizio AGIP in piazzale Accursio.

 

Tags:
casaparcogardellaarchitettura

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