I nuovi barbari

a cura di Manuela Alessandra Filippi

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I nuovi barbari

In viaggio a 300 all’ora da Roma a Milano, per la prima volta in una comoda saletta della Bussiness Class Frecciarossa - era l’unico posto disponibile, altrimenti restavo a piedi- a Firenze, dopo aver condiviso questo confortevole spazio niente di meno che con Valeria Marini, donna di una simpatia irresistibile e di una contagiosa allegria, è salito un gruppetto di passeggeri fra i quali c’era una giovane studentessa del liceo.
Per qualche strano motivo si era finiti col parlare di politica, di candidati sindaci, del “sindaco delegato” di Firenze, etero diretto, a dire dei passeggeri gigliati, dal presidente del Consiglio, quando a un certo punto guardo la ragazza che avevo visto seguire di sottecchi la conversazione “Vedrà, si getterà anche lei nella mischia!”. Mi guarda in tralice e io aggiungo “Nel senso che arriverà anche per lei il momento in cui potrà votare”. “Non posso. Sono minorenne”. Così viene fuori che ha 17 anni, che la madre è di uno dei tanti stati nati dell’ex Unione Sovietica, che il padre è italiano e che comunque anche quando avrà 18 anni non potrà votare lo stesso perché non ha la nazionalità italiana. “E come mai non ce l’ha – le chiedo – visto che suo padre è italiano?”. Con un candore pari solo alla sua matura compostezza, mi spiega che lei non vuole il passaporto di una nazione che le impone la dittatura dell’abolizione dell’identità di genere. Per natura sono curiosa e per deformazione faccio domande. Così la incalzo per capire. “Vede, nella scuola che frequento, secondo il nuovo POF (Piano Offerta Formativa), che include il Progetto Gender, noi dobbiamo seguire dei corsi finalizzati a convincerci che l’identità di genere non esiste. Che è un fatto puramente e semplicemente fisiologico. Ma a me non piace affatto questo modo di impormi un modo di pensare. Nemmeno la lezione di religione è obbligatoria e puoi scegliere se seguirla o no. La cancellazione dell’identità di genere è invece obbligatoria”.

Non ho insistito oltre. Nei suoi occhi leggevo sgomento e nella sua voce una punta di disagio. Ho lasciato cadere il discorso, complice il fatto che eravamo arrivati alla stazione di Bologna, dove la ragazza è scesa per proseguire il suo viaggio verso la piccola cittadina della provincia emiliana dove vive. Al suo posto è salita una ragazza di Genova. Così la conversazione ha preso altre strade, quelle di montagna, dove la giovane passeggera ligure si era arrampicata tutto il fine settimana.

Eppure, se è vero come è vero che chi ha una sua natura che non corrisponde a quelle fino ad oggi considerate lecite e normali ha diritto ad esprimerla, è altrettanto vero che i ragazzi dovrebbero aver diritto a non essere oggetto di esperimenti educativi che rischiano di sortire come effetto quello di destabilizzarli più di quanto questa società liquida faccia già benissimo da sola, anche senza Progetti Gender.

Seguendo il buon senso, imparare a rispettare le differenze non significa annullarle, significa educare all’eguaglianza e fornire ai ragazzi gli strumenti per combattere le discriminazioni, la violenza di genere che spesso cattivi stereotipi alimentano.
Trasformare come fanno adesso nelle scuole la favola di Hans Christian Andersen, come mi ha testimoniato la giovane studentessa emiliana, da “La principessa sul pisello”, in “La principessa col pisello”, non solo è demenziale, ma adombra una forma di nuovo pericoloso razzismo di segno opposto, quello etero fobico.

La storia insegna: i cristiani da perseguitati sono diventati i più spietati persecutori delle altre religioni. Sterminando popolazioni, cancellando storie, manomettendole, bruciando biblioteche, smembrando Ipazia rea di pensare e immaginare un mondo libero.
Facciamo attenzione a non imporre ancora una volta un verbo come se fosse l’unico e il solo: una libertà non dovrebbe mai essere conquistata a scapito di un’altra.
Nessuna degna di nomarsi tale dovrebbe farlo. Quelle vere non ne hanno mai avuto bisogno.

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