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Tasse & Pensioni
Tfr in busta paga a rischio flop. Ecco di quanto aumenterà lo stipendio

di Massimiliano Casto

Nella legge di Stabilità per il 2015, il Governo Renzi ha inserito la possibilità per i lavoratori di farsi liquidare sullo stipendio una parte del Tfr (trattamento di fine rapporto), cioè le quote di salario accantonate ogni anno per la liquidazione. Il Tfr rappresenta quella che comunemente viene definita buonuscita, ovvero la somma di denaro corrisposta al lavoratore dipendente nel momento in cui il rapporto di lavoro finisce, per un qualsivoglia motivo. L'obiettivo del Governo è quello di prendere questo accantonamento e consegnarlo ai lavoratori immediatamente, mettendo più soldi nella loro busta paga, con lo scopo di aumentare i redditi - e di conseguenza incrementare i consumi - e con il fine più grande di cercare di far decollare la crescita del nostro paese.

Come ogni proposta governativa, ci sono i favorevoli ed i contrari e, tra quest'ultimi, le categorie dei datori di lavoro. Stiamo, infatti, assistendo alla netta opposizione di Confindustria, che con il suo presidente Squinzi sostiene che l'operazione costituisce un onere aggiuntivo per le imprese e per l'Inps - che attualmente riceve una parte degli accantonamenti - costringendole non a un costo economico, ma certamente a un immediato esborso di liquidità, privandole di una parte di autofinanziamento in una situazione di crisi economica rilevante.

D'altra parte ci sono anche dei lavoratori non proprio d'accordo, poiché si tratta di una manovra coercitiva che costringerebbe all'anticipo del Tfr, anche per coloro che preferiscono averlo come una forma di risparmio. In effetti la questione è stata risolta, poiché sarà permesso a ciascun lavoratore di scegliere, in relazione alle sue specifiche esigenze, se lasciare il Tfr dov'è o se percepirlo mensilmente. Cerchiamo di vedere quali sono i vantaggi e gli svantaggi del Tfr nella busta paga.

E' evidente che, se da un lato l'operazione farà subito affluire soldi nelle tasche degli italiani recando indubbiamente sollievo in molte situazioni e probabilmente favorendo un incremento dei consumi, dall'altro c'è da considerare che parte di tali risorse verranno meno per le imprese, per il fondo di tesoreria dello Stato e per i fondi pensione, ossia, per gli stessi lavoratori. Se da un lato tale misura determinerà per molti italiani un aumento dello stipendio tra i 40 e gli 80 euro, essa potrebbe comportare problemi alle imprese di piccole dimensioni e diverse disparità di trattamento tra i lavoratori.

Più precisamente, l'anticipazione delle quote relative alla liquidazione sottopone le piccole imprese al pericolo di scarsa liquidità, spingendole a rivolgersi agli istituti di credito poco inclini a dare soldi in prestito. Renzi aveva anche proposto, in luogo del Tfr mensile, il "doppio stipendio" in busta paga a febbraio. Resta il fatto che, senza dubbio, queste soluzioni, comunque comporterebbero un onere aggiuntivo per le imprese che già soffrono e quindi, la concessione del Tfr, potrebbe essere fatale per l'impresa stessa.
                                                         
IL COSTO PER LE IMPRESE E QUANTO SI PERCEPIRÀ IN BUSTA. Il costo medio che potrebbe gravare su ogni piccola impresa italiana si aggira tra 3mila e 30mila euro all'anno. Facendo un pò di calcoli, l'ammontare totale annuo accumulato dagli italiani vale circa 24 miliardi (su 326 miliardi di retribuzioni). Di questi, il 40 per cento circa matura nelle piccole e medie imprese: si tratta di 10,8 miliardi. Se metà della liquidazione venisse messa in busta paga, nelle casse - già fortemente in crisi - delle piccole imprese si accumulerebbe un buco da 5 miliardi e mezzo. Vediamo invece quanto sborseranno le imprese, cioè quanto sarà il costo complessivo dell'anticipazione mensile del Tfr e quanto invece andrà in busta paga ai lavoratori mensilmente: in un'officina meccanica che ha alle dipendenze un operaio, al datore di lavoro il Tfr costerebbe all'anno 810 euro, ma il dipendente avrebbe in busta paga un aumento mensile di sole 43 euro.

In un piccolo negozio che dà lavoro a tre commessi o cassieri, se tutti e tre i dipendenti chiedessero il Tfr nella busta paga mensile, il costo annuo a carico dell'azienda ammonterebbe a 2.700 euro. I lavoratori invece percepirebbero in più nella busta paga solamente 46 euro. Una impresa edile, che occupa nel cantiere 10 operai addetti alla manutenzione di edifici, dovrebbe sborsare all'anno la somma complessiva di circa 7.300 euro. Però il singolo operaio muratore prenderebbe al mese per questo Tfr la somma di sole 39 euro.
In una impresa di pulizie con 25 dipendenti, il datore di lavoro dovrebbe pagare 16.952 euro in più ogni anno sugli stipendi. I dipendenti avrebbero invece un aumento medio sulla busta paga di 40 euro al mese per 13 mensilità.

Ricordiamoci soprattutto che il governo ha deciso di tassare la quota di Tfr in busta paga come se questa andasse a integrare lo stipendio e dunque applicando le aliquote Irpef ordinarie. Di conseguenza l'anticipo del Tfr in busta paga sarà conveniente per i lavoratori con un reddito fino a 15 mila euro mentre subiranno un aggravio fiscale quelli al di sopra di questa soglia.

Il sondaggio della Confesercenti
Solo il 18% dei dipendenti privati italiani sceglierà di avere il Tfr in busta paga, a fronte del 67% che invece continuerà a lasciare accumulare il suo trattamento di fine rapporto nell'impresa in cui lavora. E' quanto emerge da un sondaggio sul Tfr condotto sui dipendenti privati e sugli imprenditori da Confesercenti in collaborazione con Swg.

Secondo il Governo, invece, il numero di dipendenti che opteranno per il Tfr in busta paga è molto più alto: il 40% dei lavoratori delle imprese fino a 10 dipendenti, il 50% di quelle fra 10 e 50 dipendenti, il 60% in quelle di dimensioni ancora maggiori. In generale, lasciare accumulare il Tfr, rimane per gli italiani una strategia di tutela futura: il 54% pensa che la liquidazione serva come forma di risparmio finanziario, il 29% per integrare la pensione, il 12% come fondo per le spese mediche o sostegno per la vecchiaia. Secondo il sondaggio, il 64% degli imprenditori teme che, se tutti o la maggior parte dei dipendenti scegliessero di avere il Tfr su base mensile, l'impresa avrebbe difficoltà con la liquidità disponibile, a fronte di un 36% che, invece, non avrebbe problemi. Gli ostacoli sembrano nascere dagli impedimenti che le imprese incontrano nell'ottenere prestiti e finanziamenti dal canale bancario, segnalati dal 66% degli imprenditori.

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