Roma, 12 lug. (AdnKronos Salute) - Mal di schiena e artrite, emicrania, cervicalgia e postumi di interventi chirurgici. "A soffrire di dolore acuto e persistente sono circa 12 milioni di italiani mentre il 90% delle persone lo ha sperimentato almeno una volta nella vita. A oggi, spesso, questo problema non viene affrontato in modo appropriato dai medici di medicina generale e dagli specialisti e manca un’appropriata conoscenza anche nei pazienti". Il monito arriva dagli esperti mondiali che si sono riuniti al congresso 'Unmet Needs in Pain Medicine', appena concluso a Berlino e co-organizzato dalla Fondazione internazionale Menarini, dall’ospedale Universitario Charité di Berlino e dalla Fondazione Paolo Procacci. "Il risultato è che il ricorso a farmaci analgesici è tuttora inadeguato e molti si limitano a iniziare con gli antinfiammatori non steroidei (Fans) per poi scegliere direttamente gli oppioidi 'deboli' e quindi i 'forti', in una escalation che aumenta il rischio di dosaggi sempre più alti ed effetti collaterali maggiori", aggiungono gli esperti. Che si tratti di dolore post-operatorio o di emicrania, tra i 20-44 anni, "una persona su 4 soffre di dolore per la durata di un anno; tra i 45-64 anni, uno su 3; tra gli 'over 65' oltre la metà - hanno ricordato gli specialisti - La spesa per il consumo di analgesici in Italia ammonta a circa un miliardo l’anno, di cui 500 milioni per i Fans, 150 milioni per gli oppioidi forti, 130 milioni per gli oppioidi deboli, 150 milioni in paracetamolo". Dal congresso è emerso che il futuro è il mix di principi attivi che associano un antinfiammatorio a oppioidi deboli, in grado di 'accerchiare' il dolore agendo sia contro l’infiammazione, sia a livello del sistema nervoso centrale e periferico. "Da molti anni il percorso della terapia antalgica - spiega Giustino Varrassi, co-presidente del congresso e presidente del World Institute of Pain (Wip) - prevede una scala antalgica con tre passaggi progressivi, partendo dall’uso di antinfiammatori non steroidei per poi passare agli oppioidi deboli e quindi ai forti, ma serve un approccio diverso, che preveda una valutazione attenta delle cause scatenanti il dolore e la possibile terapia con associazioni di principi attivi. Secondo le più recenti evidenze i farmaci vanno scelti non tanto sulla base dell’intensità del dolore, ma secondo i loro meccanismi di azione, per proporre il prima possibile la terapia 'su misura' più appropriata". "Così facendo, infatti, si può migliorare il decorso clinico del paziente - prosegue Varrassi - evitare la cronicizzazione del dolore e garantire gli stessi effetti con dosaggi inferiori e minori eventi avversi". In sostanza uno più uno, in questo caso, fa tre: ovvero la combinazione produce un’efficacia superiore a quella che si ottiene sommando gli effetti dei singoli farmaci. "Milioni di persone - aggiunge Varrassi - soffrono senza trovare un adeguato sollievo e con conseguenze importanti sulla loro vita quotidiana. Purtroppo, ancora oggi la terapia del dolore non è conosciuta a sufficienza, sebbene l’Italia sia l’unico paese al mondo dotato di una legge sul diritto alla cura del dolore. Basti pensare che a nove anni dall’entrata in vigore della legge 38 del 2010, oltre il 60% degli italiani non la conosce e il 70% non sa che le strutture sanitarie sono tenute a misurare il dolore e ad annotarlo nella cartella clinica, unitamente alla terapia prescritta e ai risultati ottenuti. Serve una maggiore consapevolezza e un impiego più adeguato delle armi a disposizione contro il dolore".Fra le armi che oggi i medici possono usare contro il dolore, un ruolo molto importante viene rivestito dagli oppioidi, che rischiano però di subire il contraccolpo dello scandalo ancora in corso negli Stati Uniti, dove l’iperprescrizione di questi farmaci, che possono dare dipendenza, si suppone che abbia causato la morte per overdose di decine di migliaia di persone. "Nella maggior parte dei casi però - osserva Joseph Pergolizzi, dell’Ente di Ricerca Nema Reserch a Naples in Florida - oltre che di una prescrizione in dosi eccessive e non controllate, si è trattato anche di una sbagliata associazione tra oppioidi e altri farmaci usati contro il dolore, le benzodiazepine o altre sostanze come l’alcol". "E’ importante che questo messaggio arrivi in modo corretto, perché la lezione che dobbiamo imparare dalla 'crisi degli oppioidi' negli Usa non è quella di evitare tout-court l’uso di questi farmaci importantissimi nella gestione di alcuni tipi di dolore - rimarca Pergolizzi - Bensì promuoverne l’utilizzo nei casi in cui sono realmente necessari, rendere i medici consapevoli delle possibili interazioni, in modo da contenere il rischio di dipendenza e migliorare il profilo di sicurezza. Per citare Voltaire, 'non ci sono farmaci sicuri ma un modo sicuro di usarli'".Tra i temi affrontati anche quello dell’utilizzo della cannabis terapeutica. "Per una serie di indicazioni, come epilessia, nausea e sclerosi multipla - spiega Michael Schäfer, del dipartimento di Anestesiologia dell'ospedale Universitario Charité di Berlino e co-presidente del congresso - abbiamo evidenze di efficacia dei cannabinoidi, ma lo stesso non possiamo ancora dire rispetto all’utilizzo come antidolorifico. Gli studi scientifici fino ad oggi realizzati, infatti, sono stati effettuati su piccoli gruppi di pazienti o per periodi di tempo ridotti. Ne servono di più mirati".

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