Roma 14 gen. (AdnKronos Salute) - L'unione fa la forza e non solo. Dall'unità d'Italia a oggi la popolazione è aumentata del 130%, passando da 26 milioni di abitanti a oltre 60 milioni. L'aumento medio annuo è stato di 0,8 punti percentuali, con periodi di crescita sostenuta, come il baby boom degli anni '60, e periodi di rallentamento, come durante le due guerre mondiali. I dati sono contenuti nella pubblicazione dell'Istat 'L’evoluzione demografica in Italia dall’Unità a oggi' ed elaborati dall'Adnkronos. Il boom registrato in più di 150 anni è dovuto a una serie di fattori, come l'aumento della speranza di vita e la diminuzione delle morti in età infantile. Nel 1961 il tasso di natalità è di 40 ogni 1.000 residenti, mentre quello di mortalità di 30 ogni mille. Nel decennio 1861-1870 oltre un terzo della popolazione ha meno di 15 anni. La mortalità infantile è quasi la metà dei decessi totali; quattro bambini su dieci non raggiungono il quinto anno di vita. La popolazione è comunque cresciuta, arrivando a 27,8 milioni. Dal 1880 la mortalità inizia a ridursi stabilmente e la natalità segue lo stesso percorso ma con ritardo. L'Italia si affaccia al nuovo secolo con 33,6 milioni di abitanti (+29,2%) e, nonostante la prima guerra mondiale, arriva al 1918 con una popolazione che ha raggiunto i 37,2 milioni (+43,1%). Il periodo della grande guerra segna una discontinuità importante: il tasso di natalità scende al 18‰ e quello di mortalità aumenta fino al 35‰ nel 1918, anche per effetto della pandemia influenzale spagnola. L'insieme di questi fattori porta nel 1919, per la prima volta dall’Unità d’Italia, a una riduzione della popolazione residente di 600.000 persone rispetto al 1915. Nel periodo tra le due guerre, natalità e mortalità tornano rapidamente sui livelli precedenti il conflitto, ma poi riprendono entrambe la tendenza a diminuire. Con l'avvento del regime fascista sono introdotti diversi strumenti per favorire l'incremento demografico che vanno dalla proibizione della vendita di contraccettivi fino alla tassa sul celibato. ''Non è possibile -spiega l'Istat- leggere l’impatto di queste azioni sugli andamenti demografici, isolandolo dalle tendenze nei comportamenti sociali e nella sanità, nonché dalle politiche migratorie. Nel ventennio 1921-1940 la natalità continua a declinare (dal 31 al 23‰) anche più velocemente della mortalità (che pure scende dal 18 al 14‰ in particolare grazie alla riduzione della mortalità infantile). Finita la seconda guerra mondiale, nel 1946, gli italiani sono 45,5 milioni (+75%) e l'incremento demografico non si è fermato nemmeno durante il conflitto. L'inizio del ventunesimo secolo è festeggiato da 56,9 milioni di abitanti (+118,8%). Nel dopoguerra la mortalità riprende a scendere e, già nel 1950, raggiunge un tasso intorno al 10‰, mantenuto fino a oggi. ''Negli ultimi decenni -spiega l'Istituto- il progressivo invecchiamento della popolazione ha compensato i progressi realizzati nella riduzione della mortalità specifica per ciascuna età''. Come già al termine della prima guerra mondiale, la natalità ''ha un rimbalzo nel biennio successivo al conflitto''. Tuttavia, in questo caso, non riprende subito la tendenza alla discesa, mantenendosi poco sotto il 20‰ lungo il periodo della ricostruzione e poi del miracolo economico. Per pochi anni si osserva anche un aumento della fecondità (il numero di figli per donna): è il baby boom, con un picco nel 1964, in cui si registrano oltre un milione di nati vivi e, in media, 2,7 figli per donna. Negli anni '90 il tasso di crescita naturale diventa ''strutturalmente negativo'', risultato del livello di fecondità in diminuzione, con il minimo che si raggiunge nel 1995 di 1,2 figli per donna. L'inversione di tendenza si ottiene grazie all'accelerazione dell'immigrazione; nel 2004 con l'introduzione della Bossi Fini si registra un incremento di 700.000 permessi di soggiorno. Nel decennio 2005-2014 i residenti crescono di 3,2 milioni grazie all’immigrazione regolare e, in piccola misura, alle acquisizioni di cittadinanza. Con la grande recessione, iniziata nel 2008, si registra un'inversione di tendenza, con gli italiani che vanno all'estero: tra il 2010 e il 2017 il saldo migratorio netto per i cittadini italiani è stato complessivamente negativo per oltre 400 mila unità. A inizio 2018, gli stranieri in Italia sono circa 5,1 milioni e rappresentano l’8,3% della popolazione residente, (8,4% a inizio 2018) contro il 9,5% in Spagna, il 11,2% in Germania e il 6,9% in Francia, dove però l’immigrazione ha una storia molto più radicata e (con riferimento al 2015) solo il 70,4% dei nuovi nati ha entrambi i genitori nati nel Paese.

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