Roma, 12 gen. (AdnKronos Salute) - Il web è sempre di più la fonte a cui si ricorre per avere risposte sulla salute. Da questionario ?realizzato dal Centro medico Santagostino emerge infatti che 97,6% delle persone ricerca autonomamente informazioni online. La ricerca, condotta su 250 pazienti, ha messo in evidenza dove si concentrano gli interessi: al primo posto troviamo i sintomi (75,9%), al secondo le patologie (73,9%) e al terzo le domande sui farmaci (67,6%). Seguono le informazioni riguardanti gli esami e l’interpretazione dei referti.La quasi totalità degli intervistati, il 92%, ha affermato inoltre di non aver mai posto domande in rete riguardo al proprio stato di salute, ma si è limitata unicamente a ricercare le informazioni in modo passivo. ?Dai dati raccolt,i non sembrano riscuotere molto successo i forum di pazienti e i gruppi sulla salute: il 94,3% degli utenti, infatti, dichiara di non avervi mai partecipato direttamente. Per oltre metà del campione le informazioni reperite in rete sono 'utili per farsi un'idea', ma il 32% dei pazienti coinvolti ha dichiarato di aver bisogno di un ulteriore parere ?(non necessariamente di uno specialista) prima di procedere, mentre il 18% circa ha affermato di ricercare ulteriori informazioni in rete così da avere un confronto ancora più preciso. Nel 70,2% dei casi però è stato chiesto il parere del medico."Quest’ultimo dato - commenta Michele Cucchi?, psichiatra e direttore sanitario del Centro Medico Santagostino? - ci fa tirare un sospiro di sollievo: fare delle auto-diagnosi on line può fare più male che bene?. I motori di ricerca spesso forniscono informazioni irrilevanti, che possono portare ad una diagnosi sbagliata, ad un auto-trattamento sbagliato e a possibili danni per la salute. Il rischio - aggiunge Cucchi - oltre a quello di fare auto-diagnosi sbagliate, è di cadere nella 'cybercondria': se non si ottiene una diagnosi chiara dopo una ricerca, probabilmente si è tentati di continuare a cercare. E così si rischia di cadere in una medicina iper-prescrittiva che rincorre i sintomi e alimenta l’ansia"."Le persone cercano riferimenti in cui credere - osserva lo specialista - Hanno bisogno di trovare rifugio da paure, senso di smarrimento e incertezza, hanno bisogno di avere fede in qualcosa, e, culturalmente, la nostra società ha messo pesantemente in discussione il totem del camice bianco. Ma alla fine internet, purtroppo, fa sì che l’ansia aumenti e non diminuisca, perché manca la rassicurazione del medico?. Tornare a creare fiducia è compito di noi medici. La medicina oggi - conclude - è forse colpevole di non sapere gestire il 'non ho capito cosa ha, non so darle una risposta'; è ancora troppo concentrata sulla malattia e non sul malato".

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