Bimbo ucciso da papà, assistenti sociali assolti con formula piena

Assolti con la formula "perché il fatto non sussiste" le due assistenti sociali e l'educatore accusati di concorso per omissione in omicidio volontario per la morte di Federico Shady Bakarat, il bimbo di 9 anni ucciso dal padre egiziano il 25 febbraio 2009 al'interno dell'Asl di San Donato Milanese durante un incontro protetto. La sentenza è stata emessa dal giudice per l'udienza preliminare Vincenzo Tutinelli davanti al quale Nadia Chiappa, Elisabetta Termini e Stefano Panzeri avevano chiesto di essere giudicati con rito abbreviato. Dal dispositivo si evince che il gup ha accolto la tesi dei loro difensori e dell'accusa, che ne aveva chiesto l'assoluzione: quell'omicidio "non era ná prevedibile, ná evitabile". Le motivazioni, però, saranno depositate tra 15 giorni.

"È uno scandalo", "Si è negata la verità", "Queste persone sono responsabili della morte di mio figlio. La loro condanna non me lo avrebbe restituito, ma l'assoluzione fa sì che possano fare ancora del male. Sono a piede libero e lavorano ancora con dei bambini". Trattiene a stento le lacrime Antonella Penati, la mamma di Federico Shady Bakarat, dopo la sentenza di assoluzione per i due assistenti sociali e l'educatore accusati di non averne impedito l'omicidio da parte del padre. "Vorrei chiedere prima di tutto che la voce di mio figlio sia scritta, perché qui la voce della verità è rimasta inascoltata - ha detto la donna, in passato consigliere comunale a San Donato Milanese -. È uno scandalo. Posso dire di aver visto fin da subito da tendenza di questo tribunale di chiudere la vicenda fin dall'inizio e velocemente. Ma qui le responsabilità sono enormi, perché gli imputi sapevano della pericolosità del padre del bambino. Si è negata la verità. Ma il male più grave è questa giustizia". Penati si è detta scandalizzata anche da quanto detto dal procuratore aggiunto Piero Forno durante la propria discussione, la scorsa udienza, prima di chiedere al gup l'assoluzione degli imputati. Il procuratore - spiegano gli avvocati presenti perché l'udienza era a porte chiuse - ha sostenuto che purtroppo gli imputati non potevano prevedere, ná impedire l'omicidio; che Yors Mahmoud Mohamed Barakat avrebbe ucciso il figlio lì o altrove; e che l'unica cosa che avrebbe salvato il piccolo, sarebbe stata per assurdo la fuga in Francia con la madre. "Il rappresentante dell'accusa in aula ha detto che se mio figlio doveva essere ucciso, sarebbe successo comunque, e che l'unica persona che poteva salvarlo era la mamma che doveva fuggire. Insomma, ha detto che dovevo compiere un reato per salvarlo", si è lamentata la donna, ancora sconvolta dalla sentenza.

Quel 25 febbraio di tre anni fa Yors Mahmoud Mohamed Barakat, 52 anni, si era presentato nell'ufficio colloqui dell'Asl di via Sergnano a San Donato Milanese per incontrare il figlio, che poteva vedere per un'ora una volta alla settimana, perchá il bimbo era affidato al Comune e viveva con la mamma a causa della conflittualità tra i genitori nel corso della separazione. In base a quanto ricostruito nel procedimento, l'affidamento non prevedeva limitazioni di potestà in capo a nessuno dei genitori, né incontri in spazi neutri. Il 52enne seguendo le prescrizioni poteva andare a prendere a scuola il bambino, portarlo a Gardaland e aveva in programma di portarlo all'acquario di Genova. Ma quel giorno, durante il colloquio alla presenza dell'educatore, prima gli ha sparato e poi lo ha pugnalato varie volte, quindi si è tolto la vita. Non si è mai capito cos'abbia fatto scattare la violenza. I legali ipotizzano che potesse essere sotto pressione perchá aveva chiesto di poter vedere Federico più spesso. Dopo la morte del bambino sono partite due inchieste. L'indagine sull'omicidio e sul suicidio è stata coordinata dal pm Gianluca Prisco. Mentre al pm Cristiana Roveda era stata affidata quella relativa alla querela presentata dalla mamma del piccolo a carico degli assistenti sociali e dell'educatore. Un anno fa il legale della donna, l'avvocato Federico Sinicato, aveva presentato un'istanza di avocazione dell'inchiesta sostenendo che "a due anni di distanza dalla morte del bambino, il pm sta sostanzialmente compiendo un sequestro illegittimo del fascicolo processuale assegnatole senza che la persona offesa e chi l'assiste possano svolgere alcuna attività difensiva, fosse anche solo la formale opposizione a una richiesta di archiviazione avanti a un giudice terzo e imparziale". Poi l'11 marzo scorso, il pm aveva chiesto di archiviare le accuse a carico dei tre indagati. E il 27 luglio il gip Simone Luerti ha accolto l'opposizione della mamma di Federico, disponendo l'imputazione coatta.

Luerti sosteneva che Chiappa, Termini e Panzeri sono venuti meno all'"obbligo di garanzia" nei confronti del bambino, che avrebbero dovuto proteggere da "tutte le fonti di pericolo e con importanti tratti specifici di controllo nei confronti del padre". E aggiungeva che sono stati negligenti sotto il profilo della "mancata conoscenza della reale situazione del minore e del rapporto col padre, (...) del pericolo rappresentato da Barakat nei confronti del minore" che avrebbero dovuto esercitare "il loro potere in parte discrezionale di regolare i rapporti tra il padre e il figlio, dovendo e potendo avere presente la pericolosità del primo". Ne è nata un'intensa attività di indagine difensiva da parte degli avvocati degli imputati - Laura De Rui, Marco Alberto Quiroz Vitale e Carmelo Scambia - che evidentemente sono riusciti a dimostrare quanto poi sostenuto anche dall'accusa. Che quando è avvenuto l'omicidio, non ancora "mai emerso il rischio dell'incolumità fisica del bambino". Che negli atti a disposizione degli imputati non c'era nemmeno la presunta minaccia espressa, a detta della mamma, qualche giorno prima dall'ex marito. Oggi, dopo la lettura della sentenza, i tre imputati hanno scelto il silenzio, pur limitandosi a esprimere "solidarietà umana" nei confronti della mamma di Federico.

"La procura qui si è spesa per difendere un'intera categoria, per non far crollare un sistema". Lo ha dichiarato l'avvocato Federico Sinicato, legale di parte civile della mamma di Federico Shady Bakarat, a margine della sentenza di assoluzione per due assistenti sociali e un educatore accusati di non averne impedito l'omicidio da parte del padre. Il legale attende le motivazioni della sentenza, prima di decidere se ricorrere in cassazione per gli interessi civili. "Qui discutiamo il 'ruolo di garanzia' degli assistenti sociali e il nesso causale" tra il loro comportamento e l'accaduto - ha detto il legale -. Segnali di comportamenti minacciosi da parte del 52enne erano arrivati ai carabinieri e alcuni testi hanno confermato di averli rilevati. Secondo noi in questo caso c'erano elementi per dire che sono stati sottovalutati dei segnali e, data la drammaticità di quanto è accaduto, la sentenza andava ponderata. Del resto un precedente giudice sugli stessi atti era giunto a una conclusione diversa". Il riferimento è al gip Simone Luerti, che lo scorso luglio aveva disposto l'imputazione coatta per gli imputati oggi assolti.

Luerti sosteneva che Chiappa, Termini e Panzeri sono venuti meno all'"obbligo di garanzia" nei confronti del bambino, che avrebbero dovuto proteggere da "tutte le fonti di pericolo e con importanti tratti specifici di controllo nei confronti del padre". E aggiungeva che sono stati negligenti sotto il profilo della "mancata conoscenza della reale situazione del minore e del rapporto col padre, (...) del pericolo rappresentato da Barakat nei confronti del minore" che avrebbero dovuto esercitare "il loro potere in parte discrezionale di regolare i rapporti tra il padre e il figlio, dovendo e potendo avere presente la pericolosità del primo". Ne è nata un'intensa attività di indagine difensiva da parte degli avvocati degli imputati - Laura De Rui, Marco Alberto Quiroz Vitale e Carmelo Scambia - che evidentemente sono riusciti a dimostrare quanto poi sostenuto anche dall'accusa. Che quando è avvenuto l'omicidio, non ancora "mai emerso il rischio dell'incolumità fisica del bambino". Che negli atti a disposizione degli imputati non c'era nemmeno la presunta minaccia espressa, a detta della mamma, qualche giorno prima dall'ex marito. Oggi, dopo la lettura della sentenza, i tre imputati hanno scelto il silenzio, pur limitandosi a esprimere "solidarietà umana" nei confronti della mamma di Federico.


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