Terzo settore/ "Non si deleghi la povertà al volontariato"

Mercoledì, 28 luglio 2010 - 15:38:00

Lavoro/ Cnel, per i giovani rischio disoccupazione triplo

Immigrazione/ Gli stranieri? Non fanno aumentare la criminalità. Il rapporto Cnel

Si rischia una deriva del Welfare verso un sistema di risposte sempre più privato, che non garantisce eguali diritti a tutti i cittadini. E si rischia anche di trasformare in dono ciò che ogni cittadino dovrebbe avere per diritto. È questo, in sintesi, il senso della lettera aperta che Settimo Cerniglia, vice presidente nazionale de La Casa del consumatore (una delle 17 associazioni di tutela dei consumatori riconosciuta dal Consiglio nazionale consumatori e utenti) ha indirizzato al ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Maurizio Sacconi. La lettera prende le mosse dalla presentazione dell’ultimo Rapporto annuale che la Commissione di indagine sulla povertà e l’esclusione ha presentato negli scorsi giorni al Cnel con la partecipazione, in rappresentazione del ministero, del nuovo capo della segreteria tecnica del ministro, Lorenzo Malagola. “Pochi giorni fa – si legge nella lettera - alla presentazione del Rapporto della Commissione il rappresentante del suo ministero è venuto a dirci che la povertà c’è sempre stata e ci sarà sempre (allora ci rassegniamo?), che è soprattutto prodotta dalla solitudine e che per questo non sono le istituzioni pubbliche i soggetti più idonei a farsene carico bensì la cosiddetta società civile”.

Poveri Milano

“Lo Stato ‘deve fare un passo indietro’ disse e deve vincere la logica del ‘dono’ su cui è stata costruita l’unità d’Italia (altra bella retorica nazionale)”, prosegue la lettera. Secondo il vice presidente della "Casa del consumatore", il rappresentate del ministro avrebbe poi “demolito l’ipotesi della Commissione di indagine sulla povertà e l’esclusione sociale (allora tutti a casa?) che perorava il rilancio del ‘reddito minimo di inserimento’ magari facendo tesoro di alcune buone pratiche europee (oltre a noi solo Grecia e Ungheria non hanno questa misura di contrasto alla povertà)”. “Il suo rappresentante – si legge ancora – ha esordito dicendo di vedere il problema senza alcuna ‘ideologia’ essendo egli un giovane militante della politica. Ma la sua posizione a noi pare carica di ideologia”.

Un “patto per il sociale”, in analogia a quanto già fatto per la salute. La commissione Politiche sociali in seno alla Conferenza delle regioni ha formalizzato un documento ufficiale, condiviso all’unanimità da tutti gli assessori, da presentare al ministro del Welfare Maurizio Sacconi subito dopo l’estate. Le richieste avanzate al governo, che domani verranno portate prima alla riunione straordinaria della Conferenza delle regioni per essere votate dai presidenti, sono soprattutto “la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni sociali e risorse triennali certe, per permettere la programmazione” dei piani di zona, “a partire dal rifinanziamento del Fondo sociale e del Fondo per la non autosufficienza per una cifra almeno pari a quella del 2010”. E cioè 380 milioni di euro in quota alle regioni e alle province autonome per il primo e 400 milioni di euro per il secondo. A riferirlo è Lorena Rambaudi, coordinatrice nazionale degli assessori regionali al Welfare. “La preoccupazione maggiore è come si potranno definire i ‘fabbisogni e i costi standard’ delle prestazioni sociali richiesti dalla legge sul federalismo fiscale se non si dispone ancora dei livelli essenziali di tali prestazioni”, dice l’assessore alle Politiche sociali della regione Liguria. Il “patto per il sociale”, dovrà avere valenza triennale e “ispirarsi a questi principi”, si legge nel testo del documento. Dovrà “ridefinire un sistema organico di benefici sociali, attraverso livelli essenziali uniformi su tutto il territorio nazionale, e ricondurvi tutte le risorse finanziarie messe in campo per consentire un'adeguata programmazione regionale e locale, dovrà mantenere il Fondo per la non autosufficienza (anche analizzando le proposte innovative per la percorribilità delle politiche integrate con la salute, la scuola, la formazione e l'avvio al lavoro), e dovrà valutare le problematiche connesse l'invalidità civile e i benefici economici ad essa collegati per giungere a misure appropriate e fruibili solo dagli effettivi aventi diritto”. Infine il documento propone di “prendere in considerazione, in questo momento di forte limitazione delle disponibilità finanziarie, la possibilità di escludere (anche temporaneamente) le politiche sociali dal Patto di stabilità, come avvenuto in precedenza nel 2004/2006”.
La lettera continua con un appello diretto al ministro Sacconi: “Non le sembra, signor ministro, che stiamo scivolando in modo accelerato - la crisi in questo ‘aiuta’ - verso una china in cui i grandi sistemi universalistici e di inclusione del welfare vengono continuamente corrosi a vantaggio di un sistema di risposte ai diritti dei cittadini sempre più privato, del Terzo settore, del welfare aziendale (gli accordi integrativi sui “benefici non monetari” della Luxottica insegnano), di categoria (contratto bancari, assicurativi), filantropico e della compartecipazione crescente del cittadino alle spese? E quindi – prosegue la lettera – con un’accentuazione di disparità nel trattamento dei cittadini che già caratterizza i 20 sistemi di welfare regionali e il federalismo fiscale?”.

A questo punto l’associazione denuncia il rischio di una vera e propria deriva: “Cosa può significare questa deriva verso il ‘secondo Welfare’, alternativo a quello statale, per il volontariato? – domanda –. Che esso dovrà farsi carico degli esclusi e dei poveri? Che si sospingeranno le organizzazioni di volontariato (i segnali sono ormai molti e concreti) a diventare piccole imprese per fare servizi a basso costo? Che si passerà da una sussidiarietà ‘circolare’ (mutua valorizzazione tra pubblico e organizzazioni dei cittadini) ad una sussidiarietà intesa come ‘delega’ al terzo settore delle politiche sociali a cui si concede il 5 per mille”.

La lettera si sofferma, infine, sulla questione del dono, al centro anche della “Campagna per il dono contro la solitudine e la povertà”, promossa dal ministero del Welfare in occasione dell’Anno europeo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale. “Signor ministro come la mettiamo con il ‘dono’? – scrive Cerniglia –. È il frutto di una socialità virtuosa - della cittadinanza attiva di chi attua la ‘gratuità del doveroso’ come direbbe uno dei padri della 266 (Nicolò Lipari) - nel contesto di un sistema nel quale sono garantiti alcuni diritti universali, oppure è beneficenza, sostituzione, intervento residuale oltre che non liberante per chi lo riceve?”

La lettera si chiude con il ricordo di Luciano Tavazza, uno dei maggiori innovatori del volontariato connesso alle politiche del Welfare, che 11 anni fa organizzò con la Fondazione Italiana per il Volontariato “un convegno dal titolo emblematico: Oltre i diritti il dono”. Un titolo – viene sottolineato nella lettera – che starebbe a rimarcare un concetto espresso anche dalla Chiesa “che ella ascolta con grande sollecitazione” e in particolare dall’enciclica di Paolo VI “Apostolicam Actuositatem” del 1965 che dice: “Non avvenga che si offra come dono di carità ciò che è già dovuto a titolo di giustizia”. “Vogliamo tornare indietro?” conclude la lettera.

 

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