Rsi/ Ecco i giovani (scrittori) talenti della solidarietà

Lunedì, 18 ottobre 2010 - 09:15:00

 

Guarda lo spot del Salone "Dal Dire al Fare"

Dal Dire al Fare, il programma dei convegni del Salone della Responsabilità sociale d'impresa

Dal Dire al fare va in città: il regolamento

Dal Dire al Fare va in città: le location

"I racconti della Csr", un premio per i giovani da Affaritaliani.it a Dal Dire al Fare

Quindici storie per raccontare l'attenzione delle aziende al sociale. Sono quelle scritte dagli studenti che hanno partecipato al concorso "I racconti della Csr" lanciato dai promotori del Salone della Responsabilità sociale d'impresa "Dal Dire al Fare".

La premiazione dei vincitori è avvenuta durante il Salone, che si è svolto il 28-29 settembre all'università Bocconi di Milano. Affaritaliani, media partner della manifestazione, ha assegnato una menzione speciale.

 

 

- LA MENZIONE SPECIALE DI AFFARI

 

Edificare il domani

"La scuola è quasi pronta, tra pochi giorni comincerete a imparare tante cose nuove. Contenti bambini?" Così oggi l'ha chiamata Rachele, la scuola. Rachele è una volontaria del progetto "Dai una mano all'Africa", è affettuosa e allegra. Ci regala dei quaderni dove colorare e ci parla del suo paese, ci fa ascoltare musica mentre balliamo.
Non ho capito bene cosa sia questa scuola. Ricordo solo le sedie e i tavoli trasportati da alcuni adulti che avevo visto un mese prima. Rachele mi ha detto che sono gli operai di un'impresa edile italiana e che stanno costruendo l'edificio da quasi un anno. Io penso che non mi serva più di tanto andare a scuola, dopotutto so raccogliere l'acqua dal pozzo e trasportarla a casa e ho solo sette anni!
Guardo questi operai tutti indaffarati che camminano avanti e indietro, mentre altri uomini discutono. Sento parole come sviluppo, progresso, cultura, responsabilità. Non ne capisco il significato però è bello ascoltarli. Ne parlano con gioia, con la stessa gioia di Rachele.


La premiazione del racconto al Salone Dal dire al fare


Oggi inaugurano la scuola, ci hanno messo in fila, io cammino vicino a Sophie, che ha gli occhi spalancati. Guardo i palloncini appesi ovunque, i tavoli imbanditi di dolci. Ci sono anche gli operai e gli uomini che ho sentito discutere. Rachele è raggiante e commossa. Un signore prende il microfono e comincia a parlare: "Siamo fieri di inaugurare l'anno scolastico per i bimbi e le bimbe qui presenti. La struttura è terminata grazie all'impegno costante e attento di tutti gli operai, dei tecnici, dei costruttori che hanno lavorato e collaborato al nostro progetto. La nostra impresa non ha mai realizzato un lavoro così ben riuscito come questo: strutture ludiche con giochi a norma di sicurezza, banchi, sedie e mobili di vario genere costruiti con legno riciclato, sale luminose e accoglienti. Inoltre, ringrazio in modo particolare i volontari del progetto "Dai una mano all'Africa" per l'umanità, la serietà e la responsabilità con cui hanno svolto il loro impiego. Progetti e strutture del genere dovrebbero essere all'ordine del giorno in luoghi che necessitano di aiuto… d'altronde la multiculturalità richiede lo sforzo e il supporto di tutti!"
Un forte applauso riecheggia nella sala dove si svolge la cerimonia. Ci scattano alcune foto, sono un po' stordito da tutto quel fragore.

Sfoglio l'album in cui ho raccolto quelle foto. Sono passati vent'anni e solo oggi comprendo il senso di quella giornata. Perché da lì la mia vita è cambiata. Perché grazie al lavoro compiuto da quell'impresa, alla passione messa nel progettare un istituto per noi che non avevamo nulla, grazie all'amore di Rachele e degli altri volontari, posso dare ai miei figli un futuro. Posso guardare sereno mia moglie mentre ceniamo. Grazie a quelle persone e ai loro sogni, alle loro ambizioni che si sono trasformate in progetti concreti, ho studiato, mi sono laureato in architettura e adesso lavoro in un'impresa che collabora nel sociale. Sono diventato un costruttore di sogni!

                                                                                          
Chiara Amato
Perugia

 

- IL VINCITORE

Caro Dio

Lettera numero 3647

Caro Dio,

sono sempre io Giovanni, quello che i medici chiamano schizofrenico paranoico, quello che vive in strada da10 anni, che non ha più famiglia, né amici, non ha un lavoro né cure. Sono quello che ti ha scritto ieri, il giorno prima di ieri e quello prima ancora, quello che crede e scrive. Scrivere e credere, credere e scrivere è tutto quello che mi è rimasto nel vagare in una città che non sento più mia,è quello che mi tiene in vita, quello che mi fa sopravvivere. Ma oggi è successo un avvenimento incredibile, ti ricordi che nella lettera numero 3600, almeno credo, ti avevo raccontato del materasso blu caldo, colorato e comodo che mi era stato donato dalla mensa dove ogni tanto vado a mangiare? Sì bravo proprio quel materasso che sopra all'etichetta
aveva scritto un nome, il nome Angelo, quel materasso che avevo preso proprio perchè mi ricordava te e quindi non poteva farmi del male. Stamattina camminando in una via che non conoscevo ho ritrovato un'insegna che riportava l'etichetta del materasso, ho guardato e riguardato spaventato che potesse essere una trappola, ma era proprio lei, perfettamente identica. Era un segno capisci? Dovevo trovare il mio Angelo. E così sono entrato, c'erano tante persone che lavoravano per costruire materassi simili al mio, allora ho chiesto, ho chiesto chi fosse Angelo e nessuno mi ha cacciato. Le persone mi hanno sorriso, Angelo allora si è alzato e mi è venuto incontro. Era un uomo giovane, non molto alto, paffutello, diverso da me con gli occhi
allungati, e il sorriso curioso. Il mio angelo era una persona affetta dalla sindrome di down. Mi ha sorriso, mi ha teso la mano e mi ha detto che sapeva che l'avrei trovato. Per la prima volta dopo dieci anni non ho avuto paura della persona che avevo di fronte ed ho sentito un senso di appartenenza che mai avevo provato. Angelo mi ha portato a vedere il suo appartamento, spiegandomi che pagava l'affitto e tutto il necessario con i soldi che guadagnava; mi ha chiesto di rimanere lì con lui ed io ho accettato. Domani per la prima volta dopo dieci anni ricomincio a lavorare, lavorerò con Angelo e altre persone simili a me e a lui per produrre materassi che possano aiutare le persone che hanno perduto la via, le persone fragili come sono fragile io. Sai ho già deciso che scriverò anche io su uno di questi materassi il mio nome, sperando che qualcuno venga a cercarmi e che io possa diventare la sua famiglia.
Caro Dio, credo che ti scriverò meno lettere da domani, devo lavorare e devo lasciarti libero di aiutare tutte le persone come me, non posso catalizzare tutto il tuo tempo, sono già dieci anni che ti dedichi solo a me, è giunto il momento di aiutare qualcun altro.

Se avrò bisogno mi raccomando però, fatti trovare.

Giovanni


Francesca Calò (neolaureata)
Milano

 

 

- IL SECONDO POSTO


La piccola storia di Gerry il paninaro

Prefazione
Responsabilità d'impresa significa coerenza con la politica aziendale. Proporre mutui a tassi da usura per poi giocare a sfamare l'Africa con i soldi guadagnati affamando la propria gente non è responsabilità ma ipocrisia.
Piccolo esempio di non-ipocrita responsabilità d'impresa alteris verbis la piccola storia di Gerry il paninaro

Gerry il paninaro non è famoso né per l'igiene né per l'aspetto particolarmente gradevole. Tutte le sere se ne sta parcheggiato fuori dal Jackie-O sfornando panini per una nuvola di giovani affamati e chiassosi che s'accalcano davanti al suo furgoncino. La sua scarsa cordialità condita con grugniti incomprensibili, tra i quali si distinguono a mala pena le parole "salamella-ketchup-maionese", non sembrano essere un grosso ostacolo al suo business. Probabilmente anche perchè sic et simpliciter la zona non vanta altre alternative credibili; tranne per chi sa accontentarsi di barrette di cioccolato sottomarca. Se adori il cioccolato sottomarca basta fare due passi fino al benzinaio lì vicino, piazzarsi davanti alla vetrina lercia del distributore automatico e inserirci qualche spicciolo. Che poi si rischia comunque di dover tornare da Gerry per una birretta, ché - si sa - il cioccolato fa venire anche una certa sete. E lui è lì ad aspettarti al varco, con la barba incolta e il suo grugnire ancor meno cordiale del solito perché - pur avendogli comprato una birra - non ti sei neanche degnato di mangiarti il suo panino salamellapatatinecipollefunghimajoneseketchupeperoninsalatapomodorifontina-
salsarosa.
Si da il caso infatti che Gerry abbia una certa sensibilità, e per certe cose ci rimanga pure male .
Come per quella volta che morì suo figlio. Anche lì ci rimase parecchio male [ndr Gerry intendo…il figlio ci rimase punto e basta]. In realtà non sembrava neanche gli volesse tanto bene - a suo figlio - ma forse lo infastidiva il modo in cui era morto; voglio dire, Gerry aveva investito in quel figliolo i proventi di parecchie migliaia di panini e birre da 33cc, e vedere il valore del proprio investimento crollare a zero l'aveva lasciato nella fattispecie piuttosto amareggiato. Fatto sta che il figlio di Gerry s'era schiantato a 130 km/h contro un pilone del ponte della tangenziale che taglia a metà la strada dal Jackie-O alla città e che lapalissianamente se non fosse morto sarebbe ancora vivo . Come in tante storie del genere, si imputò tutto all'alcool. Questo non portò Gerry né a iscriversi ad associazioni per la lotta all'alcolismo, né a sponsorizzare campagne per la guida sicura. Riguardo la lotta all'alcolismo, il calo nelle vendite di alcolici avrebbe parecchio ridotto il suo giro d'affari, e comunque il tutto sarebbe stato poco credibile. Circa la guida sicura invece, Gerry stesso s'era fatto disattivare l'airbag per evitare che scattasse ogni qual volta gli capitasse di tamponare a più di 20 km/h qualcuno fermo al semaforo. E comunque da ambedue le attività non avrebbe cavato un ragno dal buco. D'altronde, quando passi le tue nottate a sfornare panini, non è facile esulare dal mero utilitarismo. Rectius, Gerry non è mai stato molto tagliato per il volontariato, ma ha sempre avuto senso per gli affari. E la cosa, volendola vedere in un'ottica smithiana , significa che comunque qualcosa di buono per il prossimo avrebbe potuto combinarla. E così fu.
Manco fosse sempre Natale, Gerry regala ad ogni balordo che gli compra una birra un alcol test usa e getta e una tesserina. Se il test risulta negativo, Gerry -con le mani insozzate di carne e condimenti - prende un timbro tanto unto che riflette la lampada al neon sul tetto del furgone e marchia la tesserina con un indecoroso logo circondato dalla scritta "Da Gerry - il paninaro". Arrivato a 10 timbri, ti regala una birra; che, a onor del vero, il più delle volte è calda da far schifo. Ma nessuno se ne risente più di tanto.

Dario Bonaretti
Pavia

 

1  Parecchio male.
2  "S'il n'estoit pas mort il serait encore en vie" La chanson de la Palisse, Bernard de la Monnoye (1641-1728)
3 "Perseguendo il proprio interesse, egli spesso promuove quello della società in modo più efficace di quando intende realmente promuoverlo" [www.google.it e poi ci metti tra virgolette roba tipo "perseguendo interesse personale Adam Smith"].

 


- IL TERZO POSTO

Ore 18.30: un libro in autobus

Ore 8.30 in autobus :"Buongiorno", "Ciao", "Prego, si sieda pure Signora", "Scusi, può obliterarmi lei il biglietto?", "Passa per il centro?", "Arrivederci", "Buona giornata!".
Tante voci e tante vite.
La signora Maria ogni mattina fa il solito giro: Duomo, mercato, cimitero e poi a casa per preparare il pranzo ai nipoti. Il dott. Rossi: uomo d'affari, gentile e sempre attento alle lancette dell'orologio. Alice: studentessa universitaria; tra libri ed esami, il suo pensiero è sempre rivolto al domani. Davide, il conducente: ogni giorno al lavoro ascolta e diventa parte di tante storie, tra una via e l'altra, pensa alla sua futura figlia.
Parole, pensieri, sguardi che salgono e scendono indifferenti dalle porte del bus. Persone che si sfiorano ogni giorno, relazioni che esistono solo tra le pareti finestrate del mezzo. Come comunicare con la collettività intera, sfruttando questo microcosmo?
Un nuovo orario: 18.03, una nuova meta: un libro. Una fermata speciale in cui non esistono più autisti, passeggeri, controllori ma si ritrovano assieme Davide, Maria, Alice, il dott. Rossi. Tutti pronti a partire per viaggi letterari, sempre diversi. Scrittori affermati ed emergenti, esperienze e temi di pungente attualità, docenti e studenti universitari, artisti del design e dei graffiti. La stazione degli autobus, da "non luogo" si trasforma in un centro culturale e creativo al servizio di tutti coloro che solitamente vi passano solo per viaggiare veloci. Questi incontri sono vere opportunità di confronto e scambio d'opinioni tra l'azienda e la comunità.
Sono quasi le 20.00 quando Alice esce dalla stazione. Tra le braccia stringe un libro e le emozioni che le ha regalato. Dietro a lei, il dott. Rossi aiuta la signora Maria a indossare il cappotto. "Allora ci vediamo sabato?" gli chiede la signora Maria. "E come potrei mancare", risponde Rossi. Si volta e vede Alice. "Viene anche lei, signorina?". Lei, timida, arrossisce. Davide le ammicca. "Certo che viene, altrimenti con chi parlo della mia bambina?". Alice sorride, poi annuisce.
Già sabato, ci saranno tutti sull'autobus del "Libro delle 18.03".
L'ultima invenzione di Apt. L'autobus che viaggia tra i paesaggi bucolici del territorio e racconta le storie di una società multiculturale. Intere giornate dedicate alla cultura in viaggio: un autore, una lettura in movimento, parole che fluttuano più veloci del paesaggio che scivola via da dietro al finestrino. E ancora, la scampagnata, dove il giovane, l'anziana signora, lo staff del Libro e i rappresentanti di Apt riescono a instaurare una relazione più emotiva e intensa, mescolandosi come colori combinati ma, è già ora di rientrare.
Locandine, post-it, segnalibri, borse, video-proiezioni in bus…la città è tutta colorata di giallo "sole" e blu "Apt", l'intera popolazione riconosce e si sofferma a guardare che cosa il "Libro delle 18.03" propone per la prossima edizione.
Ogni anno una nuova sfida per Apt. Partendo dal concetto che l'autobus è una micro-società, i vertici di Apt hanno deciso di investire sulla cura delle Relazioni con i pubblici di riferimento e, così, far crescere il territorio.
Ed ecco che il magazzino è diventato la sala per viaggiare nella cultura, l'istinto del Presidente che voleva attivarsi per la comunità si è concretizzato nel progetto del "Libro delle 18.03" e i valori impliciti dell'azienda si sono tradotti in un piano strutturato di Responsabilità Sociale.
Ore 8.30 in autobus: "Buongiorno dottor Rossi", "Buongiorno signora Maria, prego, si sieda, intanto le oblitero il biglietto", "Galantuomo come sempre", "Si figuri, è un piacere", "Ma chi è quel bel giovanotto con Alice?", "Il suo moroso!", "E Davide? Non guida lui oggi, sarà mica..", "Eh, signora Maria, proprio così, è diventato papà."

Dorotea Tilatti
Udine

 

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