Dalla Pantanella a Ponte Galeria: morto "Sher Khan", leader dei clochard

Mercoledì, 9 dicembre 2009 - 18:06:00

Due settimane come un senza tetto. Ecco il viaggio nella 'città parallela'
E’ morto per il freddo dopo una vita fatta di grandi battaglie e di grandi difficoltà. Era di nazionalità pachistana la persona trovata senza vita questa mattina in piazza Vittorio, a Roma: Mohammad Muzaffar Alì, detto Sher Khan, 55 anni, era in Italia da molto tempo, e aveva avuto un ruolo attivo nella fondazione delle prime associazioni costituite da migranti nella capitale. Venti anni di occupazioni, manifestazioni, volantini: la sua vita erano la strada e le sue storie, soprattutto quelle degli stranieri come lui. “La sua esistenza era un vero tourbillon”, dice ora il suo avvocato, Mario Angelelli, che lo aveva incontrato per la prima volta alla Pantenella, nel 1991, e da allora ne ha sempre seguito le complicate vicende. Negli ultimi tempi, Sher Khan aveva vissuto nella struttura dell’ex Museo della Carta sulla via Salaria, stabile occupato abusivamente da gruppi di immigrati fino allo sgombero deciso dal comune di Roma il 9 settembre scorso.

Da allora viveva per lo più per strada, anche se appena qualche giorno fa era stato trattenuto al Cie di Ponte Galeria: pur avendo ottenuto lo status di rifugiato politico, infatti, ci aveva vissuto per 15 giorni. “Un evidente errore – dice l’avvocato – e infatti lo hanno fatto uscire ancora prima del nuovo incontro con la commissione che era previsto per il prossimo 14 gennaio”. “Certo… - continua Angelelli – ho fatto di tutto per farlo uscire… Ma ora mi dico che se fosse rimasto a Ponte Galeria non avrebbe bevuto, non sarebbe stato per strada e forse non sarebbe morto… Ma è andata così: la strada è stata la sua vita, e sulla strada è morto”.
 



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Presidente della United Asian Workers Association, una fra le prime associazioni di immigrati sorte a Roma, il giovane Sher Khan aveva partecipato in passato all’occupazione della Pantanella, la fabbrica abbandonata nella zona di Porta Maggiore occupata per poco più di sei mesi nel 1991: in quei locali fatiscenti trovarono posto tremila immigrati. Sher Khan visse in prima linea quella straordinaria stagione di impegno sociale e politico, animata anche dall’allora direttore della Caritas diocesana di Roma, don Luigi Di Liegro: nella vita dell’allora quarantenne pachistano, l’impegno pubblico e di lotta sui versanti del lavoro, del diritto alla casa e dell’asilo politico rivestivano un ruolo predominante. Negli anni successivi, però, questa passione si era scontrata con gravi difficoltà personali: soprattutto seri problemi di alcol, che lo avevano allontanato dall’impegno attivo, e – più recentemente – un infarto che aveva ulteriormente pregiudicato le sue già precarie condizioni di salute. “Diceva sempre che quella era la sua benzina – racconta l’avvocato Angelelli – ma non faceva mistero dei suoi problemi: spesso riusciva a ragionare lucidamente anche quando beveva”.

Sher Khan viveva da single, non aveva una famiglia: “Ce l’aveva in Pakistan, ma qui in Italia la sua famiglia era la strada e i ragazzi che vi incontrava, specialmente gli irregolari e chi non aveva alcuna protezione giuridica”. Era stato anche accusato di violenza sessuale, “accusa da lui sempre sdegnosamente respinta” – precisa l’avvocato – ed era anche stato condannato per aver palpeggiato una ragazza in metropolitana: “Fu giudicato in contumacia, in quegli anni non riuscivamo a trovarlo, di fatto non si difese: ho letto gli atti, a mio giudizio quella è stata una sentenza non equa”. Proprio oggi, mercoledì, Sher Khan era atteso a via Giovenale, allo sportello di consulenza legale gestito dall’associazione “Progetto diritti”, curato fra gli altri proprio dall’avvocato Mario Angelelli: “Arrivava sempre con quattro o cinque persone bisognose di aiuto e consulenza, storie difficili e confuse, persone che incontrava per strada e che portava da noi: le sue irruzioni così colorate diventeranno un mito”.

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