Detenuti? No... siamo 'solo' attori. Quando il teatro dà un'altra identità

Martedì, 23 febbraio 2010 - 13:42:00

di Anna Casanova

«Io seguo le leggi sacre e incrollabili degli dèi, leggi non scritte, di quelle io un giorno dovrò subire il giudizio. [...] E non credevo che i tuoi bandi fossero così potenti da sovrastare e sovvertire le leggi morali degli dèi!». Così rivendica con forza e tenacia Antigone il suo desiderio di compiere i riti funebri per il fratello Polinice, anche a costo di andare contro l’editto del re Creonte. E’ proprio con questa grande tragedia greca, l’Antigone di Sofocle, che pone al centro il conflitto tra politica e morale, temi assolutamente contemporanei, che si cimenteranno i ragazzi del carcere minorile Beccaria che da anni hanno la possibilità di poter partecipare a laboratori teatrali all’interno del carcere.

teatro punto zero

Questo avviene grazie all’entusiasmo, la determinazione e forza di volontà del regista Giuseppe Scutellà che oltre quindici anni fa fondò la compagnia teatrale Teatro Puntozero e da dieci anni ormai lavora con il carcere minorile Beccaria. E’ una sfida continua perché spesso, ci confida Scutellà, è una “lotta alla ricerca dei fondi perduti” o un equilibrismo tra le maglie della burocrazia che di fronte al suo progetto teatrale nel carcere non riesce a catalogarli, perché “non sei né solo cultura né solo sociale e quindi non sanno dove metterci e a volte i fondi non arrivano”. Ma nonostante questi rompicapo burocratici  Scutellà non molla, alla fine ogni anno, riesce far passare il suo laboratorio teatrale presso il carcere minorile Beccaria, stregato ormai irrimediabilmente dal lavoro con questi ragazzi.

La sua compagnia, per metà composta dai ragazzi del Beccaria e per l’altra metà da attori-operatori, anche quest’anno, per il secondo anno consecutivo, è riuscita a dar vita ad una stagione teatrale presso il Teatro Puntozero di Milano (via Bellagio 1) che apre con Antigone il  25 febbraio e finisce a giugno con Alice nel Paese delle meraviglie (per il programma completo vedere sito www.puntozero.info).

Ma com’è nata questa passione?
"Mi sono diplomato alla Accademia Paolo Grassi di Milano e subito dopo entrai come obiettore a lavorare per una anno nel carcere Beccaria, ma dopo altri percorsi, sono ritornato lì perché sentivo una sirena che mi chiamava".

Come nasce la scelta dei testi: li sceglie lei o vengono proposti dai ragazzi?
"Nel teatro si ha spesso il timore che i testi classici per i ragazzi non siano alla loro portata, invece mi sono accorto con gli anni che, se si propongono testi molto semplici, alla fine si fa più fatica a lavorare. Siamo stati noi a proporre Antigone, l’abbiamo letta insieme, ne è nato un dibattito molto vivo, abbiamo fatto il gioco del roll-play e i ragazzini si sono entusiasmati. Si può immaginare che cosa possa rappresentare per loro un testo come Antigone. Non bisogna dimenticare la potenza di questi testi".

teatro punto zero

Per lavorare nel teatro sociale bisogna avere qualcosa in più o di diverso rispetto al teatro tradizionale?
"Assolutamente sì. Ci deve essere altruismo. Quando faccio le audizioni per gli attori non è facile trovarli. C’è una condizione fondamentale per lavorare nella mia compagnia: l’attore deve essere disposto in qualsiasi momento del lavoro a lasciare la sua parte e a trasferirla, con competenza e sapienza, al nuovo ragazzo che si aggiungerà nel laboratorio. Mi è capitato, per esempio ad una settimana da uno spettacolo, che si sono aggiunti dei ragazzi e gli attori, che io chiamo anche operatori, hanno dovuto lasciare e insegnare loro la parte in una settimana. E’ un gesto di grande altruismo che non tutti gli attori sono disposti a fare".

Qual è il suo approccio metodologico invece con i ragazzi?
"Parto dal presupposto che siamo tutti attori. Per me recitare vuol dire togliere non mettere. Chiunque può andare in scena. Chiaramente ai ragazzi non faccio un provino, è una sfida farli recitare. Bisogna avere innanzitutto umanità, ma non indago la psicologia del singolo ragazzo. A me interessano i suoi cambiamenti e questi li ottengo con molte ore di lavoro fisico e vocale. I ragazzi devono sudare sul palcoscenico, il testo passa non tanto dalla lettura a tavolino ma dal corpo. Hanno bisogno di sfogare i loro corpi, di togliere le gabbie che si sono creati. Inoltre è molto importante che ogni ragazzo abbia un attore-operatore di riferimento. Lavoriamo sempre uno a uno".

Quali sono le resistenze con cui si scontra?
"Nessuno lo fa volentieri all’inizio. Molti sono timidissimi nell’andar in scena. E’ per questo che diamo la possibilità di stare anche dietro le quinte ossia c’è la possibilità di lavorare come tecnico luci, macchinista teatrale, tecnico audio. Alcuni di loro che avevano iniziato a lavorare secondo Art.21 (ndr. i ragazzi lavorano fuori ma rientrano a dormire alla sera in carcere) hanno continuato poi una volta usciti. Con alcuni di loro ho creato un vero e proprio service professionale audio-luci".

Qualche altro esempio di ragazzo che ha proseguito in questo campo…
"Uno dei nostri ragazzi, che veniva da una famiglia molto problematica, ora è assistente fotografo e sta diventando fotografo per Vogue. Che invidia! ( ride soddisfatto)…."

Che cosa spera di lasciare a questi ragazzi?
"Spero da una parte di trasmettere loro la mentalità del lavoro e soprattutto spero che questi ragazzi, grazie al laboratorio teatrale, riescano a  restituire una nuova immagine di sé". 
 
 

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