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Di Giordano Brega

giusy versace (5)                                             Guarda la gallery

"Ero una donna completamente dedida alla carriera e alla moda. Non perché mi chiamo Versace (il padre Alfredo è cugino di Gianni, Donatella e Santo, ndr), però, io ho sempre lavorato per aziende concorrenti. Poi quando ho perso le gambe in quell'incidente stradale e tutto è cambiato...". Giusy Versace si racconta con Affari (spiega a margine dell'Italian Leadership Awards organizzata da HRD Training Group e Roberto Re.) Il 22 agosto del 2005, durante una delle tante trasferte di lavoro, ebbe un terribile incidente automobilistico durante il quale perse entrambe le gambe. E la vita le cambiò.

Oggi fa la consulente, corre con le sue protesi, conquista primati in atletica leggera su 100 e 200 metri (record italiani ed europei nel suo palmares) e si dedica molto anche al sociale. In questi otto anni il suo cammino è stato molto difficile, pieno di ostacoli che ha dovuto superare. Riuscendoci. "La mia nuova vita ha preso una piega diversa. Ho dovuto imparare a camminare, a riappropriarmi dei miei spazi, delle mie cose. Ho dovuto riprendere la patente. Sono anche tornata a lavorare, però oggi lo faccio come consulente, perchè nella mia vita adesso ci sono tante cose che prima non c'erano.

Come il volontariato "che faccio spesso con l''Unitalsi andando a Lourdes. Ho fondato una Onlus - la "Disabili No Limits" - con cui organizzo eventi per promuovere lo sport per i disabili e allo stesso tempo recuperare soldi per dare la possibilità ad altri ragazzi disabili di fare attività fisica e avere comunque una vita migliore grazie all'uso di ausili più evoluti". E poi corre... "nella mia vita adesso c'è anche lo sport che prima non c'era. Diciamo che non ho tempo di annoiarmi".

Facciamo un passo indietro. Cosa ricorda e cosa le è rimasto dentro del giorno dell'incidente, quando le cambiò la sua vita?
"Non avendo perso i sensi e ricordando tutto, io non posso non dimenticare il dolore e la grande paura di morire. Però mi piace anche ricordare che la voglia di vivere ha prevalso. E questo mi è servito anche dopo, per non arrabbiarmi con la vita e per ringraziare Dio di quello che oggi ho. E' vero che ho due gambe finte, ma - come ho scritto nel mio libro (edito da Mondadori, ndr) - ho scoperto che 'con la testa e con il cuore si va ovunque'...".

Lei ha parlato di Dio. Un anno dopo l'incidente andò a Lourdes, cos'ha sentito? Che atmosfera ha percecipito a Lourdes?
"Lourdes era una promessa: se fossi tornata a camminare, sarei andata lì a ringraziare. L'ho fatto un anno dopo anche se non ero ancora fisicamente pronta. Stavo un po' con le stampelle, un po' con la sedia a rotelle. Zoppicavo. Però avevo bisogno di andare lì a dire grazie. In realtà davanti alla grotta mi è venuta fuori tanta di quella rabbia che probabilmente avevo anche un po' cercato di reprimere e ho iniziato a piangere disperatamente chiedendomi 'perché a me?'. Ho guardato la Madonna dicendomi 'perchè mi hai dato questa grande tragedia? Che cosa ho fatto io di male per meritare questa croce?' Però... la magia di quel posto: Non è tanto il miracolo. Io non vado lì per pregare e chiedere che mi ricrescano le gambe, perché ho l'obiettività per capire che non può succedere. Prego perché Dio mi dia la forza, l'energia, la grinta di portarla questa croce. A testa alta, così come sto facendo adesso. Se vorrà che io possa vivere sino a ottanta-novant'anni, io lo voglio fare con lo stesso sorriso di oggi. Con la stessa voglia di vivere che ho oggi. E questa cosa l'ho capita a Lourdes. Perchè io quella domanda sono riuscita a girarla lì, grazie alla preghiera. Non mi chiedo più 'perché a me?'. Mi chiedo 'perchè non a me?'. Che ho io più degli altri?"

giusy versace mondadori

Il giorno in cui si mise per la prima volta le protesi lei pianse di dolore. Mentre furono lacrime diverse quelle che le scesero quando potè mettere le protesi per correre...
"Ho pianto dal dolore la prima volta che ho camminato e dalla gioia la prima che ho corso. La corsa e lo sport mi hanno dato quella sensazione di libertà. Di vita. E' unica e indescrivibile. Una persona dovrebbe provare questa emozione per capirla. Quando corro sicuramente non mi sento invalida. Sento che posso andare a prendermi il mondo. Ed è la sensazione più bella secondo me".

Purtroppo non si è presa la convocazione alle ultime Paralimpiadi di Londra 2012...
"Ho preso una bella batosta lì eh? (sorride, ndr). La Federazione ha fatto una scelta all'ultimo, ha deciso di lasciarmi a casa come riserva".

Perché?
"Motivi tecnici (sorride, ndr). Però io ho faticato tanto per arrivare a quei risultati. Sicuramente non nascondo il fatto di essere rimasta male, ma non sono tornata a casa a strapparmi i capelli. Perché alla fine io non corro tanto per la medaglia o per fare l'Olimpiade. Io non ho bisogno di quello per guardarmi allo specchio e capire che nella vita ho già vinto. Corro per dare messaggi di speranza a chi non lo può fare. Per lanciare un messaggio che anche i disabili esistono, ce la possono fare e non sono diversi dagli altri - se non perché vivono una disabilità. Io corro per passione, perché mi sento viva. E continuerò a farlo finché questa passione mi spingerà a farlo. Poi, se i risultati arrivano siamo tutti contenti. E lo sarà ancora di più il mio allenatore che comunque passa parecchio tempo a bastonarmi sulla pista perché io possa raggiungere risultati importanti. Però, francamente, adesso non penso ai Giochi di Rio de Janeiro del 2016. Non mi fate questa domanda... perché i miei obiettivi devono essere più vicini"

Ad esempio?
"L'anno prossimo ci sono gli Europei e nel frattempo mi preparo per la rassegna continentale. Poi se continuerò a correre ci sarà un Mondiale. Magari fra tre anni sono ancora lì a correre per Rio, ma non lo so. Può anche essere che a quel tempo abbia deciso di smettere. Alla fine non ci pagano per correre e io ho anche un lavoro. Comunque continuerò a correre sino a quando avrò il tempo, la pazienza e la voglia. Se arriva Rio andiamo tutti a festeggiare..."

C'è qualche atleta che ammira particolarmente?
"Ce ne sono diversi. Tra i paralimpici ammiro tantissimo quelli che riescono a fare dei risultati eccezionali in carrozzina. Perché ho provato a fare dello sport così e l'ho trovato difficilissimo. Mi viene più facile usare le protesi, che non sedermi su una sedia a giocare a basket, piuttosto che fare la corsa in carrozzina. Ammiro loro che ci riescono. Tra gli atleti che apprezzo potrei dire un Alvise de Vidi, pluricampione della nazionale paralimpica, Francesca Porcellato, la mia amica Martina Caironi che ha vinto l'oro, Oxana Corso. La stessa Annalisa Minetti con cui sono molto amica. Delle volte penso a come fa a correre non vedendo. A volte tra noi disabili ti poni anche un po' a confronto. Io a volte penso 'ho perso solo due pezzi di gambe, ma è come se non avessi perso niente, ma se io fossi cieca como lo è lei?' Annalisa poi dice la stessa cosa di me. Sicuramente proviamo tanta stima e ammirazione l'uno nei confronti degli altri per quello che riusciamo a fare. L'importante è riuscire a fare quello che tu vuoi fare"

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