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Controvento

di Marco Volpati

Due popoli due stati. Concetto semplice, chiarissimo, verrebbe da dire lapalissiano. Così semplice che alla fine risulta impossibile. La storia degli uomini non segue, ahimé, né l’aritmetica né i sillogismi. Sono quasi 70 anni che attorno a Gerusalemme resta aperto un conflitto che non si risolve, e anzi infiamma i rapporti tra Occidente e mondo Arabo-islamico, e si ripercuote in America, Asia e tutto il mondo.

Obama, e con lui l’opinione pubblica prevalente euro-americana, ha in mente che solo con la divisione dell’area in due stati, che si riconoscano a vicenda (non c’è bisogno che si amino, questo sarebbe eccessivo) il conflitto mediorientale può, se non risolversi, almeno attenuarsi, accomodarsi.

Noi in Occidente lo abbiamo pensato tanto da scommettere – vedi il panorama della stampa in Europa e USA alla vigilia del voto – che il falco Netanyahu sarebbe finalmente stato sconfitto, complice la crisi economica che anche da quelle parti non scherza. E ci era apparsa follia la forzatura propagandistica di Bibi: “Finché ci sarò io, non esisterà uno stato palestinese”.

All’alba di oggi, 18 marzo 2015, il sogno razionalistico è svanito. Laggiù paura e diffidenza sono in maggioranza, da una parte e dall’altra. C’è una simmetria nelle opinioni pubbliche dei due campi: e partire dal 2006 i palestinesi danno la maggioranza ad Hamas, che ha un programma preciso, secondo cui Israele non deve esistere.

In Israele ieri un voto uguale e contrario. Certo non tutti gli israeliani sono con Netanyahu. Molti hanno votato per Herzog, l’uomo del dialogo, altri per il partito degli arabi con cittadinanza di Israele. E intellettuali dei due campi la pensano come Noah, Amos Oz e Moni Ovadia. Ma la pancia di Garusalemme e di Gaza no. Tra la gente comune prevale un istinto di sopravvivenza che dice: se il mio nemico è sotto schiaffo, io sarò più sicuro.

La democrazia è un pessimo modo per scegliere i governi, recita un detto che era caro a Churchill. Purtroppo però, tutti gli altri sono anche peggiori. Lo abbiamo già visto dopo le “primavere arabe”, in Egitto e anche altrove. Se la gente ha il diritto di scegliere, non è detto che lo faccia per il meglio. Ma si può costringere alla pace chi la pace non la vuole?

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