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Controvento

Il governo di Kiev ha due problemi, uno esterno (Putin) e uno interno, i suoi cittadini dell' Est che si sentono parte della Russia.

Nonostante le apparenze Putin è il problema minore; è aggressivo, certo, e ha rispolverato la dottrina di potenza della ex Unione Sovietica,  pretendendo che nessuno Stato ai suoi confini faccia parte di un’alleanza militare (la Nato) che gli è estranea e potenzialmente ostile.

I guai maggiori stanno all’interno dei confini, e non sono nati oggi. Da più di un decennio a Kiev si alternano governi filo-occidentali, come quelli guidati da Julia Timoshenko, e filorussi capeggiati da Viktor Janukovyc: gli uni e gli altri hanno visto l’opinione pubblica spaccata. E l’ultimo esecutivo filorusso è caduto all’inizio di quest’anno, non per un voto popolare ma per effetto di violente rivolte.

L’Occidente e la UE accusano Mosca di attuare un’invasione mascherata, e invocano il rispetto dei confini. Putin agita un principio diverso, l’autodeterminazione dei popoli:  se nella regione di Donetsk e in tutto l’Est dell’Ucraina la gente si sente russa, bisogna dare retta alla gente. Del resto questo è già accaduto in Crimea: legittimo o no, il referendum dello scorso marzo ha detto che i cittadini vogliono stare con Mosca; l’Occidente ha abbozzato e la Crimea è già passata di là.

Il paradosso e che tra Mosca e l’Occidente si sono invertite le parti dai tempi della Guerra Fredda: allora l’URSS chiedeva l’intangibilità dei confini, per negare scelte autonome in Germania Est, Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia. A Ovest si invocava invece la scelta autonoma dei popoli.

Oggi se si tenessero altri referendum le Ucraine sarebbero due: una filo UE con capitale Kiev, l’altra legata a Mosca attorno a Donestk. Questo metterebbe fine alla crisi, ma sarebbe una sconfitta per Kiev, la Nato, la UE e gli Stati Uniti.
Difficile, anzi impossibile, che ci si arrivi

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