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Medio Oriente: la libertà non è un pacco dono

 

Di Marco Volpati

Alle prese con Iraq, Siria e Libia, l’Occidente e l’ONU si chiedono se intervenire, e come, per evitare massacri: guerra sul terreno, raid aerei, invio di armi alle minoranze, come i Curdi del Nord Iraq, per fermare l’avanzata dei fanatici islamici tagliatori di teste. Ma pesano i precedenti: i Talebani sostenuti dagli USA negli anni ’80 contro i Sovietici diventati poi il nemico più pericoloso; e oggi i guerrieri dell’ISIS forti delle armi americane tolte all’esercito di Bagdad.

C’è un via, scomoda ma chiara, che si può seguire: quella dell’autodeterminazione e della non interferenza (due principi scritti nella Carta dell’ONU).

In Europa tre secoli fa dominavano dispotismo, torture e patiboli, e negazione di qualsiasi libertà di pensiero e religiosa. Poi, lentamente e a caro prezzo, i popoli hanno conquistato eguaglianza e diritti civili.

Se gli abitanti del Nord Africa e di buona parte dell’Asia preferiscono (o sopportano) regimi che praticano decapitazioni, lapidazioni e persecuzione del dissenso, questo è affare loro. Se invece, prima o poi, si scrolleranno di dosso quella che per noi è barbarie  (ma finora, dal loro punto di vista, è tradizione e identità culturale) bene. Ma nessuno può fare il lavoro al posto loro: la voglia di libertà non si può spedire come una partita di cibo o di medicinali.

Come la mettiamo però con la “globalizzazione”? Si sa che il business è sempre cinico: i massacratori del Califfato vendono oltre frontiera il petrolio del Curdistan, dunque c’è chi trova utile comprarlo.

Niente di nuovo: al tempo dell’apartheid in Sudafrica l’embargo di Usa e Gran Bretagna veniva aggirato dalla Cina, comunista e maoista. E in ogni epoca il traffico d’armi non conosce frontiere né ideologie.

Lasciamo che gli affari seguano la loro tradizione amorale; ma gli stati si chiamino fuori. Chi vuol trafficare coi tagliatori di teste, lo faccia a proprio rischio. La politica del mondo civile cominci invece a pensare in termini di autosufficienza economica, comprese le materie prime e l’energia. Una specie di autarchia multinazionale: costerà cara, ma si può fare. Sempre meglio che vivere sotto la minaccia di azioni terroristiche stile Twin Towers; oltretutto qualcuno, anche tra noi, potrebbe giustificarle come reazioni inevitabili alle nostre aggressioni militari.

Abbiamo già visto - in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Egitto - che l’idea di esportare la democrazia non funziona: si esportano soltanto le armi, che poi finiscono nelle mani sbagliate.

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