Rigoletto

di Angelo de' Cherubini

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Il rigoletto
"Coronavirus pandemia delle informazioni. Dai media poco aiuto e molto panico"

IL LIBRO

Maria Rita Gismondo, direttrice del Laboratorio di Microbiologia clinica, virologia e diagnostica delle bioemergenze presso l’Ospedale Sacco di Milano racconta gli antefatti, la gestione e l’eredità dell’epidemia di Covid-19. Un libro che parla di errori e di successi, di difficoltà e solidarietà, del passato ma soprattutto del futuro. A partire da quello che sappiamo, e da quello che possiamo solo ipotizzare, degli eventi che abbiamo vissuto, che hanno cambiato il mondo e il nostro modo di vederlo. L’autrice disegna un quadro preciso in cui si denunciano incompetenze e inadeguatezze, si sottolineano le scelte vincenti e i rischi meno conosciuti, come quello del bioterrorismo, e si fanno proposte per non arrivare impreparati alla prossima emergenza. Alla storia pubblica si intreccia la vicenda personale di un medico, il racconto dalla prima linea del fronte dell’emergenza, le notti insonni, i turni estenuanti, i dubbi e le paure di un’emergenza sconosciuta e vissuta insieme a una squadra che non si è risparmiata pur di portare a termine il proprio dovere. Con rigore scientifico e chiarezza, Maria Rita Gismondo ricostruisce ciò che è stato e ciò che sarà, le cause della crisi e le sfide future che dobbiamo prepararci ad affrontare, perché ciò che abbiamo vissuto in questi mesi non debba ripetersi.

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L'AUTRICE

Maria Rita Gismondo è nata il 18 febbraio 1954 a Catania. Ha due lauree, in Medicina e chirurgia e in Scienze biologiche. È specialista in Microbiologia clinica e virologia. Alla sua carriera accademica aggiunge quella di direttore del laboratorio di Microbiologia clinica, virologia e diagnostica delle bioemergenze presso l’Ospedale Sacco. Dal 2003, anno in cui è stata in prima linea per la diagnosi della SARS, si dedica alla bioemergenza. Ha pubblicato 270 lavori su riviste nazionali e internazionali. Ama scrivere.

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Un libro-insight da non perdere. Per non dimenticare. E non ripetere gli errori

Di Angelo Maria Perrino

Raccomando vivamente la lettura di questo libro sul coronavirus. Poiché l’autrice, Maria Rita Gismondo, è una virologa vera, plurilaureata, che opera full time “al fronte” vivendo perennemente  “con lo scafandro“ alla ricerca dei microbi, ed esercita con grande scrupolo, scientifico ed etico, la sua missione, in posizioni di massima responsabilità, in uno dei punti d’eccellenza del sistema sanitario nazionale,  il Sacco di Milano, alla guida di una straordinaria equipe di specialisti (specie donne), rappresentando l’Italia nei maggiori enti e consessi scientifici internazionali.

Un dossier sul Covid che viene dall’interno del sistema, insomma. Una lettura insight, scritta da una voce libera, che apre uno squarcio inedito, prezioso e sorprendente, del puzzle terrificante di questa micidiale pandemia mondiale.

Maria Rita, che conosco e stimo da anni, è una dottoressa sicula di origine e milanese di adozione e formazione che unisce al temperamento caldo e sanguigno delle origini un grande rigore dottrinario e uno spiccato razionalismo sperimentale e scientifico. Oltre a un innato gusto per la verità e un assai raro  coraggio anticonformistico delle idee.

La lettura delle sue 208 svelte e succose pagine, opportunamente e tempestivamente date alle stampe dalla Nave di Teseo, casa editrice sempre sul pezzo della bravissima Elisabetta Sgarbi, è un esercizio fondamentale per capire meglio lo tsunami Coronavirus, le sue origini, le sue traiettorie, gli errori fatti nell’affrontarlo, le molte stupidaggini dette, le strategie e le misure da adottare per gestire meglio il futuro.

E’ l’occasione dunque per un ripasso a mente fredda della tragica emergenza appena conclusa, delle gravi lacune evidenziate da un sistema sanitario nazionale distrutto dalla politica, dell’inadeguatezza e dei ritardi dell'organizzazione della protezione civile, delle improvvisazioni e contraddizioni dei governi centrali e regionali, del ruolo nefasto e irresponsabile dei mass media a caccia di sensazionalismi e di audience, dell’opportunismo narcisistico di molti pseudoesperti logorroici e sovraesposti, delle pastette e degli interessi in conflitto degli organismi sanitari nazionali e internazionali, delle strumentalizzazioni politiche e delle rivalità geostratefiche tra Stati, delle commistioni pubblico-privato, delle storture e degli squilibri  di una globalizzazione cinica e totalizzante orientata solo al profitto e dimentica degli squilibri  socio-economici e  demografici del Pianeta.

Un libro da non perdere, dunque. Per non dimenticare. E per evitare di ripetere gli errori del passato. Perché la maggior parte delle morti che abbiamo patito - dal libro si capisce senza ombra di dubbio- non sono state figlie del Coronavurs, ma del modo improvvisato e arruffone  con cui è stata gestita l’emergenza da parte di uomini che avevano il potere e la responsabilità di fare, ma non ne avevano le competenze e la necessaria esperienza per operare in scienza e coscienza.

 

 

LEGGI UN ESTRATTO DEL LIBRO IN ANTEPRIMA SU AFFARITALIANI.IT

Media, epidemia e infodemia

La dichiarazione dello stato di emergenza e i successivi provvedimenti, quando ancora si contavano solamente due casi, hanno fatto sparire ogni altra notizia dai media. Cancellata la recessione che ci stava travolgendo nuovamente, perché si coglierà l’occasione di attribuirla al coronavirus. Cancellata la notizia che il gennaio 2020 è stato il più caldo di sempre, tanto che in Europa la temperatura è salita di 3,1 gradi rispetto alla media del trentennio 1981- 2010, e si rendono dunque necessari immediati provvedimenti ambientali. Cancellate le discussioni sul “manifesto di Assisi” per un’economia sostenibile annunciato da Conte il 24 gennaio.

Cancellata la scia di orribili gesti antisemiti che ha segnato l’inizio dell’anno, come la scritta Juden hier (il “Qui vivono ebrei” dei tempi bui del nazismo) e la stella di David comparsi sempre il 24 gennaio a Mondovì, in provincia di Cuneo, sulla porta dell’abitazione di Lidia Beccaria Rolfi , ex staffetta partigiana deportata a Ravensbrück. Cancellati i commenti sui risultati delle elezioni in Calabria ed Emilia-Romagna, che pochi giorni prima sembravano destinati a segnare il futuro del governo. Tutto e soltanto coronavirus, dopo “solo” due casi di infezione importati.

L’aspetto più inquietante, in realtà, non è il mal gestito eccesso di zelo, ma il fatto che quello zelo sia servito ben poco a prevenire il disastro successivo. Infatti, benché il tavolo tecnico si sia riunito regolarmente, si è affrontato con pochissima attenzione e persino minor efficacia il vero problema che si sarebbe presentato di lì a poco, e che tutti conoscevano: il rifornimento di mascherine, dispositivi di protezione individuale e respiratori. A metà febbraio si è accennato alla necessità di aumentare il numero di respiratori, ma è fi nita lì e nessuno ha preso provvedimenti; solo il 2 marzo la società Consip è stata indicata dal governo quale “soggetto attuatore” per gli acquisti necessari.

Qualche giorno dopo i media hanno raccontato che un’azienda italiana costruttrice di respiratori esportava all’estero il 90 per cento della propria produzione; i responsabili dell’unità di crisi non sembravano esserne a conoscenza, visto che gli ordini erano stati fatti appunto dall’estero. Così, pur essendo partiti in anticipo, siamo finiti a chiedere aiuto agli altri paesi. Intanto sulle reti televisive si susseguivano dichiarazioni, a livello sia nazionale sia regionale, sulla corsa a comprare respiratori. Stessa situazione grottesca anche per le mascherine: ditte di moda italiane ed estere hanno lanciato comunicati stampa di riconversione delle produzioni. Il fabbisogno è stato quantificato in cento milioni di pezzi al mese, che però non arrivavano. In questo caso, a complicare la situazione, c’erano le infi nite pratiche burocratiche richieste per certifi care le mascherine. Si sono chiesti preventivi all’estero, e sono stati anche accettati, ma non sono seguiti ordini di acquisto. Si aspettava la produzione interna, e quando ci si è accorti che per ottenere delle mascherine italiane sarebbero serviti almeno due mesi si è cercato di recuperare gli ordini sospesi.

Solo che la situazione cambiava rapidamente, e i paesi che avevano proposto le mascherine non potevano più inviarle, perché in lockdown. Così l’Italia ha rischiato di rimanerne priva. Un dramma grottesco che continua ancora. I poteri assunti da Conte avrebbero dovuto far sì che tutte le regioni rispondessero a un’unica cabina di regia nazionale. Non siamo stati in grado di farlo. E se la filosofia che guidava le decisioni iniziali sembrava quella del preferire il comando unificato, con poche persone a prendere le decisioni, già l’11 marzo si è cambiata rotta e l’amministratore delegato di Invitalia, Domenico Arcuri, è stato nominato commissario straordinario per l’emergenza (ancora un non sanitario). Nel frattempo anche Fontana, governatore della Lombardia, ha nominato un superconsulente: Guido Bertolaso. Fin dall’inizio della fase peggiore dell’epidemia ogni regione ha preso i provvedimenti che ha ritenuto utili, spesso ignorando le indicazioni centrali. Così sono arrivati i fantasmagorici annunci di un ospedale che sarebbe stato costruito a Milano in dodici giorni, all’interno della Fiera. Ne è stato incaricato Bertolaso, che però ha presto scoperto di essere positivo ed è stato ricoverato.

Una volta dimesso l’ospedale era già pronto. Inaugurazione e dichiarazioni alla stampa per dimostrare al resto d’Italia quanto i lombardi siano bravi; ventuno milioni di euro raccolti dalla Protezione civile attraverso donazioni private per un progetto da 250 posti, dei quali però se ne realizzano 53. A fine aprile i ricoverati erano 10 e l’assessore regionale al welfare Giulio Gallera ha dichiarato che il fatto che la struttura fosse vuota stava a indicare quanto fossimo stati bravi a gestire la pandemia: il fabbisogno di posti letto in rianimazione era diminuito. Al 13 maggio i ricoverati erano scesi a 3. Nuovo annuncio: in due settimane si smonterà il nuovo ospedale. In questo clima fioccano dichiarazioni di ogni genere, accompagnate anche dagli insulti in rete. I litigi in tv sono all’ordine del giorno.

Conte viene persino definito “ignorante” da un membro delle istituzioni regionali. E alla fine ognuno fa di testa sua. Tamponi sì, a tutta la popolazione; tamponi no, solo ai sintomatici. Poi, di nuovo: “Tamponare tutti!” Test per gli anticorpi a tutta la popolazione (regione Veneto); test per gli anticorpi ancora da validare (regione Lombardia). Test sierologici per l’intera popolazione; no, solo per i sanitari; no, anche per i volontari. “Servono per conoscere i positivi al virus.” No: servono solo per sapere se hai avuto l’infezione, ma se è in corso non puoi individuarla con quei test, perché valutano solo le IGG (anticorpi successivi all’infezione). Test sierologici eseguiti da laboratori privati; messaggi su WhatsApp che riferiscono di kit casalinghi a centocinquanta euro… La regione Lombardia blocca quelle analisi, poi le autorizza.

Nel resto d’Italia si eseguono ormai da settimane. Abbiamo aspettato chi? Le mascherine vengono previste prima solo per i malati, poi anche per i sanitari, e alla fine devono portarle tutti anche all’aperto. Ilaria Capua dichiara che non la indossa, l’OMS dice che servono solo a malati e sanitari, il tavolo degli esperti le rende obbligatorie per chiunque. Ma ancora non si trovano. Arcuri ne ha fissato il prezzo a 50 centesimi; gli industriali, che hanno riconvertito le loro produzioni spinti dal fabbisogno nazionale, hanno chiesto di poterle vendere almeno a 55 centesimi, ma Arcuri è stato irremovibile.

Uno spettacolo poco edificante. Oltretutto le indicazioni, anziché rassicurare, hanno creato disorientamento, proprio quando la situazione richiedeva una risposta solida e compatta. Abbiamo assistito a un balletto di responsabilità tra governo e regioni che non si è mai fermato e che ha peggiorato il fenomeno che, parallelamente alla pandemia, ha colpito duramente il nostro paese: una vera e propria infodemia. “Infodemia” (in inglese infodemic) è proprio il termine utilizzato dall’OMS per descrivere il fenomeno di incontrollata diffusione di informazioni – vere o presunte, news e fake news – cui stiamo assistendo, per la prima volta durante un’epidemia.

Mai prima d’ora ci sono stati a disposizione megafoni mediatici come quelli attuali, e mai la popolazione è stata travolta in questo modo da informazioni, pareri e querelle legati a un virus. Di tutto e di più. I media hanno mostrato un’avidità mai vista: bisognava parlare del nuovo coronavirus a ogni costo. Oltre ai telegiornali, che ne hanno pieno diritto, si sono interessati all’argomento programmi impensabili: da Chi l’ha visto a Quarto grado, dalle trasmissioni sull’ambiente a quelle sulla cucina. Parola d’ordine: discuterne!

Chiunque, pur di parlare, ha detto la sua; spesso più volte, in programmi diversi e su argomenti sconosciuti. Forse chi gestisce alcuni media con l’obiettivo primario di fare audience e stupire (e potrei elencare trasmissioni note e meno note) dovrebbe tener di conto che si tratta della salute della gente e che, cosa non meno importante, il panico che queste notizie possono causare può avere ripercussioni sociali ed economiche globali, come abbiamo visto. Tutti hanno parlato di coronavirus in tv, dai cuochi alle veline, fi no a quando – finalmente, direi – lo stesso coronavirus ha cancellato, di fatto, numerose trasmissioni, sconvolgendo il palinsesto ma arginando il propagarsi di grandi stupidaggini che si erano dispensate a cuor leggero fino ad allora.

Il viceministro alla sanità Pierpaolo Sileri, scopertosi positivo dopo essere stato ospite a Chi l’ha visto, ha di fatto provocato la sospensione per qualche settimana del programma di Federica Sciarelli: l’intera trasmissione è entrata in quarantena e ha finito, almeno per un po’, di “cercare” il virus. Come è accaduto in altri settori, qualcuno ha approfittato dell’emergenza coronavirus per togliersi qualche sfizio. Blob, forse scomodo a qualcuno, è stato chiuso pur non prevedendo pubblico in studio.

Si sono fermate per un lungo periodo le puntate di Forum e Uomini e donne, anche se, personalmente, non è che ne abbia sentita la mancanza. Ha chiuso anche Avanti un altro, tanto seguito da un pubblico anziano, proprio quello maggiormente costretto a stare a casa, con la compagnia della televisione quale unico sfogo. Eppure il conduttore Paolo Bonolis ha dichiarato via social che le puntate erano già state registrate e quindi pronte da mettere in onda. Sono stati sospesi Domenica in – per la prima volta nella sua lunga storia – e persino Porta a Porta di Bruno Vespa.

Non si sa per quale motivo, hanno resistito i programmi della D’Urso, forse perché la conduttrice prega in diretta con i politici che ospita! La7 invece ha continuato con il suo palinsesto. A parte il magnifico Crozza, che in una delle sue puntate ha ironizzato su me e Burioni, in molti si sono cimentati in frasi o dichiarazioni che avrebbero dovuto essere ironiche ma si sono rivelate di cattivo gusto, oltre che un vero e proprio boomerang per chi le ha pronunciate. Elisa De Panicis, ex concorrente del Grande fratello VIP, ha dichiarato, a fronte delle notizie provenienti dalla Lombardia: “Con il coronavirus il Sud ha fi nalmente battuto il Nord. Odiamo quelli del Nord e loro ora non possono scendere.” Feltri si è lasciato “scappare” un: “Invidio i napoletani che hanno avuto solo il colera.” E Gigi Buffon, incontrando i tifosi per firmare alcuni autografi dopo una partita, ha detto a un ragazzo cinese: “Attento eh, hai il corona… Ti guardo…” Per poi aggiungere: “Cazzo, sei di Wuhan?”

Ma, a parte il cattivo gusto e la mancanza di sensibilità dimostrata da molti, il vero fiLo conduttore di quanto si è visto in tv – e sui media in generale – in quel periodo è stata la caccia allo scoop e, di conseguenza, al panico. Chiunque non si sia allineato è stato tacciato di minimizzare la gravità della situazione. Ormai si avverte forte la sensazione, confermata dai fatti, che non si possa esprimere un pensiero fuori dal coro, e credo sia una cosa davvero grave. Tutto ciò dimostra una volta di più come COVID-19 non sia solo un fenomeno infettivologico, ma anche un fenomeno infodemico; una vera e propria “pandemia delle informazioni”.

Abbiamo appena discusso della valanga di informazioni che ci ha sommersi dal fatidico 20 febbraio: non c’è stato programma televisivo, giornale online o cartaceo che non abbia dedicato la maggior parte del suo tempo o spazio a questo tema. E non si è trattato di un fenomeno solo italiano: le principali reti britanniche, americane, sudcoreane e australiane hanno seguito lo stesso schema adottato nello Stivale, dedicando ogni spazio disponibile a diffondere il panico per la pandemia e criticare le istituzioni. (Si sono differenziati, almeno in parte, i paesi nordeuropei, che come sappiamo vantano un diverso rapporto di fi ducia tra organi dello stato e cittadini, e non hanno indugiato sui sentimenti legati alla paura.) E l’approccio adottato dai principali mezzi di informazione ha avuto una conseguenza sulla quale vorrei richiamare l’attenzione: si è diffuso un fenomeno di “rigetto da overdose”. Da più parti abbiamo sentito dire: “Quando cominciano a parlare di coronavirus, cambio canale.” Un fenomeno che può avere conseguenze negative anche molto gravi, perché rischia di creare una reazione di disinteresse generalizzato, fi no a motivare comportamenti contrari alle misure di sicurezza ancora necessarie. E non si tratta, qui, soltanto di un’indigestione da troppe informazioni: quella cui siamo stati esposti è una vera intossicazione da notizie “avariate”. Un’interessante ricerca condotta da un gruppo messicano ha analizzato la situazione che si è creata, descrivendola poi in un articolo intitolato “Disinformazione in merito a COVID-19 su Internet: uno studio di infodemiologia”.

I dati raccolti dimostrano una volta di più quanto sia diffusa la disinformazione su Internet, soprattutto in merito a COVID-19. Lo studio ha analizzato criticamente 110 siti web, i primi restituiti da una ricerca su Google (effettuata il 6 febbraio) in base ai termini “Wuhan Coronavirus”, e ne ha valutato l’autorevolezza in tema di salute attraverso quattro strumenti: Google ranking, HONCODE (una certificazione internazionale di qualità per gli strumenti di informazione sanitaria, che risponde a otto criteri o linee guida), i parametri del Journal of American Medical Association e il DISCERN. Dei siti esaminati, solo l’1,8 per cento (ovvero 2, in numero assoluto) aveva ottenuto il “bollino” HONCODE. Il 39,1 per cento (ovvero 43) non rispondeva a nessuno dei quattro criteri richiesti dal JAMA, e solo il 10 per cento (11) li soddisfaceva tutti.

Il 70 per cento dei siti aveva un basso punteggio DISCERN, mentre neanche uno otteneva un punteggio alto. Se il lavoro è interessante e dà da pensare, emblematica – e per me angosciante – è però l’ipotesi avanzata dagli autori nelle conclusioni, per porre rimedio al fenomeno: suggeriscono infatti che, “siccome l’uso di Internet può comportare rischi per la salute pubblica, in casi simili i governi dovrebbero sviluppare strategie per regolare le informazioni sanitarie in rete, senza però censurare la popolazione.” Insomma, dalla padella alla brace! Affi dare a qualcuno, seppur autorevole, il compito di selezionare le informazioni espone a rischi ancor più grandi di quelli dovuti all’inevitabile diffusione di notizie e dati falsi. La libertà di stampa, anche nel settore scientifico, è un diritto non negoziabile.

E questo ci porta a un altro argomento: il rapporto tra democrazia e scienza. Nel contesto infodemico appena descritto, altri fenomeni non hanno contribuito a far chiarezza tra i cittadini. Agli occhi della gente si è presentato un mondo scientifi co non solo diviso su idee e ipotesi, ma anche litigioso e irrispettoso. Sono persino volati insulti verso i colleghi che esprimevano pareri diversi dal proprio. Si è spesso assistito a un intollerabile oltraggio alla democrazia e alla scienza, sostenendo un’inaccettabile visione che vuole quest’ultima come “un’esclusiva” di pochi. Una mia stimata insegnante di Immunologia ha scritto un libro che ho molto apprezzato dal titolo Scienza è democrazia. Come funziona il mondo della ricerca. È un saggio piacevole e scorrevole, che racconta come abbia avuto origine la scienza dell’età moderna: nata in Europa nel Seicento, affondava le sue radici nella polis della Grecia antica, dove per la prima volta nella storia emersero le condizioni per la libertà intellettuale. Nell’epoca barocca, poi, una svolta importante fece della scienza oggetto di discussione aperta e pubblica. L’autrice, Maria Luisa Villa, vi afferma: La scienza richiede l’evidenza dei fatti, ma è la decisione collettiva della comunità a stabilire se questa evidenza è suffi ciente per far accettare una nuova ipotesi. Chi vuole fare scienza deve rispettare questi principi: chi non li rispetta se ne mette fuori. L’ethos internamente democratico della scienza è stato violato più volte ma ha saputo autocorreggersi e si conserverà fino a che i risultati rimarranno pubblici e gli scienziati potranno continuare a giudicarli apertamente.

A questo pensiero pare contrapporsi colui che più di tutti, in Italia, incarna l’idea stessa di democratizzazione della scienza, Piero Angela, che ha affermato: “La scienza è una e non è democratica. Occorre distinguere i fatti dalle opinioni.” Il problema, come spesso accade, è tutto nel significato dei termini usati. “Democrazia” non è libertà di fare sempre e comunque quel che si vuole, né intercambiabilità dei ruoli. In democrazia un medico fa il medico, un postino fa il postino. La vita sociale non è affi data al caos. Se questo concetto lo applichiamo alla scienza, è facile interpretare cosa realmente possa intendersi per “democrazia” in tale campo: esiste un “ordine” anche in questo universo, dove i ruoli non sono “elettivi” ma relativi all’autorevolezza culturale acquisita con lo studio, le ricerche e le pubblicazioni.

La democraticità sta nel fatto che i risultati possano sempre essere discussi all’interno della comunità scientifica, nella quale il dialogo è aperto e paritetico. E possono essere discussi anche al di fuori di tale comunità, nel momento in cui quel bagaglio di conoscenze non resta un patrimonio esclusivo degli scienziati ma viene messo a disposizione, spiegato e offerto nella forma più comprensibile al pubblico “laico”. Ebbene, anche sotto questo aspetto COVID-19 ci ha messi di fronte al più anomalo degli scenari. Da un lato l’assoluta mancanza di democrazia all’interno della comunità scientifica (parlo della compagine italiana), dall’altro la valanga di informazioni tese – malamente – a “democratizzare” il fenomeno.

Da un lato l’individualismo più spinto, dall’altro il proliferare della tuttologia. Con il risultato che la comunità scientifica – che dovrebbe, soprattutto in un momento di emergenza, dare di sé un’immagine compatta e rassicurante – ha finito per trasformare la divulgazione in un derby, con “squadre” a favore di questo o quel ricercatore, a danno dell’informazione corretta e pacata e con conseguente sbandamento del pubblico.

Ma infodemia c’è stata anche a livello governativo. Siamo stati flagellati quotidianamente dalle conferenze stampa di Borrelli. Pur stimando la persona, più volte gli ho fatto giungere l’invito a valutare meglio i dati che ogni giorno, alle 18, consegnava al paese come una sentenza di vita o di morte. Finalmente, dopo che un giornalista – citandomi – gli ha fatto notare una volta ancora il problema, mettendolo visibilmente in difficoltà, sono arrivati i primi chiarimenti: i dati si riferivano ai giorni precedenti, per i decessi bisognava accertare se fossero da COVID o con COVID…

Fortunatamente, poi, quegli appuntamenti si sono diradati fino a sparire, ma per circa due mesi abbiamo affi dato la nostra “speranza di vita” a numeri non corretti. In effetti i dati reali sugli esami eseguiti erano meno allarmanti di quelli comunicati, mentre valeva l’esatto contrario per il numero di positivi nella popolazione. Capisco che possa essere un’affermazione spiazzante, o diffi cile da comprendere, ma è ciò che è successo. Vediamo perché. Il numero di casi positivi annunciato ogni giorno (o quasi) era molto più alto di quello dei soggetti con SARSCOV-2, perché ogni soggetto positivo ripete il tampone da due a cinque volte.

Solo dopo quasi due mesi dall’inizio dell’epidemia il dipartimento della Protezione civile ha cominciato a pubblicare anche il dato relativo al numero di persone testate per coronavirus, e non solo quello dei tamponi eseguiti. Ho chiesto – e sto ancora chiedendo – che siano anche suddivisi per data di prelievo: questo permetterebbe di avere un quadro epidemiologico reale che, al momento, non abbiamo. I risultati forniti, infatti, non solo risalgono a otto o dieci giorni prima, ma si riferiscono al momento della processazione in laboratorio del tampone, non al momento del prelievo sul paziente. E a volte un tampone deve attendere anche due o tre giorni prima di essere esaminato.

L’altro dato non reale era quello dei positivi nella popolazione. Sappiamo infatti che molte persone sono asintomatiche o paucisintomatiche (pochi sintomi similinfluenzali); magari stanno anche a casa, ma senza fare il tampone, sfuggendo perciò al conteggio complessivo. Oggi si stima che non individuiamo dal 40 al 60 per cento dei positivi, anche se non c’è ancora una stima definitiva in merito. È una questione molto seria, perché questi soggetti si trasformano in “mine vaganti”, veicoli inconsapevoli del virus. Ciò che mi chiedo è: avremmo potuto evitare questi problemi?

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