Rigoletto

di Angelo de' Cherubini

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Il rigoletto
David Bowie, la storia dietro le canzoni: insuccesso, Ziggy Stardust, la fama

David Bowie, Changes: la storia dietro le canzoni

Una guida fondamentale per orientarsi nel labirinto del Bowie anni '70. David Bowie è un personaggio immenso e ingombrante per la cultura rock, che copre sei decenni e vanta una discografia monumentale. Qui si parte dagli anni '60, dall'imberbe Davey Jones che è ancora un personaggio in cerca di autore, e si arriva al 1976, dopo i tentativi nel mondo beat e folk, dopo le prove teatrali con il grande mimo Lindsay Kemp, dopo che David è diventato Ziggy Stardust, re della musica glam. Una straordinaria cavalcata nel “classic rock” scandita da canzoni epocali come Space Oddity, Changes, Life On Mars?, Starman, raccontando come è regola nella serie la genesi, la storia, la fortuna o sfortuna di tutte le canzoni, con aneddoti poco raccontati e, soprattutto, con le dichiarazioni del loquace egocentrico protagonista.

L’autore

Paolo Madeddu

Nato a Milano. Giornalista e blogger, critico musicale, collabora con diverse testate scrivendo di musica, viaggi, calcio, design, tra cui Corriere della sera e Rolling Stones Magazine.

Editore: Giunti

Collana: Bizarre Storie dietro le canzoni

Pagine: 400

Data di pubblicazione: 21/10/2020

ISBN: 9788809880566

LEGGI UN ESTRATTO DEL LIBRO SU AFFARITALIANI.IT*:

David Bowie
 

David Bowie

Introduzione

Questo libro racconta tutte le canzoni pubblicate da David Bowie nella prima parte della sua carriera, dal 1964 al 1976. Ci sono naturalmente tutti i brani contenuti negli album ma non solo, anche i singoli con i relativi lati B e gli inediti apparsi sui live. Inoltre, in due apposite appendici, gli abbozzi di canzone, i provini, le idee estemporanee presto svanite che per anni e anni sono rimasti sepolti negli archivi e oggi scendono a pioggia sugli appassionati, oggi che la fame di Bowie “nuovo” si è fatta vorace e i discografici scandagliano tutti i fondali d’archivio disponibili.

Le canzoni sono tutte scritte da David Bowie, salvo dove espressamente indicato. Per ognuna sono segnalati i musicisti e i relativi strumenti in base alle più attendibili ricostruzioni. Non sempre è stato semplice: in qualche caso strumentisti anche prestigiosi non risultano dalle note del disco, mentre gli orchestrali sono praticamente sempre rimasti anonimi. Quando nei paragrafi ci si riferisce a una canzone, questa è indicata in corsivo, mentre quando si parla di album, il titolo è in maiuscoletto: ad esempio, la canzone Space Oddity è sull’album SPACE ODDITY.

Per quanto riguarda l’album col titolo più lungo, abbiamo scelto di abbreviarlo, anche se questo potrebbe causare qualche garbuglio: confidiamo che il lettore sappia distinguere quando ci si riferisce al personaggio Ziggy Stardust, quando si sta parlando della canzone Ziggy Stardust e quando l’allusione è a un album chiamato per brevità ZIGGY STARDUST.

Per raccontare i brani, il proponimento è stato quello di includere il più possibile interviste ai personaggi direttamente coinvolti, dai musicisti ai collaboratori, e ovviamente di selezionare le più attendibili tra le ricostruzioni di Bowie, tenendo presente che molto spesso David giocava a confondere chi lo ascoltava e forse, qualche volta, anche sé stesso.

Certo, non sempre è stato semplice scegliere tra le fonti: Bowie ha centinaia di biografi appassionati ma persino i più precisi certe volte sembrano travolti dalla marea di materiale. Naturalmente, se la cosa fosse capitata anche in questo volume, le puntualizzazioni sono ben accette (dopo lunga e cavillosa discussione, ovviamente).

Per concludere questa nota introduttiva, l’autore si sente moralmente obbligato a premettere che non è un fan di David Bowie. Questo perché, anche se può sembrare una posizione altezzosa (pardon), non si ritiene un fan di nessun artista: è una condizione che non fa bene e non permette di essere obiettivi. Ma, proprio per questo motivo, il succitato autore (pur esprimendosi in terza persona in modo desueto e preoccupante) ritiene obiettivamente David Bowie indispensabile nella storia della musica rock, quasi quanto i Beatles.

Perché quello che hanno fatto altri, per quanto magnifici e leggendari, non è altrettanto irripetibile, non dipende nella stessa misura da una combinazione di caso e necessità. Bowie, per rilevanza e per capacità di dare al grande pubblico qualcosa che lo invitasse ad andare oltre una canzone piaciona, è stato un misterioso miracolo. E sarebbe piuttosto bello se oggi ci fosse un prestigiatore altrettanto ambizioso da manipolare con coraggio, passione e fortuna musica (anzi, musiche), arte, letteratura, moda, cinema, filosofia e frammenti di quello che viene dallo spazio o dalla strada. Sarebbe bello, ma non succede.

Tuttavia, così come diverse generazioni incontrandolo sono state folgorate dal contatto con Bowie mentre era in vita, possiamo sempre confidare sulla possibilità che le canzoni che abbiamo tentato di raccontare arrivino a nuovi ascoltatori; e che questi, come il loro autore, ne facciano buon uso nel loro viaggio.

Preistoria

I singoli 1964-1966

“Per anni David Bowie ha sudato l’anima sul palco tutti i giorni incluse le domeniche, senza che nessuno, ripeto nessuno andasse a vederlo”. (Harold Pendleton)

David Jones, nato l’8 gennaio 1947 a Londra, ha tentato spesso di raccontare (e raccontarsi) di non aver mai voluto realmente fare il cantante, e men che meno la rockstar. Noi stiamo ai fatti, e questi ci dicono che a diciassette anni stava già incidendo il primo di MOLTI dischi.

E non con il suo primo gruppo, i Konrads, con i quali aveva realizzato un demo nel 1963 (I Never Dreamed, ricomparso miracolosamente pochi anni fa in acetato e andato all’asta per oltre cinquantamila euro nel 2018) ma col secondo, The King Bees, messi insieme con l’amico George Underwood. Ovvero quello che durante una disputa per una ragazza gli aveva cambiato per sempre lo sguardo con un pugno e che tuttavia, come tanti altri amici di quel periodo, il giovane Jones riuscì a coinvolgere nei suoi progetti.

Anche altri, come la prima fidanzata Dana Gillespie e il compagno di scuola George MacCormack, più avanti avrebbero avuto una parte rilevante nelle fantasmagoriche vicende del circo Bowie, il cui esile capobanda si circondava di persone cui legarsi forse per compensare le relazioni a dir poco complesse con una madre nevrotica, un fratellastro molto amato ma schizofrenico e un padre remissivo, morto appena prima che la carriera del figlio acquistasse un minimo di senso.

In questa sezione del libro si trovano le dodici canzoni che David Jones/Bowie pubblicò nel triennio che precedette il suo album di debutto con la Deram. Dal 1964 al 1966 il ragazzo di Brixton, distretto periferico di Londra ad alto tasso di immigrazione, incise infatti sette singoli e molte altre canzoni compose e registrò in demo, manifestando fin dall’inizio un’iperattività e uno slancio che sarebbe riduttivo attribuire alla giovane età, come dimostrerà la prolificità impressionante degli anni ’70.

Queste canzoni furono incise per etichette piccole (Vocalion, Pye) e grandi (Parlophone) di quel primo boom discografico britannico, traboccante di dilettanti di talento e faccendieri attratti da un ambiente con poche regole. Non ottennero alcun successo. Un incantesimo durato otto anni, solo temporaneamente spezzato da un hit nel quale David non credeva del tutto, Space Oddity, cui seguirono altri tre anni di limbo.

Onestamente quasi tutti questi brani, firmati da lui o meno, sono interessanti più che altro come testimonianze della sua versatilità e prontezza nell’assorbire le tendenze circostanti, cimentandosi con i rapidi cambiamenti di stile e suono dei frenetici anni ’60. Ci raccontano, anche solo per la rapidità con cui cambiava musicisti ed etichette, della sua serena ma incrollabile perseveranza di fronte ai fallimenti e della sua capacità di convincere le persone a dargli comunque una possibilità: manager, produttori, musicisti, giornalisti, proprietari di locali, persino un filantropo.

Nelle storie dietro a queste canzoni una delle costanti è l’insuccesso. David Jones aveva la capacità di creare attorno a sé un clima di aspettativa e di interesse, che tuttavia non riusciva mai a colpire il pubblico. Forse, in quella fase della sua carriera, il fatto di essere un artista solista faceva la differenza: all’epoca presentarsi con una band poteva essere molto importante per essere presi sul serio, a costo di convivere con qualcuno che non si sarebbe mai frequentato, come Pete Townshend con Roger Daltrey per i Who. Oppure Ray Davies: non fosse stato per i Kinks, non avrebbe mai passato del tempo con suo fratello Dave.

Ma sull’intento di essere una star solista, l’imberbe David era abbastanza risoluto, tanto che si adombrò moltissimo quando il 45 giri I Pity The Fool fu attribuito semplicemente ai Manish Boys. Dal punto di vista musicale quello che emerge è che la prima delle sue passioni fu il blues, che era stato “adottato” da molti ragazzi di Londra, come se l’estuario del Tamigi fosse il delta del Mississippi.

Fu in quel contesto che il teenager londinese iniziò la sua lunga gavetta, come tanti eroi del rock britannico che un giorno avrebbe incontrato e frequentato, alcuni di più, come Mick Jagger e Pete Townshend, altri di meno, come Syd Barrett e Jimmy Page. Poi certo avrebbe frequentato tante altre musiche e tanti altri stili, e in tutti avrebbe trovato qualche colore da fare proprio, dal folk al funk, dalla chanson francese all’elettronica tedesca, dall’hard rock alla jungle.

Ma i primi modelli che provò a emulare furono quei ragazzi un po’ più grandi di lui – Rolling Stones, Yardbirds, Pretty Things – che, stilosi e “avanti” come dei rapper dei primi anni 2000, portavano un feeling nero nella bianchissima Inghilterra. Come loro, Davie Jones & The King Bees proponevano dal vivo Hoochie Coochie Man di Muddy Waters, Got My Mojo Working di Ann Cole, Can I Get A Witness di Marvin Gaye. Questo il loro repertorio nelle poche, brevi esibizioni dell’aprile 1964, prima di entrare ai Decca Studios il mese successivo per mettere la loro musica su un oggetto di plastica piatto e rotondo. Per Davie Jones, il primo di tanti.

*estratto consultabile liberamente e gratuitamente sul sito www.giunti.it

 

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