Rigoletto

di Angelo de' Cherubini

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Il rigoletto
Fake news, startup e bolle: se volete capire il mondo, studiatevi Galileo

Perché, oggi, è ancora così attuale la storia di Galileo? Dalle pagine di  "Galileo Reloaded – Il metodo scientifico nell'era della post-verità" (Egea), biografia pop e insieme rigorosa, Galileo ci parla a distanza di quattro secoli e le sue vicende descrivono un'Italia, e un italiano, decisamente moderni.

In un Paese che vive una forte lacerazione generazionale, per l'autore Luciano Canova, Galileo può essere per i giovani un esempio di intraprendenza e ambizione degne di uno startupper che sa mettersi continuamente in gioco. E riabilita insieme la figura dell'anziano: a settant'anni compiuti — tanti ne aveva quando finì sotto processo — Galileo non è un vecchio che si rassegna a guardare cantieri come un umarell. Proprio ciò che affronta sul piano umano e scientifico fa della sua storia un racconto necessario per ridare speranza all'Italia. Infine, ma non meno importante, in tempi di post-verità di tutti i generi che sembrano tingere il futuro di sfumature fosche, vale la pena raccontare la storia di Galileo per vedere, a distanza di quattro secoli, che ne è stato del seme del dubbio piantato dal grande scienziato.

Galileo reloaded. Il metodo scientifico nell'era della post-verità
Luciano Canova
EGEA
pp. 127

Luciano Canova insegna alla Scuola Enrico Mattei e all'Università di Pavia. Collabora con diverse testate di divulgazione, fra le quali lavoce.info, infodata, ilsole24ore.com, glistatigenerali.com. È docente di Economia della felicità sulla piattaforma digitale oilproject.com. Per Egea ha pubblicato Scelgo dunque sono. Guida galattica per gli irrazionali in economia.

LEGGI L'INTRODUZIONE

Galileo Copertina
 

Questa storia comincia il 4 ottobre del 1582. Era notte, alle 23:30, in una Parigi che già iniziava a prender forma di girella tra i gangli intricati delle sue strade. Lungo la Senna, raggomitolato proprio come la città tra i suoi pensieri, c'era un uomo che camminava veloce. Lo faceva spesso, innanzitutto perché era un girovago senza pace tra un paese e l'altro dell'Europa; e poi perché non riusciva a prendere sonno e, quando capitava, gli piaceva uscire e passeggiare. Era buio, di un buio che facciamo fatica a immaginare nell'era dell'iper-connessione. Ma un cielo carico di stelle, nell'aria pulita e frizzante dell'autunno francese, illuminava l'acqua e i suoi riflessi d'argento. Giordano, questo il nome del nostro personaggio, aveva il naso all'insù e prendeva le misure. Pensava proprio a quell'immensità e agli infiniti mondi che dovevano popolare l'universo. Inspirò profondamente, col vento che gli scompigliava i capelli, quasi a voler trattenere dentro i polmoni l'intuizione dell' incommensurabilità. E poi la lasciò andare e ci si immerse. Gli occhi gli brillavano come stelle mentre pensava a un futuro in cui gli esseri umani, tutti, avrebbero accolto quell'idea folle e lo avrebbero celebrato tra i primi ad avervi creduto. «Ma io» rise tra sé «già sarò altrove, lontano, su un altro pianeta.»  Poi scosse la testa e l'odore di piscio delle strade parigine, sferzate dal vento che pulisce l'aria, lo recuperò alla difficoltà di quei giorni. Giordano sorrise amaro e pensò: «Già, ma quel giorno quando sarà? Forse nella settimana senza venerdì...». Il rintocco delle campane di Notre-Dame suonò la mezzanotte e, senza che il nostro personaggio lo sospettasse, mai come in quel preciso momento la sua affermazione fu vicina a realizzarsi. L'uomo alzò il cappuccio a proteggersi dall'aria fredda e tornò sui suoi passi, così come facciamo noi. Giordano era proprio quel Giordano Bruno che si trovava, nel 1582, a Parigi, nel mezzo delle sue peripezie europee, in quella trance creativa che lo avrebbe spinto a pubblicare i libri che diciott'anni dopo lo avrebbero portato a morire sul rogo in Campo de' Fiori. Ancora non immaginava cosa gli riservasse il futuro ma, già in quegli anni, lottava fieramente per le sue idee e per la libertà di poterle esprimere. E quella notte, unica al mondo per davvero, Parigi e il resto d'Europa si svegliarono salutando non l'alba del 5 ottobre, bensì quella di dieci giorni dopo, il 15. Entrava in vigore, infatti, il calendario voluto da papa Gregorio XIII, che poneva rimedio e fine alla disputa secolare sulla misura del tempo, cercando di aggiustare il calendario che, dai tempi di Giulio Cesare, mostrava qualche piccolo ritardo. Era la notte in cui il papa portò avanti il mondo di quasi due settimane. Era la notte in cui, in un certo senso, saltò un venerdì.E perché abbiamo scelto di partire da questo momento? Perché ci sembra il modo migliore di cominciare un libro che racconti la storia di un altro grande italiano, Galileo Galilei. Di libri su Galileo ne sono già stati scritti un sacco e, modestamente, molti siamo andati a cercarli e a leggerli. Di libri pure Galileo ne ha scritti assai, così come lettere e note scherzose: anche di questi abbiamo fatto una piccola cernita e, qua e là, ci lasceremo andare alla citazione. Se però abbiamo deciso di raccontare questa storia per l'ennesima volta è perché, oggi più che mai, crediamo sia di estrema attualità parlare di Galileo in un'Italia in cui lo spirito antiscientifico comincia a essere qualcosa di più di un fastidioso spiffero.Rispolverare, letteralmente, la vita di chi il metodo scientifico ha sostanzialmente inventato, ci sembra innanzitutto il modo migliore di rendergli omaggio, nonché un'occasione per puntare la lente di ingrandimento su alcuni fatti biografici da cui trarre, perché no, qualche spunto di riflessione. Anzi, per dirla meglio, è un modo per puntare il cannocchiale sul passato, per ingrandire una vita intera e decifrare con più chiarezza la mappa di un cielo che finalmente svela i suoi segreti. Faremo qualcosa che normalmente non vediamo di buon occhio: trovare rispondenze tra un passato che fu e l'oggi che andiamo scoprendo. Apparteniamo al novero di autori che, in realtà, ci tiene a sottolineare come ogni evento e ogni persona siano frutto del loro tempo. A questa regola non sfugge certo Galileo, che è uomo, è bene dirlo, di fine Cinquecento e prima metà del Seicento. Ci perdonerete, dunque, alcune licenze narrative, come quelle da cui siamo partiti, perché la vita del Galilei offre troppi agganci e troppi elementi attuali, innanzitutto, e perché lo spaccato di Italietta che emerge talvolta dalle sue vicende non è troppo diverso da quello che, ancora oggi, prova a resistere al futuro, anche se il papa è stato sostituito da una rete di troll. Cominciare dal 5 ottobre 1582, l'alba che mai sorse sul mondo, è sia un monito sia una speranza. È un monito perché ci sono ancora tanta oscurità e tanta resistenza verso il pensiero scientifico e verso un racconto del mondo che definisca regole chiare per tutti, dai limiti alla possibilità di produzione e diffusione della conoscenza. È una speranza perché, in una realtà sempre più connessa e in cui le distanze sono colmate nello spazio di un milionesimo di secondo, quello che serve a trasmettere un bit di informazione per condividerlo immediatamente con il resto degli umani, ci pare sensato partire da un salto. Il salto spazio-temporale più incredibile compiuto dall'umanità, e non ce ne voglia Elon Musk. Un balzo in avanti che lascia qualche vuoto e qualche silenzio, quello di chi scopre con una punta di paura e tanta curiosità un nuovo modo di vedere le cose.E uno dei fuochi di questa ellisse, di quest'orbita che proietta l'umanità in avanti di dieci giorni, è proprio Galileo. Perché Galileo è la leva sulla quale fa perno il balzo in avanti cui, a nostro umile avviso, non abbiamo mai sufficientemente reso omaggio. Questa storia è un piccolo tributo, un'aggiustatina al fuoco dell'obiettivo per guardare meglio le stelle e riconoscere la trama del grande disegno che stiamo ancora compiendo.

I DIECI GIORNI CHE SCONVOLSERO IL MONDO

Come detto, alla notte del 4 ottobre 1582 seguì immediatamente l'alba del 15. Il salto temporale fu voluto da papa Gregorio XIII e, per questo, utilizziamo ancora oggi l'espressione «calendario gregoriano». Quello precedente, in vigore fino ad allora, era stato istituzionalizzato niente meno che da Giulio Cesare nel 46 a.C., quando anche lui, seppure in tutt'altro contesto, era pontefice massimo. Nel corso dei secoli, molti studiosi di astronomia avevano affinato le misure e compreso che l'anno giuliano di 365 giorni e 6 ore era troppo lungo. L'ora esatta doveva essere aggiustata di qualche minuto: undici, per la precisione. Ciononostante, lo sfasamento accumulato in centinaia d'anni, nel 1582, era di ben dieci giorni, il che creava qualche scompenso: l'equinozio di primavera, per esempio, cadeva undici giorni prima, generando scompiglio e creando confusione tra festività, tradizioni e rituali di una società contadina. Il papa chiamò dunque a raccolta i più grandi matematici d'Europa, istituendo una commissione di esperti che varasse il «nuovo tempo»: tra di essi Copernico e, soprattutto, Clavio, di cui parleremo nuovamente in questo libro. Fatto è che il calendario gregoriano non entrò in vigore contemporaneamente in tutta Europa: gli early adopter furono l'Italia, la penisola iberica, il Belgio, l'Olanda, il Lussemburgo, la Polonia e la Lituania. La Francia in cui soggiornava Giordano Bruno seguì il 9 dicembre (dal quale si passò al 20, riducendo il tempo per i regali di Natale). In un'epoca di contrasti e guerre di religione, lo iato fu amplificato dal fatto che alcuni paesi aderirono alla riforma solo molto dopo: Austria e Svizzera, per esempio, lo fecero nel 1583 e 1584, rispettivamente. Luterani, calvinisti e anglicani, poi, si adeguarono al nuovo calendario soltanto decenni più tardi. Gli ortodossi, ancora oggi, fanno riferimento al calendario giuliano: da qui lo sfasamento di festività e, curiosamente, il fatto che le date della rivoluzione d'ottobre ne nascondano, in realtà, pure un'altra.

 

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