Rigoletto

di Angelo de' Cherubini

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Il rigoletto
Ho scritto t’amo sulla tela: la storia dell'arte in dodici profili di donna

Ho scritto t'amo sulla tela, di Carlo Vanoni

“La prima volta che mi sono innamorato è stato nel 1512. All'epoca vivevo a Roma e frequentavo la cerchia di Alessandro Chigi, l'uomo più ricco del suo tempo. Allora ne ero convinto davvero, che le persone si potessero catalogare più o meno come le opere d'arte: capolavori, esemplari unici, brutte copie, multipli e falsi d'autore. Io sono un collezionista e se avevo scelto Roma era perchè lì c'erano più capolavori che da qualsiasi altra parte. Uno di questi si chiamava Agostino Chigi. Quell'anno lo stavo accompagnando a Venezia a riscuotere soldi dai suoi debitori, a vendere allume al doge, a fare un salto in qualche postribolo di lusso per poi tornare a Roma con un'avventura in più da raccontare. Non sapevo che da lì a breve mi sarei innamorato di una donna. La sua donna.”

Comincia così l'avvincente racconto del protagonista di questo libro, che reduce da una delusione sentimentale si pone la domanda più vecchia del mondo: perchè mi sono innamorato? Per rispondere, decide di interrogare le figure femminili che nel tempo sono state capaci di colpirlo, ammaliarlo, infiammarlo: dalla Galatea di Raffaello a Dora Maar di Picasso, dalla Cleopatra di Tiepolo a Marina Abramovic, passando per il Ritratto della madre di Boccioni e la Venere degli stracci di Michelangelo Pistoletto. Ciascuna è un incontro, un carattere, un legame, una scoperta e una perdita. Insieme, sono il ritratto di oltre cinque secoli di storia dell'arte.

Nel suo stile unico, che combina in modo colto e appassionato, divulgazione e narrazione, Carlo Vanoni ci offre un punto di vista nuovo sui più grandi artisti della nostra cultura.

L’autore

Carlo Vanoni

Carlo Vanoni

 

Carlo Vanoni incomincia la sua carriera come musicista chitarrista, diplomandosi a Colonia in chitarra jazz contemporanea. Si laurea prima in Sociologia dei mass media e comunicazione all’università Urbino e successivamente in Conservazioni dei Beni Culturali all’università Ca’ Foscari di Venezia. Intraprende quindi l’attività di consulente per gallerie, curando mostre di prestigiosi artisti, di presentatore televisivo e di divulgatore attraverso innumerevoli conferenze sull’arte contemporanea.

Ha pubblicato il libro “Andy Warhol era calvo”, una raccolta di testi scritti per la rivista bimestrale Arte iN dove tiene una rubrica fissa. Con Luca Berta è autore del saggio “A letto con Monna Lisa. Storia dell’arte per pendolari” tradotto in inglese (“In bed with Monna Lisa”).

Con il comico Leonardo Manera è autore e interprete dello spettacolo teatrale “I migliori quadri della nostra vita”, un mix di comicità e storia da cui è nato il programma “L’arte di vivere” in onda su ZeligTV. E’ autore e interprete degli spettacoli teatrali "L'arte è una caramella" e “Michelangelo e il pupazzo di neve”.

Ospite di trasmissioni radiofoniche (Radio 101, Radio 2) e televisive (“Cominciamo bene estate”, Geo & Geo, entrambe Rai3) è l’ideatore di BienNoLo, la prima Biennale d’arte milanese. Ha pubblicato per Solferino “A piedi nudi nell’arte” (2019) e “Ho scritto t'amo sulla tela” (2020).

Editore: Solferino

Pagine: 240

Anno edizione: 2020

EAN: 9788828205661

LEGGI UN ESTRATTO DEL LIBRO SU AFFARITALIANI.IT:

Hoscrittotamo Copertina
 

Ho scritto t'amo sulla tela. Carlo Vanoni per Solferino Editore

Primo capitolo

La prima volta che mi sono innamorato è stato nel 1512.

All’epoca vivevo a Roma e frequentavo la cerchia di Agostino Chigi, l’uomo più ricco del suo tempo. Non sono mai stato troppo interessato ai soldi, ma riconosco di essere attratto da quelle persone il cui capitale oltrepassa esageratamente l’idea di ricchezza che tutti noi, anche solo con la fantasia, possiamo immaginare. Quando parlo di capitale non mi riferisco solamente ai soldi, ma anche al talento, alla bellezza, persino al potere purché in forma eccessiva, debordante, che superi cioè l’idea stessa di talento, di potere e di bellezza.

Roma, nei primi decenni del Cinquecento, chiamava a sé quel tipo di individui.

E io mi ero trasferito lì per collezionarli.

Allora ne ero convinto davvero, che le persone si potessero catalogare più o meno come le opere d’arte: capolavori, esemplari unici, brutte copie, multipli e falsi d’autore. Io sono un collezionista, e se avevo scelto Roma era perché lì c’erano più capolavori che da qualsiasi altra parte. Uno di questi si chiamava Agostino Chigi.

Quell’anno lo stavo accompagnando a Venezia a riscuotere soldi dai suoi debitori, a vendere allume al doge, a fare un salto in qualche postribolo di lusso per poi tornare a Roma con un’avventura in più da raccontare. Non sapevo che da lì a breve mi sarei innamorato di una donna.

La sua donna.

La donna di Agostino Chigi detto il Magnifico.

Venezia, quando c’è di mezzo un innamoramento, aiuta molto.

Agostino veniva da una famiglia di banchieri senesi. L’avevano mandato a Roma per farsi le ossa gestendo il banco di famiglia, e lui aveva ricambiato dimostrando il suo talento: nel 1492 gli era stata affidata prima la direzione di tutte le saline dello Stato Pontificio, poi l’amministrazione della Camera Apostolica, quindi la sovrintendenza di tutte le finanze pontificie e, insieme ai banchieri tedeschi Fugger, l’appalto della Zecca papale.

Infine, era stato il papa in persona a dargli la concessione e la direzione per l’allume di Tolfa e l’appalto delle miniere di allume nei monti Leucogei, estesi intorno al lago di Agnano e lungo la fascia costiera da Baia a Miseno.

L’allume, che come astringente ed emostatico trovava applicazione anche in medicina, veniva soprattutto adoperato nella concia delle pelli e come mordente nell’industria tessile.1 Per tutto il Medioevo era stato raffinato a Smirne e in Siria, in Europa arrivava grazie ai traffici dei mercanti che andavano e venivano soprattutto dalle repubbliche marinare. Poi, nel 1462, un tale di nome Giovanni De Castro aveva scoperto giacimenti nella Tolfa, presso Civitavecchia, all’epoca in territorio della Chiesa. Da quel momento il commercio dell’allume era diventato monopolio internazionale della Santa Sede, che all’inizio del Cinquecento ne aveva affidato il controllo al Magnifico Agostino, facendolo diventare ancora più ricco di quanto già non fosse.

Se ancora la ricchezza di Agostino non sembrasse sufficiente, aggiungo che per trasportare il suo allume aveva a disposizione cento navi e ventimila uomini che avevano base a Porto Ercole. O che aveva «convinto» il papa a dichiarare guerra al duca di Ferrara Alfonso d’Este perché con il suo sale di Comacchio faceva concorrenza al sale pontificio di Cervia vendendolo a un prezzo inferiore: risultato, un migliaio tra morti e feriti oltre a un centinaio di villaggi distrutti.2

Questo era il capolavoro d’uomo con cui ero andato a Venezia.

Uno così, chi lo poteva comandare?

Una persona che prestava soldi a tutti – in primis al papa stesso – chi la poteva comprare?

Chi e che cosa doveva temere Agostino Chigi detto il Magnifico?

La risposta ha un nome, un cognome e un luogo: Francesca Ordeaschi da Venezia.

Era una ragazza ventenne di famiglia borghese – il padre pare fosse un mercante di beni preziosi e di spezie3 – eppure si diceva avesse un futuro da cortigiana. Quello che posso garantire è che riuscì laddove nessuno era mai riuscito: entrò nel cuore di un uomo che, fino a quel momento, sembrava non essersi innamorato mai. Meno che meno della donna con la quale era stato sposato.

Nell’autunno del 1511 io mi trovavo a Venezia con Agostino Chigi, Francesca Ordeaschi e Sebastiano Luciani, astro nascente della pittura veneziana d’inizio Cinquecento. E vidi come Agostino li portò entrambi a Roma, lei come moglie, lui come pittore di corte.

È passato molto tempo, ma io ricordo perfettamente il momento in cui Agostino comunicò la sua nuova conquista prima al fratello e poi al resto della famiglia. Ricordo gli sguardi, i commenti, ricordo sua madre che a stento trattenne le lacrime per quel figlio quasi cinquantenne che, nei progetti di lei, avrebbe dovuto sposare Margherita Gonzaga, figlia naturale di Francesco II Gonzaga marchese di Mantova. Quel matrimonio però non era stato concluso, nonostante la promessa di Agostino: rinunciare ai suoi affari per superare le obiezioni della corte sul fatto che lui fosse «solo» un uomo di commerci.

Noi uomini siamo bugiardi.

Noi non rinunciamo mai a quello che veramente ci interessa. Agostino non avrebbe mai rinunciato ai suoi soldi per sposare una donna che non amava. Agostino, va detto, amava le donne. Ma solo prima che diventassero mogli.

Ricordo quando Francesca venne mandata per un periodo in un convento di suore, per imparare a comportarsi nell’alta società, in compagnia di cardinali e banchieri.

Ricordo il sorriso dolce ma non rassegnato di una ragazza che, di lì a poco, avrebbe fatto il suo ingresso trionfale nella Roma papale di Giulio II: lei, la ventenne veneziana che usciva dalla laguna per entrare nel palazzo che Agostino si era fatto costruire da Baldassarre Peruzzi sul Lungotevere. Qui lo stesso Peruzzi aveva dipinto l’oroscopo del suo committente: sul soffitto della prima loggia a destra al piano terra, dodici segni zodiacali con la costellazione che vedeva Giove in Ariete, Luna in Vergine, Marte in Bilancia, Mercurio in Scorpione, il Sole in Sagittario, Venere in Capricorno e Saturno in Pesci.4 Quattro secoli dopo, uno storico dell’arte e un astronomo sarebbero riusciti a risalire, da quella costellazione, al giorno esatto in cui si era presentata, 1 dicembre 1466, esattamente tre giorni prima della nascita di Agostino Chigi, nato a Siena il 28 novembre 1466. Le congiunzioni astrali lo davano come uomo dal carattere generoso, liberale, magnanimo, giusto, maturo, abile nel commercio.

Un uomo che all’improvviso si era trovato a dover giustificare alla Roma che contava una ventenne bellissima e sfuggente come solo quell’età consente.

Ricordo la rabbia di Imperia, famosa cortigiana romana da cui Agostino aveva avuto una figlia di nome Lucrezia; presto il bel mondo la vide sfiorita e rassegnata di fronte all’evidenza.

Ricordo il giorno in cui Sebastiano Luciani dipinse nella sontuosa villa di Agostino, che in seguito sarebbe divenuta nota come La Farnesina, un ciclope gigante, immagine perfetta per rappresentare l’amore cieco del grand’uomo per Francesca Ordeaschi.

E proprio di fianco a quel ciclope il mio grande amico Raffaello Sanzio dipinse la ninfa del mare di cui Polifemo era perdutamente innamorato: Galatea.

Qualcuno dice che l’opera alluda a Margherita Gonzaga da Mantova, qualcun altro sostiene invece che si tratti di Imperia.

Io, che ho conosciuto Francesca, non ho dubbi: Galatea è la ventenne veneziana per cui prima Agostino e poi io avevamo perso la testa.

Galatea mi apparve subito imprendibile e molto diversa dalle donne che avevo incontrato precedentemente, quelle «Veneri antiche che si raccoglievano nelle collezioni dei principi e del papa»5 nella Roma d’inizio Cinquecento.

Nel dipinto di Raffaello, Galatea si presenta in piedi dentro una conchiglia trainata da due delfini che nuotano verso sinistra. Ha il corpo avvolto nel drappo rosso che partendo dalle gambe copre leggero la parte sinistra del busto, si appoggia sulla spalla e prosegue oltre la testa, come una bandiera mossa dal vento.

Il busto è rivolto verso sinistra, mentre la testa, i lunghi capelli e il drappo rosso vanno nella direzione opposta. Le braccia tese seguono il busto impugnando le redini dei due delfini che trainano la conchiglia. Della gamba sinistra, avvolta in un panno bianco, spicca il ginocchio che pare uscire dal muro su cui è dipinto l’affresco.

Volendo semplificare: delfini, ginocchio e testa erano tre frecce che indicavano tre direzioni, una verso sinistra, l’altra verso destra e la terza rivolta verso chi guarda. Tre spinte centrifughe distribuite in tre direzioni diverse che catapultavano Galatea fuori dall’affresco.

Proprio qui era diventato chiaro a tutti il talento di Raffaello: con quella tripla tensione di movimento aveva proiettato Galatea «fuori dal muro» e dentro la loggia della villa, facendola entrare disinvolta nel mondo dei ricchi, quello del suo amante, il committente del dipinto.

E intorno a lei tritoni marini abbronzati e muscolosi, ninfe, putti, amorini alati pronti a colpirla con le loro frecce, un corteo di animali e uomini che l’accompagnava nel suo ingresso trionfale nella società che conta.

Non ho dubbi: Galatea era Francesca Ordeaschi. La giovane ventenne veneziana che dopo il tirocinio dalle suore prendeva posto nella Roma di Giulio II, il papa che in quel momento aveva alle sue dipendenze Michelangelo, Raffaello e Bramante; nella Roma di Agostino Chigi e dei banchieri tedeschi, nei summit dei potenti.

Eccolo il potere di Galatea!

Nessuno potrà mai competere con il capitale più grande che esista al mondo: i vent’anni.

Non bastavano i trecentomila ducati di Agostino (che all’epoca erano un’enormità, se pensiamo che l’artista superstar Michelangelo ne aveva incassati tremila per affrescare i cinquecento metri quadrati della volta della Cappella Sistina); non bastava la tiara di Giulio II costellata di 39 diamanti, 29 smeraldi, 22 zaffiri, 69 rubini, 27 balasci e 571 perle.

Nessuna ricchezza terrena poteva eguagliare la pelle giovane e fresca di Francesca che tanto avrei voluto accarezzare.

Al mondo corrotto dei potenti, Francesca contrapponeva l’innocenza e la totale inconsapevolezza di possedere un capitale inestimabile, che qualsiasi cardinale sarebbe stato disposto a comperare, ma che né pagando né pregando avrebbe potuto ottenere.

Accanto a lei Agostino aveva chiesto fosse dipinto un malinconico Polifemo, da sempre innamorato della ninfa, ma non ricambiato.

E Sebastiano Luciani lo aveva accontentato.

Strano destino quello di Sebastiano… Astro nascente della pittura veneziana, nel 1511 gli avevano affidato la pala d’altare (e quindi la postazione principale) della chiesa di San Giovanni Crisostomo a Venezia, relegando il suo vecchio maestro Giovanni Bellini sulla parete a destra dell’ingresso. Fosse rimasto in laguna, dopo la morte di Bellini e anche di Giorgione sarebbe diventato lui il numero uno della pittura veneziana.

E invece Sebastiano aveva scelto di lasciare Venezia per andare a Roma, su invito di Agostino Chigi, e non solo perché si era fatto convincere dal carisma trascinante del mio amico, ma anche perché sapeva benissimo che la Roma di Giulio II era un cantiere aperto che offriva molto più lavoro e molto più prestigio di Venezia.

Non aveva calcolato, Agostino, che laggiù se la sarebbe dovuta vedere con Michelangelo e Raffaello, due fuoriclasse che in quel momento avrebbero messo in ombra chiunque. Così aveva preferito legarsi al primo entrando in competizione con il secondo e poi, nel 1531, aveva ottenuto la carica di piombatore pontificio – vale a dire guardasigilli delle bolle delle lettere apostoliche – cambiando il suo nome in Sebastiano del Piombo.

Io ero lì, in quella Roma ricca di talenti che lavoravano sotto l’egida di un papa a cui interessava mostrare al mondo il potere della Chiesa. Nel Rinascimento i mezzi di comunicazione si chiamavano scultura, architettura e pittura. Giulio II lo sapeva benissimo e per questo aveva chiamato i migliori professionisti sulla piazza: Bramante, Michelangelo e Raffaello.

Dei tre, quello con cui avevo legato di più era Raffaello, all’epoca non ancora trentenne, il collo lungo, gli occhi neri e tondi, un po’ sporgenti come per accompagnare il suo sguardo avido del mondo,7 «persona molto amorosa et affezionata alle donne, e di continuo presto ai servigi loro».

Io ero lì, nella Roma d’inizio Cinquecento, a guardarlo dipingere la Stanza di Eliodoro circondato da giovani pittori che lo aiutavano nell’impresa.

A pochi metri da lui il burbero Michelangelo Buonarroti lavorava solitario alla volta della Cappella Sistina.

E non molto distante, nella villa di Agostino Chigi, c’ero io, innamorato perdutamente per la prima volta.

Ognuno di noi aveva i propri pensieri. Il mio era riassumibile in una domanda: come avrei potuto competere con l’uomo più ricco del mondo? Perché mai avrebbe dovuto, Galatea/Francesca Ordeaschi, rinunciare al suo ruolo di futura moglie – e di futura madre – per un’avventura con me?

Non avevo nulla da offrirle, se non il mio amore per l’arte e per il collezionismo. Due regali che per quella ragazza di vent’anni con i capelli biondi al vento non erano sufficienti.

Il 28 agosto 1519, Francesca Ordeaschi sposò Agostino Chigi. A officiare le nozze fu Leone X in persona, il papa che nel frattempo aveva preso il posto di Giulio II, morto nel 1513.

Dal giorno in cui si erano conosciuti a Venezia, alla morte di Agostino avvenuta l’11 aprile 1520, erano nati quattro figli. Francesca li lasciò sette mesi dopo, morendo, secondo qualcuno, per avvelenamento. Io vorrei dire per soffocamento, ma il mio giudizio non sarebbe imparziale. Avevo sempre saputo che Francesca avrebbe ceduto alle lusinghe e alla vita agiata che le offriva Agostino, ma sapevo anche che non avrebbe resistito a lungo, che il ruolo di madre le stava stretto.

Ci sono persone che nascono ferro e altre che nascono vento. Ci sono persone che nascono per sposarsi e altre che nascono per innamorarsi ogni giorno, continuamente e sempre di persone diverse. Non sono, queste, persone superficiali o immature, sono semplicemente figlie di una natura che anziché farle madri o padri, acciaio o ferro, le ha fatte vento.

Vento come quello che muoveva i capelli di Galatea la prima volta che l’avevo vista alla Farnesina.

Un vento che era entrato nella villa più magnifica di Roma e aveva spazzato via l’idea di bellezza che aveva retto per circa duecento anni, e che vedeva nell’algida e pudica Venere di Botticelli l’esempio più perfetto.

Ma io, quando il mio amico Agostino Chigi aveva lasciato questo mondo, non c’ero già più. Pochi giorni prima, il 6 aprile 1520, era morto il mio amico Raffaello Sanzio.

Ventiquattr’ore dopo io lasciavo Roma.

 

 

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