Rigoletto

di Angelo de' Cherubini

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Il rigoletto
Il Rigoletto/ #Disuguaglianza, che cosa si può fare?

La disuguaglianza è uno dei problemi più urgenti con cui ci confrontiamo oggi. Conosciamo la dimensione del problema - il discorso su un 99% contrapposto all'i% fa ormai parte del dibattito pubblico - ma poco si è discusso di che cosa si possa fare al riguardo, a parte disperare. Secondo l'illustre economista Anthony Atkinson, possiamo fare molto più di quanto immaginano gli scettici.

Il punto non è semplicemente che i ricchi stanno diventando più ricchi, ma che non riusciamo a contrastare la povertà e che la rapida trasformazione dell'economia sta lasciando indietro la maggioranza delle persone. Se si vuole ridurre la disuguaglianza, non bastano le proposte di nuove tasse sui più abbienti per finanziare programmi già esistenti. Occorrono idee originali. Atkinson raccomanda politiche innovative in cinque campi: la tecnologia, l'occupazione, i sistemi di sicurezza sociale, la condivisione del capitale e la tassazione. E difende la validità di tali politiche a fronte degli usuali argomenti contrari e delle scuse addotte per l'inazione, ossia che un simile intervento farà contrarre l'economia, che la globalizzazione rende impossibile agire e che i costi per metterle in atto sono troppo alti.

Più che un semplice programma per il cambiamento, questo libro è una voce di speranza e di consapevole ottimismo sulle possibilità dell'azione politica.
 

L'Autore
Anthony B. Atkinson, maestro di Thomas Piketty e creatore dell'Indice Atkinson, che misura la disuguaglianza dei redditi, è Fellow del Nuffield College dell'Università di Oxford e Centennial Professor della London School of Economics and Political Science.

#Disuguaglianza, che cosa si può fare?
di Anthony B. Atkinson
Raffaello Cortina Editore
392pagg, 26,00 euro

Introduzione:
I La disuguaglianza è in primo piano nel dibattito pubblico. Si scrive molto dell'i % e del 99%, e le persone sono ora più consapevoli di quale sia l'estensione della disuguaglianza. Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, e il direttore del Fondo monetario internazionale (Fm1), Christine Lagarde, hanno dichiarato che l'aumento della disuguaglianza è una questione prioritaria. Quando il Global Attítudes Project del Pew Rezearch Center ha chiesto, in una ricerca condotta nel 2014, quale fosse -il pericolo maggiore per il mondo", ha scoperto che negli Stati Uniti e in Europa "le preoccupazioni per la disuguaglianza superano quelle per tutti gli altri pericoli".1 Ma se davvero vogliamo ridurre la disuguaglianza di reddito, che cosa si può fare? In quale maniera è possibile tradurre la maggiore consapevolezza pubblica in politiche e azioni che riducano effettivamente la disuguaglianza?

In questo libro, formulo proposte politiche concrete che, credo, potrebbero produrre un vero spostamento nella distribuzione del reddito in direzione di una minore disuguaglianza. Basandomi sulle lezioni della storia e gettando uno sguardo nuovo, con occhi distributivi, sugli aspetti economici sottostanti, cerco di mostrare che cosa si possa fare ora per ridurre la dimensione della disuguaglianza. Lo faccio con uno spirito ottimistico. Il mondo ha di fronte problemi gravi, ma collettivamente non siamo inermi davanti a forze che sono al di fuori del nostro controllo. Il futuro è in grandissima parte nelle nostre mani.

disuguaglianza

Il piano del libro
Il libro si divide in tre parti. La Parte prima riguarda la diagnosi. Che cosa intendiamo per disuguaglianza e qual è la sua estensione attuale? Sono esistiti periodi in cui la disuguaglianza è diminuita e, se sì, che cosa possiamo imparare da quegli episodi? Che cosa possono dirci gli economisti a proposito delle cause della disuguaglianza? Un capitolo porta all'altro, senza riassunti finali, anche se c'è un "Riepilogando fin qui" alla fine della Parte prima. La Parte seconda enuncia quindici proposte, in cui sono indicati i passi che le nazioni possono compiere per ridurre la disuguaglianza. L'insieme completo delle proposte, con cinque ulteriori "idee da perseguire", è elencato al termine della Parte seconda. Nella Parte terza, prendo in considerazione una serie di possibili obièzioni alle proposte. Si possono livellare le condizioni senza perdere posti di lavoro e senza rallentare la crescita economica? Possiamo permetterci un programma per ridurre la disuguaglianza? "La strada che ci sta davanti" riassume le proposte e quello che si può fare per realizzarle.

Il Primo capitolo prepara la scena, discutendo il significato della disuguaglianza e gettando un primo sguardo sull'evidenza empirica relativa alla sua estensione. Si parla molto dí "disuguaglianza", ma si fa anche molta confusione, poiché il termine significa cose diverse per persone diverse. Si dà disuguaglianza in molte sfere dell'attività umana. Le persone non hanno tutte uguale potere politico. Le persone non sono tutte uguali davanti alla legge. Anche la stessa disuguaglianza economica, che è al centro della mia attenzione qui, è aperta a molte interpretazioni. Bisogna chiarire la natura degli obiettivi e la relazione che hanno con i valori sociali. Parliamo di disuguaglianza di opportunità o di disuguaglianza di esiti? Di quali esiti dobbiamo preoccuparci? Dobbiamo concentrarci solo sulla povertà? Davanti a dati sulla disuguaglianza, il lettore deve sempre chiedere: disuguaglianza di che cosa, fra chi? Il capitolo prosegue presentando un primo quadro della disuguaglianza economica e di come è mutata nell'arco degli ultimi cento anni. Questo serve non solo a evidenziare il motivo per cui oggi la disuguaglianza è in testa alle nostre priorità, ma anche a introdurre le dimensioni fondamentali della disuguaglianza considerata.

Uno dei temi del libro è costituito dall'importanza che ha apprendere dal passato. Può darsi sia diventato un luogo comune dire, come Santayana in The Life of Reason, che "chi non può ricordare il passato è condannato a ripeterlo", ma, alla stregua di molti luoghi comuni, contiene una gran parte di verità.' Il passato ci offre sia un metro in base al quale possiamo giudicare quel che è realizzabile, sul fronte della riduzione della disuguaglianza, sia indizi su come si può realizzarlo. Per fortuna lo studio storico della distribuzione dei redditi è un'area dell'economia in cui in anni recenti sono stati fatti progressi considerevoli, e la stesura di questo libro è stata resa possibile dal grande miglioramento dei dati empirici, descritti nel Secondo capitolo, sulla disuguaglianza economica nel corso del tempo in Paesi diversi. Da questi dati si possono ricavare lezioni im-portanti, in particolare su come la disuguaglianza si è ridotta nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale in Europa. Questa riduzione della disuguaglianza si è verificata durante il conflitto, ma è stata anche il prodotto di varie forze egualizzanti, nel periodo compreso tra il 1945 e gli anni Settanta. Questi meccanismi di egualizzazione (incluse misure politiche consapevoli) in seguito hanno cessato di agire o hanno innestato la retromarcia, in quella che chiamo la "Svolta della disuguaglianza" negli anni Ottanta. Da allora la disuguaglianza è aumentata in molti Paesi (ma non in tutti, come vedremo parlando dell'America Latina).

Le forze che hanno portato a una riduzione della disuguaglianza nei decenni postbellici ci offrono una guida per progettare la politica per il futuro, ma il mondo da allora è cambiato drasticamente. Il Terzo capitolo prende in considerazione l'economia della disuguaglianza oggi. Qui, inizio dalla storia da manuale d'economia centrata sulle forze gemelle del cambiamento tecnologico e della globalizzazíone, forze che rimodellano radicalmente i mercati del lavoro di Paesi ricchi e in via di sviluppo e portano a un divario crescente nella distribuzione dei salari. Poi però mi discosto dai manuali. Il progresso tecnologico non è una forza della natura, rispecchia invece decisioni sociali ed economiche. Le scelte operate dalle aziende, dagli individui e dai governi possono influire sulla direzione che prende la tecnologia e di conseguenza sulla distribuzione dei redditi. La legge della domanda e dell'offerta può porre dei limiti ai salari che possono essere pagati, ma lascia ampio spazio di movimento a considerazioni più generali. È necessaria un'analisi più ricca, che tenga conto del contesto economico e sociale. La storia raccontata dai manuali si concentra sul mercato del lavoro e non affronta invece il mercato dei capitali. Quest'ultimo, con la relativa questione della quota dei profitti sul reddito totale, in passato è stato un elemento centrale per l'analisi della distribuzione del reddito, e deve tornare a esserlo.

Dopo la diagnosi viene l'azione. La Parte seconda del libro formula una serie di proposte che nel loro insieme possono spingere le nostre società verso un livello di disuguaglianza significativamente minore. Le proposte si riferiscono a molti campi e non sí limitano alla ridistribuzione fiscale, per quanto importante sia. Occorre che la riduzione della disuguaglianza divenga una priorità per tutti. Nei governi, deve stare a cuore al ministro che è responsabile della scienza così come a quello che ha la responsabilità della protezione sociale; è materia che riguarda le misure sulla concorrenza così come la riforma del mercato del lavoro. Deve essere una preoccupazione per i singoli nei loro ruoli di lavoratori, datori di lavoro, consumatori e risparmiatori, oltre che di contribuenti. La disuguaglianza è incorporata nella nostra struttura sociale ed economica, e per ottenerne una riduzione significativa bisogna prendere in esame tutti gli aspetti della nostra società.

Di conseguenza, i primi tre capitoli della Parte seconda affrontano elementi diversi dell'economia: il Quarto capitolo, il cambiamento tecnologico e le sue implicazioni distributive, compresa la relazione con la struttura del mercato e il potere di equilibrio (countervailing power); il Quinto capitolo, il mercato del lavoro e i cambiamenti nella natura dell'occupazione; il Sesto capitolo, il mercato dei capitali e la condivisicine della ricchezza. In ciascun caso, il potere del mercato e la sua collocazione hanno un ruolo significativo. La distribuzione della ricchezza sarà anche diventata meno concentrata nel corso del X X secolo, ma questo non significa che vi sia stato pure un trasferimento del controllo sui processi decisionali economici. Nel mercato del lavoro gli sviluppi degli ultimi decenni, in particolare la sua maggiore "flessibilità", hanno comportato un trasferimento di potere dai lavoratori ai datori di lavoro. La crescita delle aziende multinazionali e la liberalizzazione dei commerci e del mercato dei capitali hanno rafforzato la posizione delle imprese rispetto a clienti, lavoratori e governi. Il Settimo e l'Ottavo capitolo affrontano i problemi della tassazione progressiva e del welfare state. Molte delle misure proposte, come un ritorno a una tassazione dei redditi maggiormente progressiva, sono state ampiamente discusse, ma altre sono meno scontate, come l'idea di un "reddito di partecipazione" quale base per la protezione sociale.

La risposta canonica alla domanda "Come possiamo combattere la disuguaglianza crescente?" sta nel sostenere un aumento degli investimenti nell'istruzione e nelle competenze. Dirò relativamente poco di queste misure, non perché pensi che siano poco importanti, ma perché sono state già largamente analizzate.' Certamente sono a favore di tali investimenti sulle famiglie e sull'istruzione, ma vorrei mettere in luce proposte più radicali, proposte che ci impongono di ripensare aspetti fondamentali della nostra società moderna e di buttare alle ortiche alcune idee politiche che hanno dominato gli ultimi decenni. Come tali, potranno forse sembrare a prima vista stravaganti o non pratiche. Proprio per questo la Terza parte è dedicata alle possibili obiezioni e a valutare la fattibilità delle misure proposte. La contestazione più ovvia è che non possiamo permetterci le misure necessarie. Prima di arrivare all'aritmetica dei budget, però, prendo in considerazione l'obiezione più generale, quella riguardo all'esistenza di un inevitabile conflitto tra equità ed efficienza. La ridistribuzione non provoca necessariamente disincentivi? Questa discussione dell'economia del welfare e della "torta che si riduce" costituisce l'argomento del Nono capitolo. Un secondo gruppo di obiezioni alle proposte formulate è che "vanno bene, ma il grado di globalizzazione oggi significa che un Paese da solo non può avviarsi su un percorso così radicale". Questa argomentazione, potenzialmente molto seria, è discussa nel Decimo capitolo. Nell'Undicesimo capitolo arriviamo all'aritmetica politica" delle proposte: le implicazioni che hanno per il budget dei governi, prendendo il Regno Unito come caso specifico di studio. Qualche lettore andrà a vedere quel capitolo per primo. Ho lasciato il tema per ultimo non perché creda che sia privo di importanza, ma perché l'analisi è necessariamente più specifica, in termini di luogo e tempo. I ricavi delle tasse proposte e i costi dei trasferimenti sociali dipendono dalle strutture istituzionali e da altre caratteristiche di ogni particolare Paese. Il mio obiettivo perciò è spiegare in che modo gli economisti valutano la fattibilità delle proposte, tramite l'esempio di quello che si può fare oggi nel Regno Unito. Per alcune delle proposte non è possibile eseguire simili calcoli, ma ho cercato di dare almeno un'indicazione generale di come inciderebbero sulle finanze pubbliche.

Che cosa potete aspettarvi
Il libro è il prodotto delle mie riflessioni, non solo sulle cause della disuguaglianza e sulle possibili cure, ma anche sullo stato del pensiero economico contemporaneo. Nel romanzo Cold Comfort Farm di Stella Gibboni, del 1932, l'autrice adottava (senza dubbio ironicamente) la pratica di evidenziare con asterischi "i passi migliori", per aiutare il lettore incerto "se una frase sia Letteratura o [...] solo pure sciocchezze [flapdoodle]" .4 Avevo pensato di adattare il suo esempio e di contrassegnare i passi in cui mi allontano dall'opinione comune, in modo che i lettori che temono il " Ilapdoodle" potessero essere messi sull'avviso. Ho deciso alla fine di rinunciare agli asterischi, ma le deviazioni dal mainstream sono segnalate. Devo sottolineare una cosa: non è mia intenzione sostenere che le impostazioni adottate siano necessariamente superiori, ma che c'è più di un modo di fare economia. A Cambridge, in Inghilterra, e a Cambridge, nel Massachusetts, mi è stato insegnato a chiedere "Chi guadagna e chi perde?" da un cambiamento o da una misura economica. È una domanda che oggi spesso manca nelle discussioni sui media e nel dibattito politico.

Molti modelli economici presuppongono agenti rappresentativi identici che mettono in atto raffinati processi decisionali, in cui i problemi di distribuzione sono eliminati e non si lascia spazio a una considerazione della giustizia dell'esito risultante. Per me, deve invece esserci la possibilità di parlarne. Non esiste una sola Economia. Il libro si rivolge al lettore generico, interessato all'economia e alla politica. Il materiale tecnico è in gran parte confinato nelle note, e ho previsto anche un glossario di alcuni dei principali termini utilizzati. Vi sono parecchi grafici e un piccolo numero di tabelle. Le fonti dettagliate di tutti questi si possono trovare nell'elenco a fine libro. Ho sempre tenuto ben presente l'adagio di Stephen Hawking, "ogni equazione dimezza il numero dei lettori": non ci sono equazioni nel corpo del testo, perciò spero che tutti i lettori riescano ad arrivare fino all'ultima pagina.

 

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