Rigoletto

di Angelo de' Cherubini

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Il rigoletto
Il Rigoletto: Do. Il cammino giapponese per la felicità

La cultura giapponese persegue la felicità, la serenità e l'armonia anche praticando delle arti, più precisamente attraverso il percorso di apprendimento che porta a dominare quell'arte. Questo "cammino" si indica con il suffisso -do, che segue il nome dell'arte in questione: per es. kodo, dove ko- sta per fragranza, quindi kodo è il percorso di affinamento dell'abilità di percepire fragranze. L'autrice sperimenta in prima persona alcune arti giapponesi tradizionali, dall'ikebana al tiro con l'arco, dalla cerimonia del tè alla calligrafia. Questo libro, raccontando la sua esperienza, ci apre una finestra non solo su antichi rituali, ma anche su una filosofia di fondo che si può applicare ogni giorno nella nostra personale ricerca della felicità.                 

 

L'autore

Junko Takahashi

Nata in Giappone ma residente in Europa, Junko Takahashi è il perfetto ponte tra Oriente e Occidente. Nessuno meglio di lei è in grado di cogliere quali sono i segreti dello stile di vita giapponese, e di trasformarli in consigli applicabili da tutti, anche da chi vive agli antipodi. Per De Agostini è uscito nel 2018 il suo libro Il segreto della longevità. Il metodo giapponese per vivere 100 anni.

do il cammino giapponese per la felicita 184922
 

Traduttore: Sara Cavarero

Editore: De Agostini

Anno edizione: 2020

In commercio dal: 16 giugno 2020

Pagine: 320, brossura

EAN: 9788851179243

 

Leggi un estratto del libro su Affaritaliani.it:

La via delle arti tradizionali porta alla pace interiore

«Bisogna ucciderlo» disse mia madre. Ricordo chiaramente quella notte, avevo soltanto sette anni. Ero in sala insieme a tutta la mia famiglia e spuntò un piccolo ragno. Mio padre continuò a guardare tranquillamente la televisione, ma i miei due fratelli minori erano spaventati. lo rimasi immobile, non sapevo cosa fare.

Mia madre lo uccise con un colpo di giornale. Quel mi­nuscolo ragno, di appena un centimetro, non era velenoso come una tarantola. Di fatto, non mi spaventò tanto l'insetto, quanto la risolutezza di mia madre nel condannarlo a mor­te. Come mai si era innervosita a tal punto? Per colpa di una Superstizione.

In Giappone c'è un detto: "Se di mattina vedi un ragno, non ucciderlo perché è di buon auspicio, mentre il ragno della sera porta male". Mia madre me lo disse dopo averlo ucciso.

Noi giapponesi abbiamo molte superstizioni, anche se non tutte sono così crudeli come quella del ragno. Per esempio, "il tè del mattino evita la sfortuna, quindi, se ti dimentichi di berlo, anche se sei molto lontano torna indietro a berlo", "se pianti un nespo­lo, alla famiglia accadranno solo disgrazie", "se al mattino ti prude l'orecchio destro e alla sera quello sinistro, qualcuno sta parlando male di te", "se fischi di notte, un serpente ti verrà a cercare", "se nel tè trovi un rametto che galleggia in verticale, è di ottimo auspicio", "se starnutisci, qualcuno sta parlando di te" e così via.

Certamente questi detti non hanno nulla di scientifico. Tut­tavia, anche se non ci crediamo davvero, siccome hanno a che fare con la fortuna, queste superstizioni ci toccano a livello psi­cologico. Non penso che un ragno che mi spunta in casa di notte mi possa portare sfortuna, quindi non lo uccido... eppure, trovar­mene uno davanti non mi fa molto piacere.

Quando mi chiedo perché ci siano così tante superstizioni e perché la gente se ne lasci influenzare, arrivo alla conclusio­ne che tutti noi inseguiamo la felicità e vogliamo evitare il più possibile le disgrazie. Ognuno di noi definisce la propria felicità, ma il desiderio di raggiungere la pace interiore è qualcosa che, in maggiore o minore misura, ci accomuna tutti. Ci sono molti modi di raggiungerla: attraverso la meditazione, lo sport, i viag­gi, l'astrazione che proviamo nel fare le cose che ci piacciono, e anche attraverso le arti tradizionali giapponesi, che offrono una via per raggiungere la pace interiore.

L'ideogramma , che significa "via", compare nei nomi di molte di queste arti, come il kendò (scherma giapponese), il judò (combattimento senza armi), lo iaidò (arte dello sguainare e in­guainare la spada, o katana), l'aikidò (che unisce judò e kendò) e il kyudò (tiro con l'arco giapponese), che fanno tutti parte del budò (arti marziali). Altre arti sono, per esempio, lo shodò (cal­ligrafia), il kadò (disposizione dei fiori, o ikebana) e il sadò (ceri­monia del tè).

In quanto dò, queste arti tradizionali vengono intese come un cammino all'interno di una materia che va appresa fino a rag­giungere il livello più alto. In realtà, l'apprendimento non finisce mai, quindi queste arti non servono soltanto a imparare la tecni­ca, ma anche a sviluppare la personalità di chi le pratica.

Data tale caratteristica del  non è raro che vengano crea­ti dei neologismi a partire da questo concetto, per alludere alla propria crescita professionale o alla propria esperienza in una determinata materia. Per esempio, una persona che produce e vende tofu dirà di seguire il tofu-dò; un artista che si dedica alla fotografia (shashin) parlerà del shashin-dò; e gli attori faranno riferimento allo yakusha-dò.

Le arti marziali e le arti tradizionali che includono il ter­mine nel loro nome sono fortemente influenzate dal bud­dismo zen, che spesso viene considerato una religione pratica poiché insegna a trovare l'illuminazione spirituale non tanto con la teoria quanto attraverso l'esperienza. A volte si dice che il vivere sia di per sé un'ascesi, e che tutte le azioni - per­sino quelle quotidiane come mangiare, pulire, camminare, se­dersi o dormire - siano occasioni per trovare il proprio io, la verità assoluta, ed ecco perché ci sono regole stoiche per por­tarle a termine.

Tuttavia, originariamente, tali arti (salvo l'aikidò che è nato nel Novecento) si chiamavano diversamente: kenjutsu, jujutsu, kyujutsu... Il termine jutsu significa "tecnica", poiché un tempo le arti marziali altro non erano che le tecniche che i buchi o samurai - i cavalieri giapponesi - usavano in battaglia.

Il governo dei samurai sostituì la Corte imperiale nel XII seco­lo, e il Giappone venne governato in questo modo per oltre sei­cento anni. Dal canto suo, il buddismo zen, che arrivò nel paese dalla Cina nel XIII secolo, ottenne l'appoggio dei samurai - mentre le altre scuole convenzionali del buddismo erano praticate dalla famiglia imperiale e dagli aristocratici - e si diffuse tra i cittadini. In tal modo, lo zen influì sulla cultura e sulla filosofia che si svi­lupparono nel corso di quell'epoca.

Potrebbe sembrare strano che una religione teoricamen­te misericordiosa, e il cui obiettivo è quello di salvare le anime, fosse appoggiata dai samurai, che conducevano esistenze piut­tosto sanguinarie. Il filosofo ed erudito buddista Daisetsu Tei­tarò Suzuki (1870-1966), che nel Novecento ha fatto conoscere il buddismo all'Occidente, ci dà una chiave per comprendere que­sta apparente incongruenza:

Lo zen li ha appoggiati [i samurai] in due modi, moralmente e filosoficamente. Moralmente perché lo zen è una religione che insegna a non guardarsi indietro una volta che il corso delle cose è deciso; filosoficamente perché tratta la vita e la morte in maniera indifferente [...]. In secondo luogo, la disciplina zen è semplice, diretta, è una disciplina di fiducia in se stessi e anche di negazione di sé; la sua tendenza ascetica si adatta allo spirito del combattente [...]. Un buon guerriero è di solito un asceta o uno stoico, il che significa che ha una volontà di ferro. E questo, quand'è necessario, può essere offerto dallo zen.

Shunmyò Masuno, il monaco buddista e creatore di giardini, ha spiegato che all'epoca degli Stati guerrieri (XV-XVI secolo) i sa­murai vivevano perennemente appesi a un filo e non potevano fidarsi di nessuno, nemmeno delle loro famiglie, e quindi trova­rono nello zen un modo per mantenere la calma.

Dal XVII secolo la società giapponese si trovò a godere di maggior pace e stabilità. I samurai continuavano a praticare le arti marziali ma, non essendoci occasione di usarle in battaglia, ne esplorarono di più gli elementi di filosofia zen - quali la corte­sia, l'onestà, la modestia e la semplicità - per sviluppare la pro­pria personalità e abilità mentale.

Il sistema sociale del Giappone cambiò completamente alla fine dell'Ottocento: con la fine del feudalesimo e l'intro­duzione della civiltà occidentale, i samurai scomparvero e fu proibito possedere spade. Tutto ciò diffuse l'idea che le culture tradizionali, praticate fino ad allora dai guerrieri, andassero disprezzate. Per mantenerle in vita, coloro che erano interessati a queste arti iniziarono a enfatizzare i benefici mentali che si potevano raggiungere attraverso la loro pratica. Fu a quel punto che le tecniche marziali e le arti tradizionali divennero un , una via per formare la personalità di coloro che la praticavano attraver­so alti valori morali e attraverso la cortesia. Il kadò e il sadò fino ad allora riservati agli uomini, si aprirono anche alle donne, e si iniziarono a insegnare le arti marziali nelle scuole.

Dopo la sconfitta nella Seconda guerra mondiale, il go­verno, sotto il controllo dei potenti alleati, proibì di insegnare i budò - come il kendò il judò e il kyudò - sia dentro sia fuori dalle scuole, poiché si riteneva che tali pratiche avessero con­tribuito al militarismo responsabile di aver portato il paese in guerra.

Quando, nel 1952, il Giappone riacquistò la piena sovra­nità, tale proibizione venne annullata; sebbene oggigiorno le arti marziali siano principalmente uno sport, se ne continuano a insegnare i principi morali. Un esempio è che, nelle arti mar­ziali, è vietato gioire apertamente per la vittoria subito dopo un combattimento, proprio in segno di rispetto nei confronti dell'avversario.

In quanto alle arti tradizionali, la maggior parte di loro ha origine in Cina. Quando si svilupparono in Giappone, seguirono una propria evoluzione, in cui è innegabile l'influenza del bud­dismo. Tanto per intenderci, a occuparsi per primi di composi­zioni floreali furono i monaci buddisti, mentre i fondatori della Cerimonia del tè impararono nei templi le basi dello zen per poi applicarle nelle formalità e nel protocollo previsti per servire una tazza di tè. In tal modo, i creatori di queste arti equiparavano l'etica dello zen a quella del kadò o del sadò.

L'estetica che sopravvive attualmente, basata sull'imperfetta semplicità, sembra non coincidere con i caratte­ri stessi giapponesi, i quali sono considerati estremamente perfezionisti. Per esempio, noi giapponesi di solito siamo molto puntuali, i treni giapponesi sono noti in tutto il mondo per la loro puntualità - ed è anche capitato che qualche trasporto abbia chiesto pubblicamente scusa perché  è partito con venti secondi di anticipo rispetto all'orario programmato.

Shunmyei Masuno afferma che tale estetica imperfetta sia fiorita grazie all'introduzione dello zen. Per motivarlo mi ha spiegato i sette elementi estetici dello zen, che furono stabiliti dall'esperto di buddismo e grande pensatore Shin'ichi Hisamat­su (1889-1980).

 

 

 

 

 

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