Rigoletto

di Angelo de' Cherubini

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Il rigoletto
Galtrucco, nella sua sobria eleganza la storia della borghesia milanese

La storia di un'azienda nata 150 anni fa che, trasformatasi da negozio di tessuti a società immobiliare, ha contribuito attraverso i decenni alle tendenze del gusto e della moda, all'eleganza e al decoro della città di Milano. Il marchio Galtrucco deve la sua fama alla qualità dei tessuti, alla bellezza delle vetrine, al rapporto con i grandi stilisti quali Armani, all'architettura e agli arredi dei negozi (disegnati da Melchiorre Bega e da Guglielmo Ulrich). Da sempre è sinonimo di eleganza sobria, senza sfarzo, tipica del gusto milanese. Questo libro, che ne celebra i 150 anni attraverso fotografie e documenti d'archivio, è anche una dedica alla città di Milano, con la quale l'azienda condivide una storia di energia e rinascita, a partire dalla ricostruzione dopo i bombardamenti di piazza Duomo del '43 e dal restauro del negozio dopo il grave incendio del 1973. Dal 2001 l'attività commerciale ha lasciato il posto all'attuale gestione immobiliare nel segno di una continuità di stile e di intenti che comprende i negozi un tempo a insegna Galtrucco, quali quello ora occupato da Loro Piana in via Montenapoleone, e il Salone dei Tessuti di via San Gregorio, dagli anni '20 showroom ante-litteram e oggi spazio per eventi o esposizioni legati soprattutto alla moda e al design.

A cura di Enrico Mannucci - Nato a Firenze. Giornalista, ha lavorato in diversi quotidiani e periodici: da “Paese Sera” all'”Europeo”, da “Anna” al “Corriere della Sera”. Ha scritto le biografie di Oreste del Buono e di Emilio Pucci, una storia dei Savoia nel '900, un volume sulle Forze Speciali italiane, un saggio sulla lunga caccia ai presunti "Diari" di Benito Mussolini. Per “Sette”, magazine settimanale del Corriere della Sera, ha scritto per anni storie e reportage dal mondo industriale italiano.

 

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Autore: Enrico Mannucci 

Editore: Mondadori Electa

Data uscita: 29/09/2020

Collana: Rizzoli Illustrati

Pagine: 256

Lingua: Italiano

EAN: 9788891825797

 

Introduzione 

Di Philippe Daverio

Multa renascentur quae iam cecidere. Molte cose rinasceranno fra quelle che un giorno scom­parvero. Questo detto latino sembra rivelare il motivo recondito che fa di piazza del Duomo e delle sue immediate adiacenze una delle attrattive più magnetiche della Milano d'oggi, avendo negli ultimi anni deciso di fare da contrappunto al quadrilatero della moda di via Montenapo­leone. Se la Galleria Vittorio Emanuele fu, immediatamente dopo l'Unità d'Italia, il simbolo d'u­na città redenta e pronta con fervida ambizione a giocare un ruolo europeo, se l'allargamento della piazza del Duomo ne fu la naturale conseguenza urbanistica, lo si deve a un'epoca nella quale il centro della città si raccoglieva con naturalezza attorno alla sua cattedrale. Appena die­tro le guglie, in via Santa Radegonda, fu messa in funzione la prima centrale europea di produ­zione elettrica il 23 giugno 1883.

La volle il milanesissimo ingegnere del Politecnico Giuseppe Colombo, andato a New York per conoscere Thomas Edison, che a Manhattan stava inaugurando la sua. La prima illuminazione effettuata fu quella del Teatro alla Scala e di conseguenza quella della Galleria Vittorio Emanue­le. E fu proprio la realizzazione di questa galleria, che voleva essere la più vasta del Vecchio continente, a mutare l'intero impianto urbano del centro cittadino, demolendo gran parte del centro storico per fare nascere la vastissima piazza e gli edifici che ne segnavano il contorno. I milanesi forse non se lo ricordano, ma prima che Parigi diventasse la Ville Lumière con il magi­co raggio di luce elettrica che la Tour Eiffel proiettò nella notte per inaugurare l'Exposition Uni­verselle del 1889, loro già godevano la magia dell'energia elettrica e nel 1893 nasceva la prima linea di tram elettrici che da corso Sempione portava alla piazza del Duomo, proprio di fronte a quei portici nei quali durante i ruggenti anni Venti s'impianta la ditta Galtrucco.

Era approdato il fondatore di quest'impresa da quelle alture piemontesi, a un passo dal Par­co del Gran Paradiso, laddove già Carlo Alberto aveva decretato la riserva di caccia riservata esclusivamente alla sua augusta persona. Ed era nato lì nell'autunno del 185o Lorenzo Galtruc­co, sotto il regno di Vittorio Emanuele H, lo stesso re che, agli albori dell'Unità d'Italia, avrà dirit­to nell'anno 1878 della sua morte all'intitolazione della Galleria di Milano. Mai avrebbe pensato Lorenzo, da ragazzo che a cinque anni s'era trovato orfano a girovagare per il Piemonte come mercante ambulante, che un giorno i suoi figli, appena conclusa la Prima guerra mondiale, avrebbero guardato la statua di quel re dalle vetrine del loro negozio milanese, aperto pro­prio in quella piazza sorta per esaltare il rinnovato disegno urbano della città. La storia di que­sto piemontese determinato è al contempo quella d'una Italia redenta e ampliata che diventa protagonista dell'imprenditoria commerciale tessile e quella dell'ascesa sociale che potrebbe ritrovarsi in un racconto di De Amicis. E forse sono proprio i portici a portare fortuna alla fami­glia, in quanto egli apre la sua prima attività commerciale sotto quelli della piazza principale di Robbio, una cittadina già nella Lombardia pavese ma a un passo dal suo Piemonte. Guadagna, comincia a risparmiare, apre un negozio a Novara e muore.

Sarà la sua vedova a tirare su sia i figli sia l'impresa: comprende che il futuro si dischiude a Mi­lano. Con l'ingegno che è degli animi intraprendenti si fa costruire una palazzina apposita in quello stile fra il Romantico e il Neogotico che va allora per la maggiore e che lascia intendere quanto quelle imprenditrici esordienti fossero in grado di capire il gusto e lo spirito del tempo, non solo nella scelta delle merci ma pure nelle decisioni estetiche degli edifici che occupava­no. Lo stesso spirito animerà la famiglia dei Galtrucco quando da grossisti decidono di metter­si a vendere al dettaglio; aprono una serie di negozi in Italia e vi porteranno la medesima atten­zione per la qualità formale degli edifici, a Roma, Genova, Trieste e Torino. Ed è ciò che li anima nell'immaginare un concorso pubblico per il rinnovamento del negozio di Milano. Lo fanno da persone informate e attente, sicché con un raro intuito chiamano a consulenza i direttori del­le due maggiori riviste d'architettura allora da poco nate, "Domus", fondata da Giò Ponti nel 1928, e "Casabella", sorta nello stesso anno ma che in quel 1933 ha cambiato nome, da Torino s'è spostata a Milano (un po' come loro stessi) ed è diretta da Giuseppe Pagano Pogatschnig. Non seguono le indicazioni del concorso, anche se fra i vincitori vi è quello che nel dopoguer­ra sarà lo studio più rinomato della città, il noto BBPR della Torre Velasca e del restauro del Castello Sforzesco (Banfi, Barbiano di Belgiojoso, Peressutti e Rogers). Scelgono invece il trentenne Guglielmo Ulrich, che disegna per loro tutti gli interni e anni dopo li metterà in contattc con Fausto Melotti per i pannelli decorativi in maiolica. Diventano protagonisti della modernità La vera fortuna dei Galtrucco avviene nel secondo dopoguerra. Milano risorge, l'architettura nuova fa vedere la sua magia con la costruzione delle Torre Velasca che guarda da poca distan za piazza del Duomo, con il grattacielo Pirelli che sfida il mondo guardando la Stazione Cen trale. E la modernità gode pure della fine dell'autarchia con il diritto di vendere non soltanto tessuti d'Italia ma anche le lane inglesi e le complesse tessiture di Francia. A Milano dettavanc il gusto principalmente i sarti da uomo, quel Cesare Tosi mantovano che fu collezionista finsi gne d'arte moderna quanto il suo collega Adriano Pallini, ma stava pure celebrandosi la nasciti d'una sartoria femminile di alto livello, che trovava spesso nel vestire le signore per la primi della Scala la sua passerella prediletta. Si stava per mescolare in città il mondo della moda cor quello della grafica e del design: Albe Steiner, il milanese nipote di Giacomo Matteotti, diven tava il grafico della modernità; lavorava per la Rinascente e al contempo suggeriva la stesure dei manifesti del Piccolo Teatro.

È affascinante riguardare il campionario dei tessuti di allora; appare evidente il rapporto forma le che hanno, nei colori come nelle trame, con l'evoluzione delle arti visive a loro contempora nee. Ed è altrettanto esaltante rivedere i disegni di Bruna Moretti, in arte Brunetta, che per anr ne illustrò l'esito formale nei vestiti femminili. Se le vetrine potessero raccontare la loro storia quante vite avrebbero da rammentare.

 

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