Rigoletto

di Angelo de' Cherubini

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Il rigoletto
Il Rigoletto/ La leggenda del trombettista bianco

Dorothy Batker (1907-1968)
È nata a Missoula, nel Montana, nel 1907, ed è cresciuta in California.
Laureata presso la UCLA, dopo aver conseguito un Master of Arts in Letteratura francese, insegna per alcuni anni latino. Dopo la pubblicazione di alcuni racconti inizia ascrivere a tempo pieno.

Nel 1938 esordisce con La leggenda del trombettista bianco, conquistando la critica. Dal romanzo è stato poi tratto un film con Kirk Douglas.
L'ultimo romanzo dell'autrice, Cassandra al matrimonio, è stato pubblicato da Fazi Editore nel 2014.

La leggenda del trombettista bianco
di Dorothy Baker
Edizioni Fazi Editore
pagg 234
16,00 euro

Prologo

Quella che sto per scrivere è la storia della vita di Rick Martin, ora che è finita, ora che Rick è crepato e si gode, come dicono, l'eterno riposo.

Non c'è molto da dire, in linea di massima. Rick nacque in Georgia cinque o dieci minuti prima che sua madre morisse e una decina di giorni prima che suo padre facesse i bagagli e lo mollasse a sua zia, all'epoca diciassettenne, e al fratello di lei.

Otto anni dopo, i due si trasferirono a Los Angeles portandoselo dietro, e fu lì che Rick crebbe, seguendo quella che sembrava fosse la sua strada. Imparò a suonare il piano strimpellando nelle chiese e nei locali — anzi, ovunque riuscisse a trovare un piano. E siccome la musica ce l'aveva nel sangue, fin da ragazzino si rivelò un bravissimo pianista.

Ma il piano non era il suo strumento ideale, e alla fine scelse gli ottoni: mise da parte i soldi e si comprò un flicorno. Imparò a suonare il flicorno — una specie di tromba, per chi non sapesse cos'è — e quello diventò il suo strumento. Molto gli insegnò Art Hazard, il grande trombettista nero, ma questo non basta a spiegare perché fosse così bravo.

Suonava con dei quintetti e sestetti dalle parti di Los Angeles, e un giorno fu scoperto da Lee Valentine, che quasi non riuscì a credere alle sue orecchie.
Valentine, che era in tournée a suonare nei cinema di tutto il paese, era stato messo sulle sue tracce da Jeff Williams, il direttore della famosa orchestra di neri, che aveva conosciuto Rick a Los Angeles e aveva intuito che quel ragazzino un giorno avrebbe fatto furore in un'orchestra di bianchi. Lee Valentine non se lo fece ripetere due volte: mise Rick sotto contratto e se lo portò a New York col resto della band.

Rick riscosse subito grande successo, soprattutto tra i musicisti. Un successo tale che di lì a poco Phil Morrison, che dirigeva l'orchestra più importante dell'epoca, gli fece firmare un contratto, e anche con Mr Morrison il suo successo continuò. Rick amava il suo lavoro. Aveva qualcosa di speciale, e lo sapeva. Non si stancava mai, suonava una sera dopo l'altra e dopo lo spettacolo si univa ad altri gruppi che volevano mettersi alla prova, e così finiva col suonare tutta la notte.

Si spingeva oltre il limite. Non dormiva e non mangiava, perché aveva sempre qualcosa di meglio da fare. Bere, ad esempio. E prima che potesse accorgersene, si ritrovò a bere quasi sempre, per mandare avanti anche il resto. Sta di fatto che il metodo non funzionò, e Rick se ne andò da questa vita prima di raggiungere i trenta.

Devo dire che a piangerlo non restò quasi nessuno, a parte me e due negri, Jeff Williams e Smoke Jordan. C'era anche una donna, una certa Amy North, ma non ho idea di come si sentisse. Immagino che qualche musicista ancora lo rimpianga, ma presto sarà completamente dimenticato. Prima o poi smetteranno anche di suonare i suoi dischi, e la puntina gratterà a vuoto sul solco.

Quando quel momento arriverà, Rick Martin sarà morto davvero, morto e sepolto — ed è un pensiero che mi fa star male.

Questa è la sua storia, che non può certo dirsi una tragedia; qui non si parla della caduta di un grande eroe, dalcielo alla terra: Rick Martin non arrivò mai così in alto, anche se per qualche tempo guadagnò un bel po'. Ma la sua è una storia in cui risuona la verità, insieme a un paio di armonie nascoste.

È una storia che parla di molte cose — della differenza che c'è tra il saper suonare e il sapersi adattare alla vita; tra i bisogni dell'espressione artistica e quelli della vita di quaggiù; e infine tra il bene e il male, in questa forma d'arte nata in America che è la musica jazz. Perché in questa musica convivono sia il bene che il male. C'è la musica zuccherosa delle sale da ballo e c'è quella che proviene da un bisogno vero e non ha niente da spartire con i soldi.


Questa storia finisce con la morte. Perché il nostro Mr Martin, fin dai tempi in cui strimpellava il piano, correva dritto verso la catastrofe. Ma sbaglio a usare il termine strimpellare, perché non era questo che faceva Rick: lui suonava sempre col cuore. Solo che nella sua musica c'è sempre stato, fin dall'inizio, un elemento di autodistruzione.

Rick si aspettava troppo dalla musica, ci si era dedicato con un bisogno eccessivo. E non riuscì mai a trovare quello che cercava. Forse avrebbe potuto trovarlo in un altro tipo di musica, ma non aveva la preparazione necessaria, né i mezzi, per avvicinarsi a un altro tipo di musica. Così restò legato al jazz, e alla vita isterica e folle di quell'ambiente. E riuscì anche a cavarne del buono; riuscì a fare grandi cose con quel talento formidabile, a cui lui per primo non riusciva a star dietro.

Era, a suo modo, come Tonio Króger, il poeta ispirato e sgomento nato dalla penna di Thomas Mann, «che non lavorava come un uomo che ha anche una vita da vivere, ma come chi non ha altro scopo che lavorare: senza alcun riguardo per se stesso come essere umano, ma solo come artista».

So che queste sono parole forti, che in teoria si addicono più a un poeta come Tonio Króger che non allo scatenato trombettista della band di Phil Morrison. Ma io la penso in modo diverso, ed è questo che più mi commuove della storia di Rick. L'impulso creativo è l'impulso creativo, in qualsiasi campo lo si trovi. E Rick faceva così bene quello che sapeva fare che personalmente continuerò ad avere i brividi ogni volta che sentirò pronunciare il suo nome.

Ma quando la pensi così devi andarci cauto, sennò poi dicono che ti dai arie da artista. La musica da ballo andrebbe valutata in base ai suoi parametri, e i suoi parametri sono così tecnici che per chi non appartiene all'ambiente è impossibile capirli. Come si fa a dire cosa aveva di speciale Rick, e cosa rappresentava, senza esagerare in un modo o nell'altro?

Certo, si potrebbe trasformare la vita di Rick nel solito romanzo d'appendice, descrivendolo come un bel ragazzo che frequentava una bella scuola e che poi, avendo la passione per la musica, se n'è andato a New York a suonare in un'orchestra jazz di successo. Potremmo fargli fumare marijuana un paio di volte, giusto per dargli un'aria un po' maledetta, e raccontare i suoi amori e tutto il resto.

Potrebbe suonare in qualche tempio del capitalismo, come il Waldorf-Astoria, e tra un concerto e l'altro incontrare la figlia di un magnate: ovviamente sarebbe amore a prima vista, così il nostro non avrebbe più bisogno di fare altre serate e potrebbe starsene sdraiato con la mogliettina sul ponte dello yacht di lei per tutto il resto della sua vita, che sarebbe lunga e tranquilla.

Ma non è questo il caso. Questa dev'essere la storia di un giovane uomo che, senza neanche saperlo, aveva il talento di creare musica in modo fluido e naturale come... be', diciamo come Bach. Non si poteva chiedere a Rick Martin di suonare le note com'erano scritte. Lui se ne stava lì seduto ad aspettare pazientemente, ma quando arrivava il suo turno, o appena si presentava l'occasione, spiccava il volo e cominciava a inventare, estemporaneamente, la musica più innovativa e geniale che si fosse mai sentita a quel tempo.

Mi dispiace dirlo, ma il nostro uomo è davvero un artista, che si porta in spalla quel duro fardello che è l'anima di un artista. Solo che non possiede l'altra qualità che dovrebbe accompagnare un'anima simile — e che raramente, immagino, l'accompagna: la capacità di tenere il corpo sotto controllo, mentre lo spirito segue la sua strada. Tant'è che va in mille pezzi, ma non in maniera lieve. Lo fa così completamente che alla fine si uccide.

 

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