Rigoletto

di Angelo de' Cherubini

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Il rigoletto
Il Rigoletto/ "La nuova destra in Europa"

Introduzione

L'ascesa elettorale della Nuova destra alle ultime elezioni europee non si spiega solamente con il regime di austerity imposto dall'Unione o accusando la crisi economica e il malcontento popolare. Le ragioni che hanno portato la Lega Nord di Matteo Salvini a guadagnare il 6% dei consensi, premiato il Fpò di Heinz-Christian Strache in Austria, il Vlaams Belang in Belgio e il Front national di Marine Le Pen in Francia sono più profonde, e rintracciabili in una rivoluzione ideologica di destra iniziata quarant'anni fa.

Come nasce questo rinnovamento ideologico, come siano stati abbandonati i vecchi miti totalitari per attingere a una parte del pensiero che un tempo apparteneva alla sinistra e come questo percorso abbia condotto la Nuova destra al successo, trovano una risposta in questo libro inchiesta.

 

L'autore

Matteo Luca Andriola è nato a Saronno nel 1984. È autore di numerose inchieste sull'estrema destra per la rivista Pagina uno. La Nuova destra in Europa è il suo primo libro.
 

La nuova destra in Europa
di Matteo Luca Andriola
Editore paginauno
286 pagg 19,50 Euro

 

Conclusioni

Come si è cercato di dimostrare in questa trattazione, il pensiero di Alain de Benoist è innegabilmente una novità: egli prende un'ideolo-,zia vetusta, quella neofascista, e vi apporta radicali modifiche per farla uscire uscire dal tunnel del passatismo. Penso tuttavia sia utile fare alcune riflessioni: un'elaborazione culturale, soprattutto nell'età contemporanea, non è mai fine a se stesa.

Ogni intellettuale capace di for-mulare una visione del mondo alternativa a quella dominante ha sem-pre in mente un modello di società ideale da concretizzate. Alcuni preferiscono mettersi al servizio di qualche partito, altri scelgono di starne fuori. De Benoist o Tarchi, dopo aver reciso ogni rapporto po-litico con un'area giudicata ormai irriformabile, hanno elaborato una Weltanschauung critica non solo verso il liberalismo, ma contro quel-la modernità che è la causa prima del liberalismo politico, culturale ed economico; una critica radicale a una società a misura di indivi-duo, in nome di una società a misura di comunità identitaria.

Come nota lo storico Massimiliano Capra Casadio, se è semplice datare l'inizio di un qualunque fenomeno storiografico — in questo caso la Nuovelle droite e la sua espansione nel panorama politico-cultura-le europeo — risulta più complesso evitare di "cadere nella tentazione di prendere in considerazione gli strascichi, i rigurgiti, gli intrecci o le più o meno marcate influenze che sono trapassate in altri movimenti, magari sostanzialmente differenti dall'originale'. Si tenga presen-te però che Capra Casadio conclude la sua disamina nel Duemila, ascrivendo alla Nuova destra solo ed esclusivamente tutto ciò che è con-nesso direttamente al Grece e che si riconosce tout court nell'evolu-zione iniziata negli anni Ottanta (quel et-et che porta alle nuove sin-tesi).
 
In base alle sue conclusioni, visto che qui si include all'interno del fenomeno politico-culturale neodestrista associazioni come Terre e: Peuple, l'orniai defunta Synergies européennes e i movimenti che han-no ispirato (il Bloc Identitaire), io sarei completamente fuori strada. Mi duole dissentire con Capra Casadio — e approfittando di questo spazio per complimentarmi per il suo libro — e per farlo cito la sua stessa identica fonte, Pierre Milza, secondo cui: "Le idee degli animatori del Grece hanno influenzato personalità, gruppi di pressione, circoli e organizzazioni politiche che non possono essere considerati che estrema destra"; "la pratica dell'infiltrazione [...] è incontestabilmente riuscita [...] ma il prezzo da pagare è stato la diluizione della dottrina nelle pieghe di un versante conservatore" e, purtroppo per de Benoist, il Grece è stato così "riportato al suo isolamento originario.

Al gruppo viene tuttavia riconosciuto il merito di essere "un laboratorio di idee che, dopo essere stato decriptato, può essere facilmente radicalizzato e utilizzato in un senso offensivo da organizzazioni che non hanno le stesse esigenze di indeterminatezza e di rispettabilità del-la redazione di Éléments",2 come appunto Terre et Peuple, Synergies européennes e gli archeofuturisti, i cui principali esponenti — Vial. Faye e Steukers — militavano nel Grece in ruoli chiave. Costoro non hanno fatto altro che radicalizzare le idee, continuando a percepire la Nuovelle droite per quello che era agli albori, negli anni Settanta: un pensiero di destra da porre al servizio dell'estrema destra identitaria e antimondialista.

Le basi comuni fra il Grece e queste associazioni sono diverse: 1) il culto e l'assolutizzazione delle differenze e la critica al razzismo universalista di progressisti e conservatori; 2) la critica all'impianto filosofico giudeo-cristiano e il ripristino di una spiritualità pagana; 3) il ritorno al locale, al regionale e/o al municipale come radicale alter-nativa al gigantismo omologante, all'industrializzazione e all'urbaniz-zazione, favorendo, a livello geopolitico, la nascita di un'Europa im-periale integrata su basi federali ed etnoregionali; 4) il superamento della democrazia rappresentativa tramite una democrazia partecipativa, plebiscitaria e diretta; 5) il ritorno a un'economia solidale fondata sulla sussidiarietà rimessa al diretto servizio della comunità; 6) l'eco-logia integrale, profonda e antimoderna, capace di rompere con l'ideo-logia del progresso come con ogni concezione unilaterale della storia.

Tutti, Grece, Terre et Peuple e Synergies européennes, hanno, con qualche differenza di analisi e di referente politico, questi sei punti nelle loro analisi. Solo di archeofuturisti — per il culto prometeico del-l'uomo nietzscheano che forgia la natura ed è padrone degli elementi, ripristinando una sensibilità che era del primissimo Grece, grazie al-l'insegnamento di Giorgio Locchi — sono piuttosto refrattari all'eco-logia integrale.
Ma chiediamoci: come mai de Benoist, nonostante tali scissioni e nonostante il suo dialogo con intellettuali ascrivibili alla cosiddetta si-nistra radicale, coltiva ancora rapporti con queste aree?

Come si è cercato di dimostrare attraverso l'analisi comparata fra i vari circoli neodestristi europei, mentre in Francia il Grece riesce a mantenere, anche se non sempre, una certa distanza dalle altre asso-ciazioni metapolitiche dissidenti, questo non avviene in Belgio, visto che «Renaissance européenne», diretta da Georges Hupin, funge da terreno franco per le posizioni trasversaliste e comunitariste del Grece e per quelle etnoidentitarie di Terre et Peuple-Wallonie.

Non si spiegherebbero, inoltre, il riavvicinamento di de Benoist al nazional-bolscevico eurasiatista Dughin, vicino all'entourage di Putin nel ruo-lo di consigliere sulle questioni geopolitiche, o i seminari convocati dai giovani identitari francesi nei quali il leader del Grece è stato in-vitato a parlare di decrescita (perché lui e non Latouche, di sinistra e principale fautore dell' antiutilitarismo?), o un'intervista rilasciata dal maitre à penser grecista alla rivista «Réfléchir & Agir» vicina a Terre et Peuple e al Mouvance identitaire sul socialismo identitario o, an-cora, altri interventi apparsi su «Terre & Peuple» relativi a concetti chiave dell'ideologia neodestrista, come quello di comunità etnica; una controversia che ha coinvolto, oltre a de Benoist, Faye e i vertici di Terre et Peuple, e anche politici come Robert Spieler.

Nessun studioso di storia della filosofia e del pensiero politico si so-gnerebbe mai di mettere in discussione la classificazione fatta da Ar-min Mohler in Die Konservative Revolution in Deutschland, il quale raggruppa, sotto l'etichetta di Rivoluzione conservatrice, movimenti politici, singoli intellettuali, riviste, circoli e cenacoli molto diversi fra loro, di matrice tradizionalista, vòlkisch, socialista nazionale, nazio-nalbolscevica, ruralista e biindisch, accomunati dalla profonda ostili-tà verso la Repubblica di Weimar e la democrazia liberale.

Per cui, dopo queste ricerche, ritengo sia corretto racchiudere il tra-sversalista, postmoderno, antiutilitarista ed ecologista Grece di de Benoist e Champetier, favorevole a nuove sintesi tra ecologia profonda. decrescita, comunitarismo e identitarismo, la galassia etnonazionali-sta veilkisch di Terre et Peuple, gli archeofuturisti di Faye e gli ami-mondialisti di Synergies européennes, sotto l'unica l'etichetta di Nuo-va destra europea, una categoria che scinde l'impianto filosofico co-mune dai movimenti promotori e dai suoi stessi intellettuali.
Occorre dunque, a conclusione, porsi una domanda: la strategia me-tapolitica neodestrista ha avuto successo o si è trattato di un bluff?

Apparentemente, se ci limitiamo alle considerazioni affrontate in questa trattazione e nei testi di Bruno Luverà (che ha analizzato i col-legamenti fra Fpii, Lega Nord e Grece nei tardi anni Novanta), po-trebbe sembrare che la strategia si sia concretizzata solo attraverso il dialogo diretto/indiretto fra populismo e i diversi circoli culturali neo-destristi. Se per ottenere l'egemonia culturale — perché questo è l'o-biettivo principale del Grece e dei circoli affini — la Nuova destra si fosse limitata a contattare solo ed esclusivamente i populismi, avreb-be fallito da un pezzo. Grosse fette di opinione pubblica progressista. anche senza conoscere le idee della Nouvelle droite, si sono accorte sin dall'inizio che i partiti populisti qui analizzati non predicano mes-saggi solamente antipolitici ed euroscettici, ma intrisi di una cultura xenofoba che li porta a flirtare, il più delle volte, con i soggetti di area neofascista o neonazista.

Similmente a Luverà e grazie all'input del suo lavoro, ho cercato di tracciare un quadro d'insieme sui legami fra Nuova destra, etno-na-zionalismo, antimondialismo rosso-bruno e i vari soggetti estranei alla cultura non conforme, senza dilungarmi eccessivamente sulle ester-nazioni del singolo populista di turno: ho cercato di guardare al glo-bale e non solo al locale.

Le opere di Luverà inquadrano tuttavia una delle tante strategie metapolitiche del neodestrismo, vedendo in tale fenomeno culturale solamente il Grece. Nulla di più errato. Non esiste, infatti, un'Inter-nazionale neodestrista guidata dal Grece che, in maniera centralisti - ca, impartisce ordini ai vari circoli europei. Imporre un modello uni-co d'azione sarebbe contrario all'idea stessa di differenza che costitui-sce la base del gruppo. Ciò spiega perché le strategie dei singoli cir-coli non sempre sembrano convergere, nonostante siano sempre pre-senti i sei minimi comuni denominatori citati e i rapporti culturali con la casa madre, il Grece. Possiamo parlare, tutt'al più, ma solo a livello partitico, di un'Internazionale identitaria legata a Terre et Peuple e ispirata al modello politico della Lega Nord.

E mentre la Fpò, il Vlaams Belang, il Bloc Identitaire e la Lega Nord sono condizionati da circoli metapolitici che si rifanno alle tesi elaborate da Alain de Benoist (Club de l'Horloge, Terre et Peuple, Ter-ra insubre ecc.), i gruppi originali, che seguono il percorso trasversa-lista del Grece, l' et-et di 'e destra, e sinistra', dialogano contempora-neamente con interlocutori del tutto diversi, senza rispettare la dico-tomia destra/sinistra.

Ecco perché il gruppo italiano di Marco Tarchi, finché è stato all'interno della corrente missina rautiana, ha portato avanti un dialogo trasversale con gli intellettuali eretici della sinistra (Cacciari e Tassani) e con i craxiani — nei primi anni Ottanta, durante l'epoca del socialismo tricolore, «Pagina», periodico liberalsocialista a cui collaboravano Giampiero Mughini, Ernesto Galli della Loggia, Massimo Fini, Pierluigi Battista, Paolo Mieli e Aldo Canale, ha rap-presentato uno dei luoghi privilegiati del dialogo con le nuove espres-sioni della cultura di destra, con i Verdi, con Comunione e liberazio-ne e, in epoca recente, con l'identitarismo leghista, con i noglobal e con il movimento decrescista.

Per ottenere l'egemonia culturale non ci si può limitare a un dialo-go unidirezionale (solo a destra o solo a sinistra), ma occorre essere multidirezionale: solo così è possibile raggiungere l'opinione pubbli-ca. Ma per fare questo occorre flessibilità, utilizzare temi diversi a se-conda dell'interlocutore.

Alain de Benoist, a livello europeo, segue questo percorso: in Ita-lia pubblica articoli e saggi con case editrici antimodeme come l'A - kropolis, La Roccia di Erec e l'Arianna Editrice, o con quelle esplici-tamente neofasciste come Settimo Sigillo e Controcorrente. Troviamo i suoi articoli su «Diorama letterario» e su «Trasgressioni». Il lettore di quell'area, sentendo parlare di comunitarismo identitario, di diffe-renzialismo, dell'obsolescenza della dicotomia destra/sinistra, di de-mocrazia organica, di federalismo, non si scandalizza affatto.

Dialoga poi con marxisti critici come Costanzo Preve e Danilo Zolo, se-guendo la stessa metodologia utilizzata da Tarchi e da Eichberg nei rispettivi Paesi, e con il movimento decrescista, l'ambientalismo e i noglobal. Contemporaneamente non disdegna affatto il dialogo con la destra, anche se liberale: molti articoli di de Benoist compaiono su quotidiani e periodici indirizzati a un pubblico conservatore.
 
Appare quindi evidente come l'opzione grecista miri alla creazione di inevitabili convergenze metapolitiche fra una sinistra sociali-sta, capace di abbandonare il concetto di progressismo, e una destra rinnovata, capace di rompere con l'autoritarismo, la metafisica della soggettività e la logica del profitto. Ciò che conta è trovare il punto di contatto, il minimo comune denominatore, l'antiprogressismo.

E così sulle riviste vicine ai movimenti populisti de Benoist procede a sostenere che il sistema liberale, fautore della nascita di un'entità so-vranazionale come l'Unione europea, ha accelerato il processo di di-struzione delle identità locali, favorendo l'immigrazione di popolamento.
Il rapporto con queste ultime realtà, però, è particolare: il primo passo lo fanno sempre i partiti e quasi mai l'intellettuale neodestrista. Non è un caso d'altra parte, come abbiamo visto, che all'interno dei movimenti populisti vi siano, spesso e volentieri, persone con un pas-sato negli ambienti neodestristi o neofascisti.

Di solito i primi referenti — basti pensare al dialogo con la Lega o con il Bloc Identitaire — sono i giovani: i militanti del Movimento gio-vani padani, per esempio, a cui viene consigliata la lettura e la diffu-sione dei testi dei vari filosofi neodestristi o non conformi. In un se-condo momento i circoli — non i singoli partiti — contattano gli intel-lettuali, intavolando un dialogo ufficioso su qualche punto di conver-genza, introducendo così determinate tematiche nel partito e, succes-sivamente, nei programmi elettorali. Il federalismo dei popoli, il culto per la comunità identitaria, la difesa dell'Europa e delle sue radici. la critica al mondialismo, la sussidiarietà, il bioregionalismo e, come è successo in Francia con il Bloc di Robert, l'introduzione del tema della decrescita, e dell'inesistenza dell'etichetta destra/sinistra nella propaganda del Front lepenista (Ni gauche, ni droite, Franaise!), non nascono certamente dai leader politici, ma piuttosto all'interno dei vari circoli culturali di matrice neodestrista collaterali ai movimenti.

Con il conservatore di turno, invece, basta sostenere che il sistema liberale, così com'è oggi concepito, è troppo permissivo, e che solo attraverso il blocco dell'immigrazione, la rinascita di forme di soli-darismo fra appartenenti alla stessa comunità e l'uscita dell'eurozo-na, è possibile superare la crisi economico-finanziaria creata dall'e-donismo americano. Davanti a questa tesi, egli conclude che dopotut-to Alain de Benoist non è il nazista dipinto dalle borghesissime testate radical chic «Le Monde», «Le Nouvelle Observateur», «La Re-pubblica», «L'Espresso» o «Il manifesto».

Contemporaneamente gli esponenti del Grece, dialogando con il Mauss, gli ecologisti, i noglobal e i neomarxisti introducono, in una sinistra sempre più in crisi d'identità, concetti a lei estranei come il diritto alla differenza, l'amore rivoluzionario e la critica radicale all'i-dea di progresso, rea di aver abbracciato il capitalismo, il liberalismo, il colonialismo, la globalizzazione, i relativi squilibri e la distruzione dei popoli.

Basta sostenere che non si ha a che fare con gente come Le Pen senior, contrastare il capitalismo in maniera più radicale di un qualunque marxista ammalato di socialdemocrazia, attaccare gli ame-ricani per la loro esportazione a suon di cannonate della democrazia — leggi modello economico, sociale e politico omologante — sostenere e spergiurare che il diritto alla differenza non è una forma di apartheid morbido bensì la strada verso l'autodeterminazione di tutti i popoli e, infine, dire che la democrazia organica non creerà mai auto-crazie in miniatura; il gioco è fatto.

E questo è proprio uno dei segna-li della crisi culturale della sinistra, sia riformista che radicale. Fanno molta più breccia le analisi un intellettuale comunitarista antimoder-no piuttosto che quelle di un sostenitore di Karl Marx. Insomma, se si escludono certe analisi marxiste fatte da eretici come Costanzo Pre-ve, Gianfranco La Grassa o quelle di isolate personalità (si pensi a marxisti come Massimo Bontempelli, Marino Badiale, Andrea Ca-vazzini, Giancarlo Paciello, Luca Grecchi ecc.), a sinistra c'è il vuoto.


Non esiste, insomma, un de Benoist marxista o di sinistra.
I partiti progressisti europei sono condizionati dalle elaborazioni di think tank distaccati non solo dalle masse, ma finanziati da enti fau-tori della mondializzazione economica in corso; tesi che appiattisco-no tale famiglia politica sul partito Democratico americano: si pensi al progetto veltroniano dell' Ulivo mondiale con Bill Clinton, all'ado-zione delle primarie in Italia e in Francia, alla struttura elettoralistica e lobbistica, fondata sui sondaggi; al nome stesso del Partito demo-cratico.

La Nouvelle droite ha invece dietro di sé il Grece, una realtà strut-turata in circoli e non sottoposta ad alcun partito: può dialogare con tutti, senza sottoscrivere alcuna tessera; non è più un pensatoio desi-deroso di rinnovare solo la cultura della destra, ma un think tank an-tiliberale che guarda a 360 gradi.
 
Per ampliare il respiro del proprio pensiero, il Grece parte dalla considerazione che il socialismo e il marxismo non nascono come ideologie di sinistra, a differenza del liberalismo che accetta la diade destra/sinistra, ma per essere una filosofia sociale. Sposando l'Illumi-nismo e divenendo progressista, il socialismo, secondo de Benoist. ha tradito i suoi intenti iniziali: è entrato nella concezione lineare del-la storia, nell'idea che debba esserci un solo modello di sviluppo, nel-l'ideologia dei diritti universali (ergo, l'omologazione), nell'indivi-dualismo e via dicendo, imborghesendosi e facendo propria la reli-gione del mercato.

"Ormai, la sinistra celebra la crescita, ossia la produzione di merci all'infinito, negli stessi termini dei liberali. Là dove gli uni parlano di `deterritorializzazione' (alla maniera di Deleuze-Guattari o di Anto-nio Negri), gli altri parlano di cdelocalizzazioni'. Per quanto concerne l'immigrazione, esercito di riserva del capitale, la sinistra moderna usa lo stesso linguaggio di Laurence Parisot (meticciato e nomadismo tra-sformati in norme). Influenzata da coloro che hanno «distrutto il so-cialismo convertendolo nell'individualismo dei diritti universali e del liberalismo integrale» (Hervé Juvin), il nemico non è più il capitalismo che sfrutta il lavoro vivo degli uomini, ma il 'reazionario' che ha il torto di rimpiangere il passato. [...] I valori della sinistra non sono più valori socialisti, ma valori progressisti: irnmigrazionismo, apertu-ra o soppressione delle frontiere, difesa del matrimonio omosessuale. depenalizzazione di certe droghe... Tutte opzioni con le quali la clas-se operaia è in completo disaccordo o di cui si disinteressa totalmen-te. [...]

Non si parla più del capitalismo o della lotta di classe, e ov-viamente di quell'anticaglia della rivoluzione. Persino il partito co-munista ha quasi soppresso la parola socialismo dal suo vocabolario. Avendo perduto la sua identità ideologica, non è più in grado di in-fluenzare la corrente socialdemocratica da cui dipende elettoralmen-te. Poiché l'obiettivo non è più lottare contro il capitalismo, ma com-battere tutte le forme di preoccupazione identitaria, regolatmente descritte come il risorgere di una mentalità reazionaria e arretrata, «ciò spiega», constata Jean-Claude Michéa, «che il migrante sia progres-sivamente divenuto la figura redentrice centrale di tutte le costruzioni ideologiche della nuova sinistra liberale, sostituendo l'arcaico prole-tario, sempre sospetto di non essere abbastanza indifferente alla sua comunità originaria o, a più forte ragione, il contadino, che il suo legame costitutivo con la terra destinava a diventare la figura più disprezzata — e più derisa — della cultura capitalistica.» [...] Il popolo non si riconosce più in una sinistra che ha sostituito l'anticapitalismo con un simulacro di antifascismo, il socialismo con l'individualismo radical chic e l'internazionalismo con il cosmopolitismo o l'immigra-zionismo, prova solo disprezzo per i valori autenticamente popolari, cade nel ridicolo celebrando al contempo il meticciato e la diversità, si sfinisce in pratiche civiche e in lotte 'contro tutte le discriminazio-ni' (con la notevole eccezione, beninteso, delle discriminazioni di classe) a solo vantaggio delle banche, del Lumpenproletariat e di tut-ta una serie di marginali. Non è sorprendente nemmeno che il popo-lo, così deluso, si volga frequentemente verso movimenti descritti con disprezzo come populisti (uso peggiorativo che manifesta un evidente odio di classe)".

Le critiche di de Benoist alla sinistra francese spiegano il recente successo del Front national.
L'idea del socialismo antiprogressista permette al Grece di aprirsi agli ambienti altermondisti di sinistra, critici verso l'involuzione li-berale e progressista della sinistra riformista. Gioco facile, se si con-sidera che, dovendo scegliere tra i due perdenti della globalizzazione — gli emarginanti e i salariati — la sinistra moderna ha optato per la convalida del potere di un'Unione europea fondata sul liberoscambi-smo e sui trattati economici promossi dal Wto, atti a creare un merca-to comune mondiale. Comprensibile, quindi, il tracollo del Ps di Hol-land nel maggio 2014, a seguito del quale la sinistra ha regalato il Pae-se alla Le Pen, rinforzata, appunto, dal voto operaio.

Sarebbe quindi un grave errore sottovalutare i dialoghi fra neode-strismo e Verdi, noglobal e antiutilitaristi, o il ripudio delle etichette come destra e sinistra.
Il dialogo a 360 gradi — che cavalca gli squilibri del sistema euroa-mericano — è il frutto della trasversalità del pensiero di de Benoist, pensiero che, pur rimanendo a destra, permette di costruire concetti et-et, alla destra della sinistra, alla sinistra della destra, e di destra e di sinistra e, infine, al di là della destra e della sinistra.

Se la destra, con un intellettuale atipico come Alain de Benoist, ha cercato di uscire dal gorgo rielaborando la propria cultura, così non ha fatto la sinistra, che la propria cultura l'ha invece buttata alle orti-che. È in questo spazio lasciato vuoto che la Nouvelle droite ha avuto gioco facile a sviluppare la sua strategia di egemonia culturale. Ed è proprio su questo terreno che la sinistra deve riflettere, per non per-dere la battaglia sociale che caratterizzerà lo scontro politico della prima metà degli anni Duemila.

 

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