Rigoletto

di Angelo de' Cherubini

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Il rigoletto
La partita del secolo, Nando Dalla Chiesa racconta Italia Germania 4-3

Italia Germania 1970: storia di una generazione che andò all'attacco e vinse

Un incontro indimenticabile, combattuto allo spasimo fino alla vittoria. Una notte iniziata come una semifinale dei campionati mondiali di calcio a Città del Messico e continuata fino all'alba in Italia. Nelle strade, nelle piazze, nelle spiagge, ovunque fosse possibile festeggiare e sventolare la bandiera italiana. Nando dalla Chiesa ricostruisce quella notte indimenticabile, ne individua i momenti e i protagonisti ma approfondisce anche lo scavo narrativo su un ampio sfondo sociale.

Quella partita tra Italia e Germania è stata il punto d'incontro di passioni e rivalità nazionali di più di una generazione ed è lo specchio ideale di un'epoca. Un vero e proprio romanzo di calcio intorno al quale si intrecciano ricordi di giovinezza ed eventi del passato, un racconto corale originale in cui emergono le figure di Riva e Rivera, di Burgnich e Boninsegna ma anche le tante figure anonime che diedero vita a un periodo senza il quale il celebre «quattro-a-tre» sarebbe rimasto un evento sportivo, e non un indelebile fatto di costume collettivo della storia nazionale.                 

L'Autore

Nando Dalla Chiesa

Scrittore e politico italiano. Figlio del generale Carlo Alberto, si è laureato in economia all'Università Bocconi di Milano. Docente di sociologia all'Università Statale di Milano, è stato deputato, senatore e sottosegretario all'Università e alla Ricerca per l'Unione..Autore del libro di denuncia Delitto imperfetto (1984) e di numerosi saggi tra cui La politica della doppiezza (1996); il successo arrivò anche con Storie di boss, ministri, tribunali, giornali, intellettuali, cittadini (1990), Il giudice ragazzino (1992, biografia di Rosario Livatino, da cui fu tratto anche un film) e Storie eretiche di cittadini perbene (1999). Si è occupato anche di narrativa sportiva: La farfalla granata (1995), sulla figura di Gigi Meroni, Capitano, mio capitano. La leggenda di Armando Picchi, il livornese nerazzurro (1999), La partita del secolo. Storia di Italia-Germania 4-3 (2001). 

Editore: Solferino

Collana: Melampo

Anno edizione: 2020

In commercio dal: 11 giugno 2020

Pagine: 160 p., Brossura

EAN: 9788828204657

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La partita del secolo, Nando Dalla Chiesa, Solferino editore

LEGGI UN ESTRATTO DEL LIBRO SU AFFARITALIANI.IT:

Quando l'Italia andò all'attacco

Ogni popolo stabilisce silenziosamente e senza intenzio­ne quali giorni resteranno nella sua memoria. Quali sa­ranno simbolo di dolore o evocheranno la paura, quali restituiranno senso alla speranza o regaleranno sempre e comunque un sorriso. Un popolo non lo decide mai sul momento. Tutto viene scavato e rielaborato nel tempo.

È lo stesso cammino con cui la storia seleziona i suoi grandi: i pensatori o gli scrittori, i leader civili o gli eroi delle rivoluzioni. Le ragioni per cui alla prova del tempo vince uno anziché un altro sono in genere imprevedibili. Perché si ricorda un romanziere o un artista o un cantau­tore piuttosto che un altro? A volte si dà la responsabi­lità al caso, alla fortuna. E invece, a pensarci, c'è sempre un impasto di ragioni. Che affondano nelle sensibilità più inavvertite, nelle pieghe riposte della cultura, in una som­ma di episodi e di circostanze che creano la famosa combi­nazione chimica che decide. Con qualche fattore ricorren­te.

Perché a ben guardare a essere premiati dal sentimento popolare sono di norma gli irregolari, soprattutto se sono bandiera di genio o di generosità. E in particolare se la loro generosità non è stata ricambiata dal destino. Perché Leo­pardi più di Manzoni? Perché Garibaldi più di Cavour? Perché il Che più di Fidel? E passando al calcio: perché Baggio più di Platini o Maradona più di Pelè? Natural­mente si può sempre argomentare: per i loro meriti. Ma in realtà i meriti vengono cesellati e attribuiti in funzione di affinità psicologiche, di auto-proiezioni, di sogni e sen­timenti complessi. E anche di qualcosa che è difficile de­cifrare ma che possiamo chiamare "lo spirito del tempo".

Ve ne sono esempi al limite della leggenda. Proviamo a pensare a Italia-Germania del 4-3. Città del Messico, 1970, mezzanotte tra il 17 e il 18 giugno, ora italiana. E a rispondere alla domanda regina: perché è diventata questa la partita del secolo? Perché, ad esempio, non l'I­talia-Germania del 3-1 di dodici anni dopo, Madrid, 11 luglio 1982, ore 20.00? Eppure fu proprio con quest'ul­tima partita che l'Italia divenne per la terza volta nella sua storia campione del mondo, la prima dalla fine della guerra, dopo una interminabile attesa di 44 anni.

Eppure anche nella finale del Santiago Bernabeu a Madrid si vis­sero momenti memorabili. Memorabile, come poche al­tre cose viste in vita mia, fu la corsa infinita di Tardelli, il "coyote" di Bearzot, su una sua prateria sterminata e im­maginaria. Memorabile quel "gol" urlato ossessivamente dal più atleta degli Azzurri, come nessun altro somiglian­te a un Milone di Crotone o a un Leonida di Rodi. E c'e­ra pure stata, prima, l'ansia collettiva da malaugurio, il rigore di Cabrini tirato disperatamente fuori a metà del primo tempo. E la nuova prodezza di Paolo Rossi ribat­ezzato Pablito, l'eroe di quel "mundial" assurto a gloria come in un favoloso gioco di prestigio, destinato a diven­tare dopo quei giorni azzurri l'idolo dei bambini di tut­to il mondo.

Senza dimenticare il presidente più amato, Sandro Pertini, ieratico in tribuna mentre grida «non ce n'è per nessuno», pronto a riabbottonarsi subito la giac­ca, e a fare ricomparire la celebre pipa nel viaggio di ritor­no con gli Azzurri, accanto a Bearzot e ai "vecchi" Zoff e Causio. Quanti ingredienti... E tuttavia non diventò la partita del secolo, mentre lo divenne una semifinale se­guita da una disfatta con tanto di pomodori ad attende­re a Roma il commissario tecnico Ferruccio Valcareggi, con due tempi supplementari giocati alla viva il parroco, e nessun simbolo delle nostre istituzioni a dare un senso solenne a quanto accadeva in campo.

Perché? La risposta è appunto nello spirito del tempo e in quella irregolarità, a due passi dalla pazzia, che ca­ratterizzò la partita. Come si cercherà poi di raccontare, quella notte fu infatti la notte delle prime volte. Che nes­suno aveva preordinato. Fu certo la prima volta in cui l'I­talia giocò in televisione a mezzanotte, nell'ora in cui i so­gni si liberano e le convenzioni sociali si allentano. Con la fine dei supplementari che scoccò alle due, orario conven­zionalmente impossibile per festeggiare e che invece sca­tenò una delle feste più spontanee e liberatorie e di mas­sa di cui vi sia memoria.

Fu la prima volta che un popolo intero, di tutte le classi e le età e le idee politiche, si die­de spontaneamente convegno nelle piazze illuminate di ogni città italiana. Prima di allora non era mai successo, tanto che per circa mezz'ora, dopo le due, i tifosi vagaro­no quasi alla ricerca di un'idea su come potere sfogare la loro felicità. I clacson di passaggio verso il centro diede­ro la linea. Fu anche la prima volta delle donne. La metà del cielo fin lì tenuta fuori dagli stadi, tanto da far na­scere sul tema anni prima una canzone di successo, quel­la notte sentì il brivido delle atmosfere domestiche, e più volte gioì abbracciata all'altra metà, come Rivera e Riva dopo il gol del 4-3.

Fu ancora, senza ombra di dubbio, la prima volta del tricolore, per lunghi anni, soprattutto in quel periodo di contestazione, monopolio dei simpatiz­zanti dell'estrema destra. E invece i colori della bandie­ra si affacciarono progressivamente nella notte. Nessu­no ne aveva esemplari in casa, nessuno si era preparato a venderne, sicché tutto venne fatto artificialmente con una camicia, uno spray, da issare sulle auto che ancora potevano circolare in piazza Duomo o piazza del Plebi­scito. Anche se si ha un po' di pudore a dirlo, davvero la bandiera nazionale si liberò della crosta ideologica che la soffocava grazie a una vittoria in uno stadio lontano. Lì, precisamente lì, si aprì la strada su cui sarebbe arrivato, quasi trent'anni dopo, Carlo Azeglio Ciampi.

Tante prime volte tutte insieme, dunque, concentrate in un pugno di ore notturne. Un'esperienza collettiva indi­menticabile. Ma era anche stata la prima volta, e fu que­sto a sprigionare la magia, che l'Italia aveva giocato in at­tacco, senza cautele tattiche e con il cuore a mille. Perché, inutile negarlo e senza nulla togliere al gol iniziale di Ro­berto Boninsegna detto Bonimba, la vera partita furono i tempi supplementari. Gli italiani maledissero nei modi più rabbiosi e coloriti Karl-Heinz Schnellinger, il terzino tedesco del Milan che, ingrato verso il Paese che lo aveva reso ricco, aveva con la sua zampata al secondo minuto di recupero dato il pareggio alla grande Germania di Franz Beckenbauer.

E invece a Schnellinger gli italiani avrebbe­ro dovuto erigere un monumento. Perché fu lui a regalarci quell'incredibile mezz'ora di vita davanti al video. Dove ogni tattica saltò. E una virtù fra tutte si levò: la genero­sità nell'assalto alla baionetta, reso intrepido dall'aria ra­refatta dei duemila metri dell'Azteca. Nel decennio pre­cedente le squadre italiane avevano vinto ovunque grazie alla tattica del cosiddetto "catenaccio" e del contropiede. Erano l'Inter di Helenio Herrera e il Milan di Nereo Roc­c0. Ma la nazionale con quella tattica aveva sempre perso.

Nemmeno ammessa ai Mondiali in Svezia, fuori su­bito in Cile, fuori subito indecorosamente in Inghilterra contro la Corea del dentista Pak Doo-ik. Aveva vinto gli europei del '68 grazie a un fortunato sorteggio nelle semi­finali contro l'Unione Sovietica. La meraviglia di tutti fu vederla vincere di slancio e forza, e genio insieme, proprio contro la Germania, verso cui il popolo italiano sentiva un inconfessabile complesso di inferiorità.

Era la Germania distrutta dalla guerra che, risorta miracolosamente a po­tenza economica, dava lavoro ai nostri braccianti. Come osservò Giuseppe Fava in un bellissimo reportage del '67, le strade di Palma di Montechiaro, provincia di Agrigen­to, si riempivano in estate di auto dalla targa tedesca, segno di un riscatto sociale raggiunto grazie alle industrie di Düsseldorf e Colonia. Mentre per anni erano state le ragazze tedesche (le "tedeschine") a fare impazzire sulle spiagge i nostri giovani, costretti ad aspettare il '68 per sapere qualcosa in più del libero amore.

E proprio contro la Germania tutta disciplina e organiz­zazione l'Italia dimenticò quella notte, nel momento cru­ciale della sfida, la tattica che l'aveva resa famosa. Sem­brò un suicidio. Già dall'inizio dei supplementari si capì che non c'erano più regole. Fabrizio Poletti, roccia grana­ta, subentrato a Rosato per infortunio, appena entrato in campo fece quasi un autogol servendo un'assurda palla al pirata Müller a un metro dalla porta. Sembrava un sor­tilegio. L'Italia affondava per colpa dei terzini, dell'una e dell'altra parte. Commentò il telecronista Nando Martel­lini: «Tutto facile per la Germania adesso [...], squadra demoralizzata ormai la nostra». E invece un altro terzi­no pareggiò per l'Italia, Tarcisio Burgnich, incredibile.

E anche quella fu una prima volta. Perché se l'altro terzino, Giacinto Facchetti, di gol in carriera ne fece più di sessan­ta, Burgnich li faceva ogni morte di papa e in una partita ufficiale della nazionale non ne aveva mai segnati. Perciò fu ancora più bello. Chissà come si era trovato al cen­tro dell'area tedesca, fatto sta che ci fece amare d'impeto quel nome, Tarcisio, che sapeva di Friuli e di civiltà con­tadina. Burgnich a fare il centravanti... C'era qualcosa di incredibile in quanto vedevamo, perfino l'estetica andava assumendo qualcosa di surreale.

Beckenbauer con il brac­cio al collo che piombava sul pallone come una locomoti­va; De Sisti, sempre ordinato ed elegante, che girava con i calzettoni alla cacaiola, come si diceva ai tempi, per signi­ficare che erano arrotolati alle caviglie, Domenghini con la maglia fuori dai pantaloncini che gli si allungava fino alle  cosce. Finché in quel paesaggio da fumetti giunse il gol di Riva con un diagonale rasoterra di potenza irresistibile. Ma poi di nuovo tutto saltò. Perché la Germania pareggiò anccora e d'incanto vedemmo Rivera sulla linea della no­stra porta, a difendere dietro Albertosi. E ci domandam­mo: «Che ci fa Rivera sulla linea di porta?».

Nemmeno il tempo  di chiedercelo e la palla colpita da Miiller gli sfiorò letteralmente il fianco finendo indisturbata in rete, come se nemmeno lui fosse riuscito prendere sul serio quella po­sizione astrusa. Allora mandammo improperi a Rivera. E invece partì in fuga sulla sinistra Boninsegna. Secondo gli schemi regolari, lui era il goleador e Rivera il rifinitore. Ma di schemi non ce n'erano più. E dunque Boninsegna fece il rifinitore passando la palla al centro dell'area tedesca e Rivera fece il goleador quasi con passo di danza. Di qua il portiere di là la palla. E mentre l'Italia si abbrac­iava davanti ai televisori, con l'urlo «gol! goll!» che prorompeva moltiplicandosi dalle finestre aperte della not­te estiva, vi fu l'abbraccio vittorioso tra i due GR, Gianni Rivera  e Gigi Riva, che una splendida foto immortalò av­vitati tra loro, inginocchiati sul prato.

Sì, nel conto mettiamo dunque anche quella prima vol­ta. La volta, cioè, che l'Italia degli Azzurri andò all'at­tacco e vinse, interpretando il sentimento di un'intera generazione, non solo studentesca, che un'utopia dopo I'altra si stava trasformando in un Icaro collettivo pronto a volare verso un paradiso irraggiungibile. Andare all'at­tacco per cambiare il mondo, per realizzare diritti, libe­rtà, amore e giustizia sociale, dentro un grande disordine creativo; come quello che era andato in scena all'Azteca, in quei Mondiali da cui, come viene ricordato nel primo capitolo, il Sessantotto messicano venne tenuto fuori con la strage terribile della Piazza delle Tre Culture.

L'immaginazione fa scherzi mancini, ma è bello pensare che lo spirito del tempo sia entrato comunque dentro quei Mondiali, almeno metaforicamente, grazie alla squadra italiana più pazza della storia.

Già, lo spirito del tempo. Categoria hegeliana, leopar­diana, per dire che probabilmente è stato questo a contare, insieme con le tante "prime volte", perché l'Italia-Ger­mania del 4-3 si inchiodasse nella nostra memoria ben più dell'Italia-Germania del 3-1. Una partita che non in­coronò nessuno, seguita come fu dal crollo contro il Bra­sile di Pelé, ma che fu più specchio dell'anima del Paese. L'Italia dell'82 brancolava. Non ebbe il tempo di leccarsi le ferite del terrorismo che si trovò colpita al cuore dal­la mafia, come i giornali dei mesi prima e dopo l'urlo di Tardelli raccontano restituendo al lettore l'aria di nuovo insanguinata.

Lo stesso Pertini felice della tribuna sarebbe restato d'altronde, nella nostra memoria, come il presidente dei funerali pubblici degli uomini migliori della Repubblica. L'Italia del '70, che pure aveva alle spalle il 12 dicembre di Piazza Fontana, era invece il Paese della speranza, del protagonismo fiducioso della generazione del baby boom postbellico, era il Paese in cui i genitori con i calli sulle mani sognavano il figlio dottore. Diciamo­lo: era il Paese fatto, con fatica e dedizione, dalla genera­zione degli ottantenni contro cui cinquanta anni dopo, si sarebbe accanito vigliaccamente il coronavirus di questo 2020.

Quegli ottantenni inizialmente visti con sconcertante sollievo come le vittime sole e predilette del virus assas­sino videro nel 4-3 la conferma che con la loro fatica e i loro risparmi stavano costruendo una Italia orgogliosa e nuova, capace di trionfare nello sport più amato contro la nazione più forte. Proprio con quei nomi da albero de­gli zoccoli: Tarcisio e Giacinto, Angelo e Giovanni. E non c'è contrasto più straziante di quello che a questo punto si affaccia, come per legge di gravità, tra la straordinaria e quasi orgiastica festa di popolo, quella comunione feli­ce del 1970, e il silenzio livido e solitario dei camion mi­litari che portano via le bare delle vittime da Bergamo, sottraendole a ogni affetto possibile.

E tuttavia, proprio di fronte alla tragedia nazionale improvvisa, quella parti­ta resta, cinquant'anni dopo, una bandiera piantata nella storia del nostro Novecento. Simboleggia, con altri indi­menticabili momenti delle istituzioni, della politica, della cultura, le vittorie raggiunte con le unghie e con i denti dal popolo italiano. Che sembrava schiavo senza speran­za della ferocia nazista e se ne è liberato grazie a mino­ranze coraggiose; che sembrava destinato solo a emigra­re e ha costruito una delle maggiori potenze economiche mondiali; che sembrava obbligato, come pure si scrisse, a convivere per sempre con il terrorismo, e di nuovo con minoranze coraggiose lo ha battuto; che sembrò in ginoc­chio contro Cosa Nostra e ancora grazie a importanti e coraggiose minoranze l'ha decapitata e indebolita.

Per questo anche oggi quella partita può essere un emblema. Le perdite del 2020 non sono state e non saranno né po­che né indolori. Ma l'Italia del 4-3 non è stata solo una squadra di calcio. E può tornare.

 

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