Rigoletto

di Angelo de' Cherubini

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Il rigoletto
Il Rigoletto/ La quarta sponda, dalla guerra di Libia alle rivolte arabe

Non è certamente un caso, se oggi la Libia è, insieme alla Siria, il Paese più violento e caotico del Mediterraneo. Nella "Quarta sponda", Sergio Romano ne ripercorre la storia e ce ne illustra i tanti volti. Il primo è quello delle due province ottomane, alla periferia dell'Impero, quando l'Italia ne decise la conquista: piccole società ebraiche ed europee nelle due città maggiori, modesti traffici con il Mediterraneo e con l'Africa, tribù combattenti e gelose della loro indipendenza che daranno molto filo da torcere all'amministrazione coloniale italiana.

Il secondo è quello della colonia degli anni Venti e Trenta. Nacque allora, soprattutto durante il governatorato di Balbo, una Libia italiana di cui esistono ancora parecchie tracce. Il terzo è quello della Libia post-coloniale, dopo la fine della Seconda guerra mondiale e la proclamazione dell'indipendenza: un piccolo regno, una nuova ricchezza rappresentata dal petrolio e dal gas, un'importante comunità italiana e buone relazioni con la vecchia potenza coloniale. Il quarto è quello di Gheddafi, ufficiale nazionalista, spregiudicato, tirannico, divorato da insaziabili ambizioni. Il quinto e ultimo volto è quello incompleto di un Paese che non è ancora riuscito, dopo le rivolte arabe, a trovare un nuovo equilibrio ed è tuttora sconvolto da una sanguinosa guerra civile.

Autore:
Sergio Romano (Vicenza, 1929) è stato ambasciatore alla NATO e, dal settembre 1985 al marzo 1989, a Mosca. Ha insegnato a Firenze, Sassari, Pavia, Berkeley, Harvard e, per alcuni anni, all’Università Bocconi di Milano. È editorialista del Corriere della Sera. Tra i suoi ultimi libri pubblicati da Longanesi: Con gli occhi dell’Islam (2007), Storia di Francia, dalla Comune a Sarkozy (2009), L’Italia disunita, con Marc Lazar e Michele Canonica (2011), La Chiesa contro, con Beda Romano (2012), Morire di democrazia (2013) e Il declino dell’impero americano (2014).

La quarta sponda, dalla guerra di libia alle rivolte arabe
di Sergio Romano
Edizione Longanesi
22 euro 300 pagine

 

La prefazione

Dieci anni fa, per la ristampa di questo libro, apparso nel 1977, ho aggiunto un capitolo sulla Libia di Gheddafi in cui ho descritto il percorso politico del paese dopo la fine della Seconda guerra mondiale e ho fornito alcuni dati statistici sulle sue condizioni economiche e sociali dopo mezzo secolo d'indipendenza: popolazione, aspettativa di vita, mortalità infantile, reddito medio, numero delle automobili, dei veicoli commerciali, degli apparecchi telefonici e televisivi. Se volessi aggiornare questi dati non potrei farlo. Posso soltanto scrivere che le condizioni della Libia sono enormemente peggiorate e che non è neppure possibile misurare statisticamente le sue sventure. Quasi cinque anni di guerra civile hanno distrutto buona parte di ciò che era stato realizzato durante i regimi precedenti, dall'epoca della amministrazione italiana sino alla fine del « regno » di Gheddafi dopo le rivolte arabe iniziate a Tunisi nel dicembre 2010.

Ho scritto rivolte, anziché rivoluzioni, perché dietro ogni rivoluzione vi sono generalmente movimenti politici e ideologici che attendono da tempo l'occasione di scendere in piazza contro il governo. In molte capitali arabe dell'Africa del nord e del Levante le piazze erano indubbiamente piene di giovani, ma era difficile riconoscere tra i manifestanti un nucleo di potenziali leader e i loro programmi politici. Alcuni capi di stato caddero nel giro di poche settimane (Zine El-Abidine Ben Ali in Tunisia, Hosni Mubarak in Egitto), ma il potere, dopo qualche incertezza, finì nelle mani di quelle organizzazioni o istituzioni che potevano contare da tempo su un certo prestigio popolare: la Fratellanza musulmana in Egitto e Tunisia, i militari in Egitto. In Tunisia il partito della Fratellanza (Ennahda, rinascimento) non era stato contagiato dal virus fondamentalista e collaborò sin dalle prime settimane alla nascita di un governo di coalizione e alla redazione di una nuova carta costituzionale.

In Egitto la Fratellanza aveva una organizzazione sociale che si era distinta da parecchi anni per le sue molteplici attività assistenziali: un merito che le permise di Vincere trionfalmente le elezioni per l'Assemblea nazionale e la presidenza della Repubblica. Ma aveva anche un'anima fortemente religiosa che si lasciò influenzare dall'estremo rigore dell'Islam salafita.
Quando fu evidente che il nuovo presidente, il fratello musulmano Mo- hamed Morsi, non avrebbe respinto  'avanzata dei salafiti, vi furono manifestazioni popolari che dettero ai militari l'occasione per intervenire energicamente, destituire Morsi e installare alla presidenza il comandante delle forze armate: un generale, Abdel Fattah Al Sisi, che sarebbe divenuto rapidamente maresciallo e capo dello stato.

Anche in Siria il regime e la Fratellanza si detestavano. Il sistema politico che il generale dell'aeronautica Hafiz Assad (padre dell'attuale presidente) aveva creato nell'arco di trent'anni e trasmesso al figlio Bashar nel 2000, era laico, ispirato ai principi del partito Baath (il movimento socialista e nazionalista creato negli anni Trenta), e non aveva esitato a reprimere nel sangue (forse più di 30.000 morti) una insurrezione della Fratellanza a Hama, fra Damasco e Aleppo, nel febbraio 1982.

Gli Assad appartengono al gruppo etnico-religioso degli alauiti (un ramo della grande famiglia sciita) e possono contare sulla loro lealtà. Quando scoppiarono le rivolte arabe, quindi, esistevano già in Siria gruppi religiosi — la Fratellanza e, più generalmente, i sunniti — che avrebbero colto l'occasione per insorgere contro il regime; ma anche gruppi politici e sociali che si sarebbero battuti per preservare i benefici di cui avevano goduto sotto gli Assad. La guerra, tuttavia, non fu soltanto civile.

Ciascuno dei due gruppi aveva appoggi internazionali. Assad aveva il sostegno della Russia, desiderosa di conservare la sua base navale nella città portuale di Tartus, dell'Iran sciita e degli sciiti libanesi (gli Hezbollah); mentre i suoi nemici erano sostenuti da alcuni paesi sunniti del Golfo (fra cui il (Zatar) e dalla Turchia di Recep Tayyip Erdogan. Le regioni della Turchia al confine della Siria divennero, per gli oppositori del regime, una provvidenziale retrovia, il luogo continuamente attraversato in un senso dai combattenti feriti che cercavano cure e riposo in territorio turco, nell'altro da armi, viveri e munizioni. Col passare del tempo il teatro della guerra divenne il campo di battaglia dove altre organizzazioni islamiste potevano sfruttare la dissoluzione di una società e di uno stato per proclamare la loro esistenza e arruolare nuovi seguaci: i gruppi affiliati ad Al Qaeda, ma anche e soprattutto, in tempi più recenti, le formazioni di un nuovo arrivato, lo stato islamico dell'Iraq e della Siria. L'Europa e gli Stati Uniti, nel frattempo, stavano a guardare, tormentati e paralizzati da opposti sentimenti: il necessario omaggio alla presunta democrazia dei ribelli, il timore che la sconfitta di Assad aprisse un varco all'Islam radicale, il desiderio di privare la Russia della sua base mediterranea e la coscienza dell'importanza di Mosca per contenere l'aggressività delle nuove formazioni musulmane. Una politica dominata da tali contraddizioni non può che essere ambigua e quindi mediocremente efficace.

La questione libica non è meno imbrogliata. Quando conquistò il potere con un colpo di stato, nel 1969, il colonnello Gheddafi non aveva alle sue spalle un partito politico come il Baath, una pubblica amministrazione formata dalla Francia durante il suo protettorato, forze armate che, bene o male, avevano fatto tre guerre contro Israele nel 1948, nel 1956 e nel 1967. Nonostante le politiche unitarie dei regimi precedenti, la Libia era, ed è tuttora, uno stato tribale composto da 140 tribù, di cui alcune, per la collocazione geografica o le risorse pe-
trolifere, possono esercitare un'influenza decisiva sulla politica nazionale. La Cirenaica, in particolare, era sede di un'antica confraternita fondata nei primi decenni del XIX secolo da un dotto teologo algerino, Sidi Muhammad Ben Ali al-Senussi, uno dei molti « profeti » che durante l'Ottocento attraversavano il mondo musulmano predicando il ritorno alla purezza della fede e una più rigorosa lettura del Corano.

Senussi s'installò in Cirenaica dove creò una rete di « zauia », monasteri, ma anche ospizi per i viaggiatori e depositi per i mercanti. Unificata dall'apostolato di un leader religioso e dai suoi discendenti, la Cirenaica, quindi, fu più omogenea della Tripolitania; e ne dette una prova resistendo lungamente alle truppe del generale Graziani. Era senussita, allievo della scuola coranica di Giarabub, Omar el Mukhtar, impiccato dalle truppe di Graziani nel settembre 1931. Quando l'Inghilterra, dopo la fine della seconda guerra mondiale, decise di dare un re alla Libia, la scelta cadde su Sidi Muhammad Idris alMahdi al-Senussi, nipote del fondatore, nato a Giarabub nel 1890. Regnò fino al colpo di stato di Gheddafi, ma preferì generalmente la residenza di Bengasi a quella di Tripoli.

Gheddafi fu indubbiamente un dittatore, ma non dimenticò mai la frammentazione del paese e dovette dedicare una buona parte del suo tempo al continuo aggiustamento degli equilibri tribali. Agli inizi della sua battaglia politica il giovane colonnello era un discepolo del leader egiziano Gamal Abdel Nasser, quindi laico, nazionalista e socialista; ma capì che il nasserismo era troppo « rivoluzionario » per le tradizioni islamiche del suo popolo e cercò di presentare il suo programma politico come una sorta di aggiornamento della legge coranica. In un libro pubblicato da Laterza (Arcipelago Islam) Massimo Campanini e Karim Mezran osservano che l'Islam, nelle intenzioni di Gheddafi, doveva essere considerato « un movimento progressista e socialista, che si batte per una rivoluzione politica e sociale universale contro le forze dell'oppressione [...] rappresentate dal colonialismo europeo e dalle forze dell'imperialismo economico moderno ». Il vangelo di questo ambizioso disegno fu il Libro verde, pubblicato in arabo nel 1975, tradotto e diffuso in milioni di copie. In questo programma di Gheddafi vi era molta vanità personale, ma anche il tentativo di elevarne l'autore al rango di profeta di un nuovo Islam e di ridurre in tal modo l'influenza degli imam nella società libica. Sarebbe stato meglio creare nuove istituzioni nazionali, allevare nuoviceti sociali patriotticamente legati allo stato, lavorare alla creazione di una moderna società libica. Ma Gheddafi diffidava di tutto ciò che avrebbe sottratto qualcosa al suo potere assoluto.

Dette alle forze armate un fantasioso e sproporzionato arsenale, ma ne diffidava e, quando sarebbe stato necessario farne uso per la propria sicurezza, preferì spesso servirsi di mercenari africani. Usò le grandi risorse petrolifere del suo paese per creare uno stato patrimoniale, privo di grandi istituzioni civili, in cui tutto apparteneva al sovrano e dipendeva dai suoi costosi capricci.

Agli imam e alla Fratellanza musulmana, questo islamismo tirannico, faraonico e soggetto alle bizzose strategie del leader non poteva piacere. Quando il popolo di Bengasi, nel febbraio del 2006, scese nelle piazze per protestare contro le caricature di Maometto, apparse su un giornale danese, e dette l'assalto al consolato italiano, la manifestazione era anche un segnale di malumore indirizzato a Gheddafi. L'intervento militare di Francia e Gran Bretagna, con l'appoggio degli Stati Uniti e di altri paesi, fra cui l'Italia, non tenne alcun conto di questi aspetti della realtà libica. Nessuno, nelle grandi capitali occidentali, sembrò chiedersi chi avrebbe governato il paese dopo il crollo del regime.

Le motivazioni del presidente francese Nicolas Sarkozy erano prevalentemente personali. Nella corsa all'Eliseo, quattro anni prima, aveva annunciato la nascita di un'Unione per il Mediterraneo che avrebbe restituito alla Francia la sua influenza nella regione. Era convinto di poter contare sull'amicizia di due leader arabi: il presidente tunisino Zine El-Abidine Ben Ali e il presidente egiziano Hosni Mubarak. L'Unione nacque a Parigi il 13 luglio 2008, ma poco meno di tre anni dopo gli amici di Sarkozy furono entrambi vittime delle rivolte arabe: Ben Ali fuggì dalla Tunisia il 14 gennaio 2011, Mubarak si dimise 1'11 febbraio e fu arrestato in aprile. Nelle intenzioni del presidente francese l'intervento militare avrebbe cancellato il ricordo dei suoi imbarazzanti rapporti d'amicizia con gli uomini che le rivolte arabe avevano spodestato. Sarkozy, quindi, aveva fretta di fare la guerra. Il Consiglio di sicurezza dell'Onu aveva autorizzato soltanto la creazione di una zona d'interdizione aerea nei cieli della Libia, ma il presidente francese non volle attendere che un incidente giustificasse l'intervento militare. I primi missili furono quelli lanciati da aerei francesi il 19 marzo 2011 contro le truppe di Gheddafi nei pressi di Bengasi.

Ciò che è accaduto in Libia nei mesi seguenti ricorda per qualche aspetto la sorte dell'Iraq dopo l'invasione americana nella primavera del 2003. Vi è stata una guerra civile e tribale. E riapparsa l'antica frontiera fra Tripolitania e Cirenaica. Le istituzioni centrali non controllano il territorio. I pozzi petroliferi sono in buona parte chiusi. E come in Iraq anche in Libia il conflitto è stato una calamita per le organizzazioni islamiche radicali fra cui l'Isis. I tentativi di conciliazione e la prospettiva di una presenza europea, anche militare, sono pagine di un capitolo ancora incompiuto.

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