Rigoletto

di Angelo de' Cherubini

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Il rigoletto
Il Rigoletto/ "Psicoanalisi della vita quotidiana"

Introduzione

Quotidianità, straordinarietà, uguaglianza, soggettività: quattro termini che la psicoanalisi ha sovvertito facendo vedere i legami strettissimi che li uniscono. Chi contrappone la straordinarietà alla quotidianità o l'uguaglianza alla soggettività nega la complessità dell'animo umano, adattandosi al tenta¬tivo in corso di ridurre l'individuo a macchina biologica o sociale. Scritto da un grande psicoanalista, questo libro restituisce il senso dell'impresa psicoanalitica, un'impresa letteralmente rivoluzionaria, che ha dischiuso all'umanità  prospettive realistiche di emanci-    pazione e libertà. 

Contro il buonismo dell'analista comprensivo e accogliente  o l’implicito catastrofismo di chi vede psicosi dappertuttoto. Con molti esempi clinici tratti dalla pratica quotidiana, Semi mostra l'inesauribile ricchezza dell'inconscio e la sua alterità irriducibi¬le e selvaggia, presenti in ciascuno di noi. Negare questa dimensione dell'animo umano significa pre-starsi a creare un nuovo tipo di schiavo.

L'autore

Antonio Alberto Semi è membro ordinario con funzioni di training della Società psicoanalitica italiana ed è stato direttore della Rivista di Psicoanalisi. Nelle nostre edizioni ha pubblicato, tra gli altri, La coscienza in psicoanalisi (2003) e ll metodo delle libere associazioni (2011).

Psicoanalisi della vita quotidiana
di Antonio Alberto Semi
Editore Raffaello Cortina
205 pagg 14 Euro

 

Introduzione

Perché questo libro? Spiegare il senso e le intenzio¬ni di un'opera — anche piccola come questa — non è affatto facile.
Tanto più che, se non fosse per la necessaria e sal-vifica autoironia che mi accompagna, potrei fare mio il famoso incipit di Tristi tropici ("Odio i viaggi e gli esploratori, ed ecco che mi accingo a raccontare le mie spedizioni"): Dovrei in tal caso scrivere — e sarebbe vero — che odio le eccezioni, gli eventi straordinari, i mostri, i leader carismatici, gli sconvolgimenti contro¬transferali, i fenomeni transferali troppo manifesti, i trattamenti psicoanalitici impossibili.

Che non sopporto l'attrattiva che i resoconti di questi accadimenti eser¬citano sul pubblico, al quale poi però mi mescolo volen-tieri. Aggiungo che buona parte del libro deriva dalla rielaborazione (per la verità almeno quantitativamente notevole) di articoli pubblicati all'estero, su una rivista (Penser/réver) della cui redazione faccio parte e la cui linea editoriale di fondo condivido.

In questa rivista, infatti, cerchiamo di approfondire, soprattutto mediante strumenti psicoanalitici, temi che riguardano l'umanità più che la psicoanalisi in se stessa. Però anche il fatto che in questi miei articoli spesso ci siano esempi clinici o situazioni cliniche che mi hanno spinto a ripensare all'umanità, al come siamo fatti in generale e al come sono fatto io stesso in particolare, aveva giustificato la mia scelta di pubblicarli ín una rivista estera e non facil¬mente accessibile in Italia. Per proteggere me, più che i pazienti, i cui racconti e le cui vicissitudini sono abba¬stanza modificati da renderli comunque irriconoscibili.

Perché dunque, nonostante queste perplessità, mi metto a scrivere un libro come questo? Perché propormi di descrivere le piccole cose che possono accadere ogni giorno — che di fatto accadono ogni giorno —, corte sequenze di libere associazioni, sentimenti provati e riprovati, frasi ascoltate e riascoltate, dinamiche psichiche che ormai, dopo trent'anni di esercizio della psicoanalisi, dovrebbero, a detta di qualcuno, uscirmi dagli occhi e invece sono sempre nuovi? Perché raccontare anche fatti miei, richiamati in vario modo nella pratica analitica o, anche, mai provati e ricordati prima e che pure nella quotidianità della pratica psicoanalitica si forma¬no costantemente?

La prima impressione è che desideravo riordinare uno studio ormai inzeppato di carte, cartelle, floppy disk in disuso, CD impilati e mai riascoltati, mobili che man mano lasciano intravedere i segni del tempo, libri letti e riletti troppe volte e libri che ancora stanno lì ad aspettare il momento buono per essere finalmente studiati. Ma riordinare perché? E poi: è possibile davvero riordinare nel senso di tornare indietro, a un ordine che si suppone ci fosse in precedenza?

O si tratta invece di un "ordinare di nuovo", tentare ancora una volta di mettere ordine, un ordine diverso, nei ricordi, nei pensieri, negli affetti, nelle fantasie, nelle speculazioni teoriche? O ancora, non è la stessa idea di ordine qualcosa che debbo o desidero rivedere? L'idea di ordine non è troppo facilmente associata a quella di stabilità, mentre l'ordine può continuamente trasformarsi?


In effetti, penso di scrivere queste pagine anche perché man mano qualcosa, nell'aria che circola e che re¬spiro in ogni momento, nello Zeitgeist degli ultimi anni, mi ha allarmato e mi allarma: temo che vada perduto (o negato) il senso dell'avventura umana, quella che tutti gli individui compiono, volenti o nolenti. Riordinare, in questo senso, è anche ritornare a considerare la situa¬zione ordinaria dell'essere umano, stretto tra il suo de¬stino e il suo personalissimo desiderio.

E la situazione altrettanto ordinaria della psicoanalisi, che vive quotidianamente in un terzo regno, uno Zwischenreich, del quale non c'è esperienza pratica nella vita quotidiana né nella vita interiore. O forse sì, l'esperienza c'è nella psicopatologia della vita quotidiana, ma sí tratta proprio dell'esperienza che più volentieri neghiamo: facciamo un lapsus calami? Va bene, è un "lapsus freudiano" e così lo mettiamo da parte, utilizzando (castrando) un pensiero potenzialmente ricco e complesso per ridurlo a un passe-partout privo di significato autentico.


Dunque cerco di parlare non solo dell'esperienza particolare che si può compiere in analisi ma — e forse soprattutto — dell'avventura umana, quella che tutti compiono, dunque un qualcosa che, eguale com'è per tutti, interroga il concetto stesso di eguaglianza.
L' eguaglianza è un valore scientifico e quindi anche psicoanalitico.

Ed è anche una meta umana, ma allo stesso tempo è una meta che si sa di non poter raggiungere compiutamente, in tutti i campi. In quello scientifico, perché le stesse leggi man mano e faticosamente scoperte dagli scienziati vanno sottoposte a revisioni, ríformulazioni, a volte a vere e proprie smentite e dunque valgono solo per un certo tempo per tutto il dominio fenomenico cui si riferiscono. Siamo tutti soggetti alla legge della caduta dei gravi? Sì, ma in un ambito più ristret¬to di quello pensato da Newton. Ed è inutile dire quanto l'eguaglianza sia solo una meta per quanto riguarda l'umanità, ma è sempre utile ricordare che un elemento fondante dell'eguaglianza sta proprio nella diversità di ciascun individuo rispetto a qualunque altro: questa è una proprietà eguale per tutti, il che non è poco.

Proprio questa situazione — l'eguaglianza come me¬ta e l'eguaglianza come dato di fatto — balza in primo piano in psicoanalisi. In fondo in analisi si tratta sempre di questo: passare dalle associazioni libere (che in realtà sono determinate ma bisogna capire come) alla libera associazione tra due esseri umani, quando tutti e due i partecipanti all'impresa possono ragionevolmente decidere se restare associati, continuare ancora per un po' l'esplorazione dell'inconscio, o se invece sentirsi entrambi liberi di concludere la pratica psicoanalitica in comune. L'eguaglianza e la libertà — un'esperienza e un concetto, quest'ultima, quanto mai problematici — come esperienze che possono andare di pari passo.

La fine del trattamento psicoanalitico ha anche questo di specifico: che ognuno dei due "avventurieri" (l'analisi è sempre un'avventura) recupera insieme la propria libertà e la propria integrità ma anche la propria diversità e, in questo, sente di potersi davvero considerare eguale all'altro.

Ogni considerazione sulla fine del trattamento psicoanalitico che disegni una sorta di paradigma evolutivo da percorrere (il superamento del conflitto edipico, la costituzione di un Super-io tollerante e protettivo e di un Io robusto ma elastico, il riconoscimento dell'altro, l'elaborazione matura della fase depressiva e così via) rischia di negare la fondamentale questione della diversità dell'analizzando dall'analista e della elaborazione di una soggettività sorprendentemente diversa da qualunque aspettativa — e i problemi che questa elaborazione pone allo psicoanalista. È anche uno sconosciuto colui che dunque sí affaccia alla fine dell'analisi? Solo se pos¬siamo rispondere affermativamente a questa domanda è possibile che l'analisi sia "andata bene".

Certamente ognuno di noi psicoanalisti dovrebbe, a mio avviso, chiedersi se quest'ultima domanda non riguardi anche se stesso, se non sia davvero costitutiva dell'essere umano o, al contrario, se da qualche parte non si sia insinuato il terribile convincimento di sapere chi si è. Ancora l'eguaglianza, dunque.

Questo libro non pretende di mostrare eventi ecce¬zionali o ricordi straordinari tirati fuori da una memoria che Freud ci ha insegnato non esistere nella forma (un sacco dal quale vengono estratti i ricordi) comunemen¬te immaginata. Pretende, piuttosto, di riportare alla ordinaria straordinarietà la quotidianità.

E magari di descrivere modalità d'essere attuali dell'individuo, nel suo tentativo di diventare protagonista della propria storia. E anche di descrivere modalità della cultura attuale, nella quale siamo immersi e dalla quale non possiamo pre-scindere, che si oppongono alla costituzione di una libera, costruttiva, creativa soggettività, al dispiegamento del desiderio, all'incontro non strumentale con gli altri.

Certo, non possiamo prescindere dalla nostra storia personale e mostrerò come, comunque, la mia si intrecci con quella delle persone che si rivolgono a me per un'analisi. Mi toccherà dunque anche dire qualcosa di me.
In ogni caso, come per ogni libro del resto, ma forse con qualche specificità psicoanalitica, questo libro riflette anche il come man mano nel corso di anni si sono snodati, annodati, collegati e districati in me taluni problemi che mi interrogano tuttora, naturalmente, ma anche che mi inquietano. In sostanza, l'interrogativo di base è questo: dove va l'individuo? Può ancora tentare l'avventura della soggettivazione? O, più esattamente, come può tentarla oggi?

Il primo capitolo — Riflessioni su una fotografia —prende perciò lo spunto da un avvenimento tutto som¬mato banale, il ritrovamento di una fotografia di una persona della quale avevo sentito solo parlare. Credo possa accadere a tutti, anche se in modo diverso per ciascuno, di ritrovare qualche rimasuglio — un ogget¬to, un biglietto, un vestito — appartenuto a qualcun al¬tro e magari a un qualcun altro che ha avuto a che fare con la storia familiare ma non direttamente con chi ritrova l'oggetto.

Le riflessioni che mi è capitato di fare in quell'occasione sono certamente molto personali ma anche, credo, tipiche di queste situazioni. Certo, in quel caso è stato importante che si sia trattato di un'immagi¬ne.' Il passaggio dalle parole alle immagini e da queste di nuovo alle parole è sempre cruciale. Ma è stato importante, anche, il movimento di ritorno al passato, l'affollarsi di ricordi, il poterli rivedere e, appunto, riordinare.


Nel secondo capitolo — Origine della rappresentazio¬ne e nuove rappresentazioni —, che deriva da uno scritto suscitato dal ricordo di un caro collega, Pier Mario Masciangelo, e da tutti i ricordi a lui collegati, mi soffermo appunto sull'attività del "riordinare", sul problema della costituzione di una coerenza del pensiero cosciente, sulla necessità di guardarsene non per eliminare questa coerenza ma per vederla nella sua realtà, ossia come una necessità di un sistema psichico, una necessità alla quale abitualmente non si può sfuggire e alla quale operativamente bisogna fare ricorso, della quale però bisogna diffidare un po', perché sull'altare della coerenza viene spesso sacrificata la realtà.

Perciò in questo capitolo cerco di mettere in evidenza il rischio di cadere in un eterno ritorno e quello di costruire dentro di sé una coerenza storica o una storia coerente e in sé chiusa, che esclude le novità possibili, mentre ritengo che uno degli aspetti fondamentali della vita psichica sia anche quello di costituire delle situazioni nuove, di individuare soluzioni nuove alle richieste pulsionali, di ri-conoscere gli altri comprendendo che da un lato le loro rappresentazioni (e gli affetti connessi) sono dentro di noi collegate a tutti coloro i quali fanno parte della nostra galleria di esseri umani, dall'altro però sono anche — e fortunatamente —diverse, nuove, mai conosciute prima.

Il problema degli "oggetti nuovi" è fondamentale, a mio avviso, per non cadere in una sorta di culto dell'e¬terna ripetizione che — quand'anche fosse consapevole di essere tale — segnerebbe di fatto una involuzione nar¬cisistica e preluderebbe alla morte. Introduco quindi in questo capitolo non solo il tema della "novità" necessaria per vivere in modo soddisfacente ma anche quello della percezione come movimento fondante della vita psichica.

Ritengo che la percezione sia un meccanismo che mostra appieno quanto l'essere umano sia tuttora quel¬lo del Pleistocene e come quindi certe modalità di pen¬siero — e la percezione innanzitutto — risentano del contesto nel quale sono state elaborate e nel quale sono state vincenti. E anche che uno dei tentativi efferati della nostra cultura attuale consiste nella svalutazione del¬la percezione per eliminare il soggetto. Ne discuteremo nell'undicesimo capitolo.
 
Ma prima, nel terzo capitolo — Il dolore e i nostri limiti —, sarà necessaria una sosta sul dolore. Anche qui, la percezione, la novità e la storia personale si mesco¬lano in vario modo, cospirando a provocare effetti di¬sastrosi ma anche a prospettare possibili vie d'uscita. Ma in questa vicenda sottolineo l'aspetto traumatico della realtà e il problema della quantità di dolore che possiamo tollerare.

E in che modo possiamo difendercene. Di più: cerco di mostrare quanto sia importante riconoscere che esiste un limite alla possibilità di con¬divisione. Se avessi anch'io provato il dolore psichico travolgente che il paziente aveva dovuto affrontare, pro¬babilmente non sarei stato neppure in grado di stargli vicino. Semplicemente, credo, sarei sparito — non solo come analista ma anche come persona — dalla scena. Ora, la condivisione è spesso stata invocata, in questi anni, come condizione quasi necessaria per l'uscita da situazioni traumatiche e personalmente ritengo che sia assolutamente giustificato sostenere questa necessità: ma credo sia anche importante riconoscere che questa necessità ha dei limiti letteralmente invalicabili.

Dunque in che misura e come possiamo in analisi — e nella vita quotidiana — condividere il dolore dell'altro per poterne comprendere le ragioni? Non esiste una risposta a questa domanda, nel senso che ciascuno di noi ha evidentemente una tolleranza diversa al dolore (o ad altri stati d'animo): ma tutti abbiamo dei limiti invalicabili. Detta così, la cosa sembra banale. Ma nel caso pratico, nell'evenienza clinica o nella vita quotidiana, un meccanismo classico e in certa misura fisiologico che mettiamo in opera è quello del diniego. La Verleugnung. Il diniego è la premessa necessaria della scissione ma quest'ultima non è quel disastro che si vuol dipingere generalmente, se non quando diventa eccessiva: la scissione provoca
 
gravi danni se quantitativamente eccede il suo compito fisiologico, svolto ogni giorno, ogni istante, mediante il quale tutto ciò che percepiamo passa nel preconscio e nell'inconscio senza che sia necessario un passaggio per la coscienza. Le porte della percezione, soprattutto le porte acustiche, sono sempre aperte e il sistema C ne ha solo una parziale consapevolezza. E il rapporto tra percezione ed elaborazione del pensiero è un punto cruciale dello sviluppo dell'umanità.

Nel quarto capitolo — Dal dolore al trauma. E alla vita — cerco di far vedere come sia possibile, in certi casi e talvolta con l'aiuto del caso, venire a capo di una situazione traumatica e, anche, di come una propria esperienza traumatica possa essere richiamata, rielabo¬rata e, appunto, riordinata, nel corso di una situazione psicoterapeutica. Cerco anche di far vedere però come questa situazione, che può essere assai frequente, pon¬ga degli interrogativi di grande portata per tutti e per tutta la psicoanalisi. Dal "che cosa si percepisce" fino alla possibilità di formulare una teoria monista dell'in-dividuo, una teoria cioè che eviti di relegare in un "al¬trove" momenti fondamentali dell'attività della nostra "organizzazione".

La percezione, il caso, la realtà materiale e, come avevo scritto all'inizio, lo Zeitgeist. Ma cosa c'è nella realtà esterna a noi, di nostro? Non di mio ma proprio di nostro, di comunemente condiviso o comunque accettato che ci sia. Un fantasma sotto il lenzuolo del monoteismo (è il quinto capitolo) si occupa di questo problema e cer¬ca di mostrare l'intreccio tra percezione e proiezione, nel caso particolare del monoteismo.

È un caso molto particolare, perché il monoteismo esprime anche un'e¬sigenza di unitarietà e di unicità che è fondamentale per la costituzione dell'individuo. E si tratta di un caso che ci interroga anche come psicoanalisti perché, come avevo accennato presentando il contenuto del capitolo precedente, alla psicoanalisi si pone il problema di elaborare una teoria monistica dell'individuo. Che rapporto c'è dunque tra monoteismo e monismo?

Problema non dappoco, soprattutto in un'epoca (ecco ancora lo Zeitgeist) nella quale lo sviluppo delle scienze bio¬logiche facilita lo sviluppo di teorie "riduzionistiche" neurologiche che rischiano di elaborare un'immagine dell'individuo non solamente determinata, meccanica, ma anche utilizzabile a livello giuridico come premessa indispensabile per un annullamento progressivo delle libertà individuali. Nessuna soluzione proposta, solo un'indicazione del problema.

Certo, bisogna essere consapevoli di "che cos'è" la scienza, di quale senso abbia l'attività di costruzione teorica, di quali rischi implichi e di quali necessità sia figlia: Il problema della coerenza, sesto capitolo, intende mostrare qualche situazione di rischio e qualche considerazione sulle necessità delle costruzioni teoriche.

Gli altri capitoli man mano si snodano inseguendo sempre il filo della quotidianità, di quel che può acca¬dere in analisi perché, semplicemente e drammaticamente, fa parte della vita umana e delle possibilità della nostra specie. Gli ultimi capitoli riguardano appunto una riflessione sulle nostre possibilità e un tentativo di ripensare alla quotidianità tramite la teoria.

E di pensare quindi a quanto e a come il problema individuale di sviluppare una soggettività sia accettabile, per ciascuno di noi e per la nostra cultura. E anche per la psicoanalisi nella sua pratica quotidiana.

Sono delle conclusioni impossibili, lo so: eppure ma-terialmente un libro va concluso, se non altro per l'editore e poi per i lettori. E secondo me il fatto che un libro (come molte altre cose, forse tutte) sia limitato, finito, terminato ha un valore simbolico importante perché apre a un'altra riflessione, che mi auguro ciascuno dei lettori possa fare per conto proprio e che certamente farò anch'io, una volta che avrò in mano concretamente il libro. Una riflessione sul "ma come siamo fatti?" e sul "ma come sono fatto?".

Penso che questa riflessione, per quanto sia osteggiata e anzi repressa nella società attuale, ci faccia essere umani.


Antonio Alberto Semi

 

 

 

 

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